Tognoli Antonio Corporate Family Office SIM S.p.A. CFO SIM

CFO SIM – I bull market nascono nel pessimismo

CFO SIM I bull market nascono nel pessimismo, crescono nello scetticismo, maturano nell’ottimismo e muoiono nell’euforia (J. Templeton).

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Antonio Tognoli Responsabile Macro Analisi e Comunicazione Corporate Family Office SIM S.p.A.


Settimana non particolarmente densa di dati quella che si apre oggi. Al pari di quella appena trascorsa, i mercati dovrebbero quindi essere abbastanza tranquilli. Da segnalare giovedì 24 l’indice IFO della Germania di novembre e le richieste di sussidi alla disoccupazione USA. Vedremo se i licenziamenti di Meta (13% della forza lavoro), Twitter a Amazon cominceranno a diventare visibili.

La scorsa settimana sono stati resi noti i dati USA aggiornati ad ottobre di inflazione e occupazione che confermano che il sistema economico non è in recessione. Questo il dettaglio:

    inflazione MoM: +0.4% rispetto ad un’inflazione attesa dello 0.6%

    Inflazione Core MoM: +0.3% rispetto ad un’inflazione attesa dello 0.5%

    Inflazione YoY: +7.7% rispetto ad un’inflazione attesa dell’8%

    Inflazione Core YoY: +6.3% rispetto ad un’inflazione attesa del 6.5%

    Richieste del sussidio di disoccupazione: 225.000 richieste rispetto ad una previsione di 218.000

    Tasso di disoccupazione: 3,7% (4% a gennaio)

Chiariamo innanzitutto che cosa di intende per recessione. Gli economisti la definiscono in senso tecnico come un calo del PIL per due trimestri consecutivi. E in questo senso gli USA sono in recessione perché il PIL è sceso dell’1.6% nel 1Q22 e dello 0.9% nel 2Q22. È anche vero però che il PIL è cresciuto del 10.1% nel 2021 e del 2.6% nel 3Q22. Così come è vero che nelle ultime tre recessioni (a parte quella dovuta alla pandemia) il tasso di disoccupazione è stato del 9%.

Facciamo due conti. Con il 9% di disoccupazione dovrebbero esserci non meno di 14,8 mln di disoccupati e per arrivarci servirebbero circa 8,8 mln di licenziamenti, pari ad una riduzione media mensile di 730.000 posti di lavoro su 12 mesi o 490.000 al mese per 18 mesi. Francamente è uno scenario poco probabile, anche alla luce del fatto che oggi in USA per ogni lavoratore occupato ne mancano circa 1,4. Al di là della definizione tecnica, che probabilmente dovrà essere rivista, non ha senso parlare di recessione quando non solo praticamente tutti hanno un lavoro ma addirittura mancano lavoratori.

Inflazione e disoccupazione, recessione o no, saranno dunque gli indicatori che la FED monitorerà per calibrare la politica monetaria. Non che l’obiettivo della FED sia una crescita della disoccupazione, una flessione dei salari o un mix di entrambe. E’ innegabile che però sono una conseguenza “necessaria” della politica monetaria restrittiva. Difficilmente infatti i consumi potranno rallentare e per questa via contribuire a ridurre la crescita dei prezzi, se il reddito (reale e nominale) non si riduce. Da qui le dichiarazioni (anche a scopo preventivo) di Powell che ribadiscono la ferrea volontà di alzare costantemente i tassi fino a quando l’inflazione non sarà definitivamente domata. La speranza è che ad una riduzione del potere d’acquisto dei salari, le aspettative di una elevata inflazione generino una minore domanda di beni e servizi che a loro volta consentano una dinamica di aumento dei prezzi più contenuta.

Se così sarà, ed effettivamente l’inflazione mostrerà un raffreddamento, è probabile che già nel corso del primo semestre del 2023 la FED possa aver completato il ciclo di strette monetarie.

Che succederà ai mercati azionari? Goldman Sachs si aspetta che nel 2023 le azioni USA saranno oggetto di vendite soprattutto da parte delle famiglie e degli investitori esteri. Questi sono attesi liquidare titoli per un valore netto di 100 miliardi di dollari, dopo aver effettuato pari acquisti nel 2022.

Secondo la banca USA, la motivazione starebbe nel fatto che le valutazioni delle azioni USA sono relativamente elevate e in particolare gli investitori esteri saranno condizionati da un rallentamento dell’economia. A supporto della tesi, Goldman Sachs evidenzia alcuni dati indicativi: ad esempio, la leva finanziaria degli hedge fund è crollata di 20 punti percentuali da gennaio a fine ottobre del 65%, mentre la quota delle liquidità (contanti) detenuta dai fondi comuni d’investimento è cresciuta al ritmo più rapido dal 2009.

Goldman Sachs stima che l’anno prossimo questi fondi venderanno azioni per altri 300 miliardi di dollari, che si uniscono ai 350 miliardi stimati per l’intero 2022.

Le vendite potrebbero tuttavia essere più che compensate dagli acquisti delle società, che rappresenteranno la principale fonte di domanda di azioni USA, sebbene il ritmo sarà inferiore rispetto all’anno in corso. Goldman Sachs stima che gli acquisti saranno di 500 miliardi di dollari, grazie soprattutto alle operazioni di buyback. All’apporto delle società si unisce quello dei fondi pensione, che potrebbero acquistare nel 2023 un controvalore di 200 miliardi di dollari in equity.

Acquisti attesi superiori quindi alle vendite attese nel corso dell’anno a cui si potrebbe sommare una quota di liquidità dei fondi comuni nel momento in cui decidessero di aumentare l’esposizione all’azionario.

Fonte : BondWorld.it


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