DWS : Anche una Federal Reserve più silenziosa e meno interventista ridurrebbe la propria impronta sui mercati solo con estrema cautela.
Punto di vista di Christian Scherrmann, Chief U.S. Economist di DWS
Ciò riflette in parte i cambiamenti degli ultimi decenni nell’architettura finanziaria.
Si assisterà a un “cambio di regime” presso la U.S. Federal Reserve (Fed)? Il candidato alla presidenza della Fed, Kevin Warsh, ha più volte evocato questa possibilità. Tuttavia, anche qualora Warsh venisse confermato, per gli investitori conterebbero meno gli slogan e più le dinamiche operative del bilancio dell’istituto centrale.
Il nostro Chart of the Week mette a confronto le detenzioni di titoli del Tesoro USA da parte della Fed, in percentuale rispetto al totale del mercato, con l’indice dei prezzi al consumo (CPI) statunitense. Gli aumenti più marcati dell’impronta della Fed hanno spesso coinciso con periodi in cui l’inflazione è successivamente divenuta un problema più rilevante – in modo particolarmente evidente negli anni ’70 e nuovamente dopo la pandemia. Ciò non implica che il bilancio della banca centrale “causi” ogni fiammata inflazionistica. Tuttavia, rappresenta uno strumento in grado di amplificare gli effetti già innescati dalla politica fiscale e dagli shock dal lato dell’offerta.
È anche per questo motivo che i mercati guardano con attenzione a Kevin Warsh, da tempo critico nei confronti del quantitative easing (QE) e dell’espansione del bilancio oltre quanto necessario per superare una crisi finanziaria. Come sottolinea Christian Scherrmann, Chief U.S. Economist di DWS, le dichiarazioni passate non giustificano conclusioni affrettate su eventuali futuri cambiamenti di policy. Anche in questo caso, pesano le trasformazioni strutturali intervenute nel funzionamento del sistema finanziario statunitense negli ultimi decenni.
Durante le crisi precedenti, i programmi di acquisto su larga scala di obbligazioni hanno comportato l’acquisto da parte della Fed di titoli di Stato e di altre attività finanziarie, con conseguente espansione del bilancio tramite operazioni di mercato. L’effetto è stato un aumento delle riserve bancarie nel sistema. Ritirando titoli dai portafogli privati, la Fed può esercitare pressioni al ribasso sui rendimenti a più lunga scadenza, allentando le condizioni finanziarie oltre quanto determinato dal solo tasso ufficiale. Ciò può sostenere l’erogazione di credito, i prezzi degli asset e la spesa. Tuttavia, se la domanda aggregata è già robusta e l’offerta è vincolata, l’ulteriore stimolo è più probabile che si traduca in un aumento dei prezzi piuttosto che della produzione.
Attualmente la Fed detiene circa 4.290 miliardi di dollari in Treasury, pari a circa il 14% del debito negoziabile, mentre l’inflazione headline misurata dal CPI si attesta al 2,4% su base annua. “Sotto la guida di Warsh potremmo assistere a una Fed più focalizzata, ad esempio meno incline a fare affidamento sulla forward guidance”, osserva Christian Scherrmann. “Tuttavia, eventuali cambiamenti sarebbero con ogni probabilità incrementali piuttosto che rivoluzionari.”
Nei prossimi mesi riteniamo che la Fed manterrà verosimilmente un approccio attendista, in attesa che l’inflazione assorba pienamente l’impatto dei dazi. In una prospettiva di più lungo periodo, è plausibile attendersi che l’istituto centrale continui a gestire il proprio bilancio con la massima cautela consentita dal contesto, proprio perché l’utilizzo di questo strumento può produrre effetti di ampia portata – spesso imprevedibili e con ritardi difficili da quantificare.
Fonte: InvestmentWorld.it
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