Columbia Threadneedle Investments: Questa settimana si è svolto il primo ciclo di riunioni delle principali banche centrali dopo lo scoppio del conflitto in Medio Oriente e, come prevedibile,
A cura di Anthony Willis, Investment Manager di Columbia Threadneedle Investments
in presenza di rischi inflazionistici elevati, il tono della comunicazione si è orientato in senso più restrittivo, con implicazioni rilevanti rispetto allo scenario relativamente benigno che fino a poco tempo fa caratterizzava le aspettative sui tassi di interesse per il 2026.
La Federal Reserve statunitense (Fed) ha lasciato i tassi invariati nel range 3,5-3,75% e ha sottolineato come gli sviluppi in Medio Oriente presentino “implicazioni incerte” per l’economia americana. Il Presidente Jay Powell ha dichiarato che, nel breve termine, “prezzi dell’energia più elevati contribuiranno ad aumentare l’inflazione complessiva, ma è ancora troppo presto per valutarne la portata e la durata degli effetti sull’economia”. Le nuove previsioni indicano che i membri della Fed si attendono un’inflazione PCE al 2,7% a fine anno, in aumento rispetto al 2,4% stimato lo scorso dicembre.
La Bank of England (BoE) ha mantenuto i tassi invariati al 3,75% con voto unanime, avvertendo che uno shock energetico prolungato proveniente dal Golfo potrebbe alimentare l’inflazione e aprire la strada a ulteriori rialzi dei tassi. Il Governatore Andrew Bailey ha affermato che mantenere i tassi invariati rappresenta “la scelta appropriata” in questa fase, pur invitando alla cautela nel trarre conclusioni su eventuali futuri aumenti. Ha inoltre sottolineato che “il messaggio è cambiato” a seguito dello shock energetico e che i tagli dei tassi “non sono più all’orizzonte”. In precedenza, la BoE prevedeva un’inflazione nel Regno Unito (CPI) al 2,1% nel secondo trimestre del 2026; ora le stime indicano un livello del 3%, in aumento fino al 3,5% nel terzo trimestre.
La Banca Centrale Europea (BCE) ha mantenuto i tassi invariati al 2%, con la Presidente Christine Lagarde che ha dichiarato che l’istituto è “ben posizionato e ben equipaggiato” per affrontare “uno shock significativo in corso”. La BCE prevede ora un’inflazione al 2,6% per quest’anno, rispetto all’1,9% stimato in precedenza. Nel medio termine, l’inflazione è attesa tornare al 2% nel 2027 e al 2,1% nel 2028. Lagarde ha inoltre sottolineato che il conflitto in Medio Oriente ha reso lo scenario “significativamente più incerto”, generando rischi al rialzo per l’inflazione e al ribasso per la crescita.
Market Movers
Per diversi mesi, la Presidente della BCE Christine Lagarde ha affermato che la politica monetaria si trovava “in una buona posizione”. In precedenza, non si prevedevano variazioni dei tassi nell’area euro nel corso dell’anno, mentre per la Fed e la Bank of England erano ampiamente attesi tagli dei tassi. Tuttavia, questo equilibrio è venuto meno: lo shock energetico dell’ultimo mese ha profondamente modificato le aspettative sull’andamento dell’inflazione e dei tassi di interesse.
Negli Stati Uniti, i futures sui Fed Funds indicano ora che il prossimo taglio dei tassi potrebbe avvenire non prima di luglio 2027, un cambiamento significativo rispetto allo scenario pre-conflitto, quando il mercato prezzava due riduzioni già nel corso di quest’anno. Solo poche settimane fa, un taglio dei tassi da parte della BoE appariva quasi certo; oggi, invece, i mercati non prezzano più alcuna riduzione e, anzi, iniziano a considerare più probabili ulteriori rialzi. Per l’area euro, si prevedono ora due aumenti dei tassi nel corso dell’anno.
Il contesto resta estremamente incerto, come evidenziato dallo stesso Jay Powell, che ha invitato a non attribuire eccessivo peso alle attuali previsioni: “Ciò che voglio sottolineare è che nessuno lo sa. Gli effetti economici potrebbero essere più ampi o più contenuti, molto più piccoli o molto più grandi. Semplicemente non lo sappiamo”. Ciò che è certo è che le banche centrali hanno ancora ben presente l’esperienza dello shock energetico del 2022, quando l’inflazione — già in aumento — fu ulteriormente alimentata dalle conseguenze dell’invasione russa dell’Ucraina e le banche centrali sottostimarono l’intensità del fenomeno, intervenendo con ritardo.
Qualora lo shock energetico dovesse protrarsi, è probabile che i tassi aumentino prima del previsto, per poi essere ridotti successivamente qualora il rialzo dei prezzi delle materie prime rallentasse la crescita economica. La storia insegna che la risposta a prezzi elevati del petrolio è spesso una contrazione della domanda e un rallentamento economico. Nel breve termine, tuttavia, con le aspettative di inflazione in aumento, le banche centrali avranno poche alternative se non quella di mantenere o irrigidire l’orientamento restrittivo, nel caso in cui la crisi si rivelasse più duratura del previsto.
The Investment Lens
Ci troviamo in una fase cruciale del conflitto, in cui i prezzi energetici elevati riflettono livelli di incertezza estremamente elevati. Il rischio di escalation — con entrambe le parti che potrebbero colpire infrastrutture energetiche — comporta ulteriori pressioni al rialzo su petrolio e gas. La variabile chiave per i mercati finanziari e per l’economia globale resta il flusso di materie prime attraverso lo Stretto di Hormuz. Al momento, la comunità internazionale non sembra disposta a intervenire militarmente nell’area, mentre il traffico attraverso lo Stretto è limitato a un numero ridotto di navi autorizzate dall’Iran. In linea con l’approccio delle banche centrali, è necessario adottare una postura attendista (“wait and see”) in attesa che si chiariscano scenari alternativi: da un lato, una de-escalation con ripresa dei flussi commerciali — eventualmente sotto la protezione di una coalizione navale — dall’altro, un conflitto più prolungato e potenzialmente in ulteriore escalation, qualora le infrastrutture energetiche venissero considerate obiettivi legittimi.
Il contesto è passato rapidamente da uno scenario relativamente favorevole a fine dello scorso mese a una fase di forte incertezza. I mercati obbligazionari risentono delle prospettive di tassi e inflazione più elevati; i mercati azionari hanno registrato correzioni, pur mostrando una certa resilienza, sostenuta — almeno per il momento — da aspettative sugli utili ancora stabili. Tuttavia, l’ipotesi condivisa fino a poche settimane fa, secondo cui il conflitto si sarebbe risolto rapidamente e le prospettive positive per il 2026 sarebbero rimaste intatte (seppur con un rinvio dei tagli dei tassi), è oggi sempre più oggetto di revisione. Qualora il conflitto dovesse protrarsi, senza segnali di compromesso, l’impatto negativo su crescita, inflazione e politica monetaria finirebbe inevitabilmente per pesare in modo più significativo sull’appetito per il rischio.
Fonte: InvestmentWorld.it
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