Nonostante i dati confermino un rallentamento dell’economia americana, le ultime pubblicazioni sul mercato del lavoro hanno riacceso il dibattito sulle mosse future della Fed….
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A cura di Pierre Olivier Beffy, Chief Economist di Exane BNP Paribas
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– La fase di volatilità nei mercati valutari dovrebbe continuare, in un contesto caratterizzato da bassi rendimenti, soprattutto in Eurozona
– Il decoupling tra le politiche monetarie dovrebbe spingere alcune Banche Centrali, come la BoE, a rivedere i piani iniziali
Non sempre tutto va secondo i piani. Ad inizio anno pensavamo che il consensus esagerasse nell’aspettarsi, nel corso del primo semestre, un ulteriore deprezzamento, dopo quello registrato nella seconda metà dello scorso anno, di notevole ampiezza dell’euro rispetto al dollaro. Ritenevamo, infatti, che il QE della BCE fosse già stato scontato sui mercati valutari e che la Fed avrebbe aumentato i tassi solo a settembre. Per questo motivo ci aspettavamo un’ulteriore fase di debolezza del cross EURUSD solo dopo maggio, ovvero dopo che i mercati si sarebbero concentrati sul possibile rialzo dei tassi da parte della Fed.
Ma le cose sono andate in modo ben diverso. Il rendimento dei titoli di Stato USA a 2 anni è recentemente aumentato di 25 punti base, mentre quello dei titoli di Stato dei paesi dell’Eurozona è sceso di 5 bp. La reazione del mercato in seguito all’ultima riunione della BCE evidenzia, in primo luogo, come vi fossero ancora alcuni investitori che scommettevano su un rialzo dei rendimenti in Eurozona. In secondo luogo, e fatto ancora più importante, gli ultimi dati sul mercato del lavoro americano hanno comportato un aumento delle aspettative circa un primo rialzo dei tassi da parte della Fed a giugno. I mercati hanno quindi iniziato a porre l’attenzione sull’operato della Fed ben prima di quando ci si aspettasse. Per questo motivo il tasso di cambio EUR-USD è sceso a 1,05 la scorsa settimana.
Quali saranno i prossimi movimenti del tasso di cambio? Secondo i nostri modelli, 1,08 sembra essere un livello ragionevole per il cambio EURUSD. Ai livelli attuali l’euro, in termini effettivi reali, è superiore del 10% circa rispetto ai minimi storici toccati nell’ottobre del 2000. Sebbene sia probabile che il nostro target iniziale di 1,15 ad orizzonte fine anno venga rivisto al ribasso, ormai dovremmo aver assistito alla maggior parte del deprezzamento. Ciò non significa che il cambio EUR/USD non possa essere volatile. Ad esempio, la prossima settimana, come atteso da tutti, la Fed dovrebbe abbandonare l’aggettivo “paziente” nella sua forward guidance, una decisione che dovrebbe far ulteriormente aumentare le aspettative su un rialzo dei tassi a giugno. È perciò possibile attendersi, nel brevissimo termine, un’ulteriore spinta ribassista sul tasso di cambio.
Ma se le nostre aspettative si rivelassero corrette e la Fed decidesse di rimandare il rialzo dei tassi a settembre, l’Euro potrebbe invertire temporaneamente (a giugno per esempio) la rotta. La Fed ha infatti ancora buoni motivi per restare prudente: situazione occupazionale a parte, i dati USA hanno subito un rallentamento e le prospettive di inflazione rimangono incerte. Sebbene la Fed continuerà a non precludersi l’opzione di un rialzo dei tassi a giugno, riteniamo che un Comitato prudente potrebbe voler aspettare fino a settembre, in modo da essere certo che l’attuale fase sia solo un momento di temporanea debolezza.
Il decoupling tra le politiche monetarie sulle due sponde dell’Atlantico rappresenta inoltre un evidente punto di svolta per i mercati obbligazionari. Storicamente, i rendimenti sovrani dell’Eurozona seguono l’andamento dei rendimenti dei titoli del Tesoro USA. Ma l’azione decisa della BCE, congiuntamente ad un significativo surplus delle partite correnti, sta proteggendo l’Eurozona dalle decisioni di politica monetaria dei paesi esteri, Stati Uniti in primis. La relazione tra rendimenti europei e americani potrebbe ora invertirsi in quanto l’eccesso di risparmio dell’Eurozona potrebbe calmierare i rendimenti a lungo termine dei titoli sovrani USA. Ciò significa anche che il processo di appiattimento della curva dei rendimenti americani potrebbe essere più veloce di quanto gli investitori si aspettino.
Per concludere, il decoupling tra le politiche monetarie in USA ed Eurozona rafforza la view dei nostri strategist in merito ad una sovraperformance dei mercati azionari europei. Il verificarsi congiunto di un calo dei rendimenti e di un miglioramento dei dati economici rappresenta un ottimo cocktail. La fase di elevata volatilità dei mercati valutari non è certamente giunta ad una conclusione.
A breve termine, i movimenti significativi del tasso di cambio non sono così dannosi per l’economia globale. Tuttavia si iniziano a vedere le prime conseguenze economiche negative per i paesi emergenti, che sono ancora indietro nel processo di easing quantitativo. Negli Stati Uniti, il calo del prezzo del petrolio sta ammortizzando il peggioramento delle condizioni finanziarie e, dato che l’economia statunitense non è completamente aperta, una domanda interna così forte può temporaneamente compensare il deterioramento della competitività dei costi. Il Regno Unito, un’economia particolarmente aperta la cui valuta si sta apprezzamento in modo significativo, rappresenta un caso interessante. Sebbene il mercato nutra già delle elevate aspettative inflazionistiche, nel Regno Unito l’inflazione core e headline rimangono basse e l’apprezzamento della sterlina potrebbe danneggiare l’economia interna più di quanto atteso dai mercati. Non ci ha quindi colto di sorpresa l’avvertimento di Carney su un ulteriore rinvio del rialzo dei tassi.
Fonte: BONDWorld.it
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