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Columbia Threadneedle: Smettere di temere lo spauracchio della volatilità

Secondo Wikipedia, “Il ‘bogeyman’ (babau o uomo nero) è un’allusione comune a una creatura mitica usata come spauracchio in molte culture per controllare i comportamenti…..


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Colin Moore CIO Globale

Questo mostro non ha un aspetto specifico e le concezioni ad esso relative possono variare drasticamente da una famiglia all’altra all’interno della stessa comunità; in molti casi esso non produce un’immagine precisa nella mente di un adulto o di un bambino, ma è semplicemente un’incarnazione generale del terrore.” In ogni cultura questo spauracchio assume forme fisiche e nomi differenti, e la comunità finanziaria non fa eccezione. Anche gli investitori hanno il timore di mostri terribili che possono distruggere i loro portafogli; uno dei più terrificanti viene chiamato volatilità. Mentre il “bogeyman” è una creatura immaginaria (o almeno così spero!), la volatilità è reale e può causare gravi danni. Per capire perché gli investitori fatichino ad affrontare la volatilità, dobbiamo dapprima definire tre bias cognitivi presenti nel contesto di mercato in cui operiamo:

1. Bias della recenziorità (recency bias): qualcosa che ha catturato di recente la nostra attenzione sembra apparire improvvisamente con una frequenza improbabile, anche se esiste da tempo.

2. Bias della negatività (negativity bias): gli individui tendono a ricordare gli eventi sgradevoli più facilmente di quelli piacevoli.

3. Avversione alle perdite (loss aversion): il dispiacere associato a una perdita di denaro tende ad essere maggiore della soddisfazione associata a un guadagno.

Il livello della volatilità varia notevolmente, al pari dei timori degli investitori e delle vendite da panico, che aumentano e diminuiscono di concerto con la volatilità stessa. Studi recenti hanno individuato nell’età una causa importante delle vendite da panico. Quando si è vicini alla pensione, la prospettiva di una significativa perdita finanziaria (20-30%) può avere un effetto molto più pronunciato sulla propria sensazione di benessere. L’istinto di preservare la propria ricchezza si attiva molto più rapidamente che nel caso dei risparmiatori più giovani (e di norma meno abbienti).

La verità è che in assenza di volatilità vi sono scarse opportunità di rendimento. Pertanto, tenere in forma liquida i risparmi accumulati nel tempo per evitare lo spauracchio della volatilità (l’equivalente finanziario di nascondere la testa sotto le lenzuola) pregiudica il conseguimento di obiettivi a lungo termine. Questo effetto tende a divenire più pronunciato nelle fasi sporadiche di volatilità acuta, come quella del 2008-2009, che ha provocato ampi deflussi dai fondi d’investimento a lungo termine nello stesso periodo. Effetti meno marcati sono analogamente visibili se mettiamo a confronto il 2001-2003 e il 2011-2012. Per contro, i flussi tendono ad aumentare quando la volatilità ritorna a livelli “normali”. Un comportamento di questo tipo è coerente con i tre bias sopra descritti.

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Ritengo che nel prossimo decennio la volatilità sarà mediamente più elevata che negli ultimi 10 anni e che le fasi di volatilità acuta diventeranno più frequenti, poiché il tasso di crescita economica sostenibile sarà strutturalmente più contenuto e i rischi geopolitici più elevati che in qualsiasi altro periodo a partire dal secondo dopoguerra. La crescita modesta genera incertezza, mentre l’avversione alle perdite induce gli investitori a temere che un contrattempo economico o un evento geopolitico possano condurre all’assenza di crescita o a una recessione vera e propria. Il bias della negatività tenderà a esacerbare le reazioni “acute” alle notizie di eventi geopolitici e lo spauracchio della volatilità comparirà più spesso. Ipotizzando una prosecuzione di tali distorsioni comportamentali, le performance ottenute dagli investitori saranno probabilmente molto deludenti indipendentemente dal rendimento complessivo generato dai mercati a causa dell’effetto spauracchio.

Per mitigare questo effetto, occorre focalizzarsi sulla costruzione dei portafogli e su una migliore comprensione della diversificazione. Sappiamo che le azioni sono verosimilmente destinate a offrire i maggiori rendimenti nei prossimi 10 anni, ma anche che evidenzieranno la più elevata volatilità. Molti strumenti di ottimizzazione usati nella costruzione dei portafogli si basano sulla volatilità media registrata storicamente, che probabilmente sottostima la volatilità futura. Lo spauracchio si manifesta all’aumentare della volatilità delle singole asset class e delle correlazioni incrociate, poiché la combinazione di questi due fenomeni accresce la volatilità complessiva dei portafogli molto più delle attese. La diversificazione dovrebbe proteggere gli investitori dalla volatilità, ma che senso ha detenere molte posizioni in portafoglio se lo spauracchio della volatilità non viene correttamente stimato? L’indice di Sortino, che opera una distinzione tra volatilità acuta e volatilità generale, dev’essere usato più spesso.

Soprattutto, nella costruzione dei portafogli bisogna perseguire un profilo di rischio-rendimento che rispecchi adeguatamente le tendenze comportamentali degli investitori, rammentando che questi ultimi non rimarranno investiti al fine di realizzare il rendimento se la loro tolleranza al rischio non è stata valutata correttamente. In un contesto di bassa crescita ed elevata volatilità l’enfasi si sposta dalla massimizzazione dei rendimenti alla regolarità delle performance. Pur essendo una caratteristica permanente dei mercati finanziari, la volatilità ha minori probabilità di essere lo spauracchio che tutti temiamo se i portafogli sono costruiti con questa consapevolezza.  

Fonte: BondWorld.it


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