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Fed: importanti novità in arrivo entro gennaio

La riunione di dicembre del FOMC probabilmente preparerà una rivoluzione nella comunicazione
della Fed, che dovrebbe entrare in vigore a gennaio …


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con la pubblicazione delle prossime proiezioni macroeconomiche. Le linee di innovazione previste sono: 1) indicazioni numeriche degli obiettivi della politica monetaria su inflazione e disoccupazione; 2) pubblicazione del sentiero dei fed funds sottostante le proiezioni macro; 3) indicazioni degli strumenti da utilizzare per raggiungere gli obiettivi. L’effetto dovrebbe essere una riduzione delle aspettative sui tassi a breve fra il 2013 e il 2014 e la preparazione per un eventuale programma QE3.

La riunione del FOMC del 13 dicembre si avvicina. Alla riunione di dicembre si dovrebbero dare indicazioni di profonde novità in arrivo con la pubblicazione delle proiezioni macroeconomiche a gennaio. Le probabili modifiche alla comunicazione erano state segnalate già da molti mesi e nei verbali dell’ultima riunione si erano aggiunte nuove informazioni. E’ probabile che a dicembre si annunci che dalla riunione di gennaio la comunicazione diventerà molto più trasparente.

I due temi dibattuti a novembre restano centrali anche questo mese: 1) la comunicazione e 2) le condizioni per un eventuale nuovo stimolo, da attuare probabilmente attraverso un programma a sostegno del mercato immobiliare residenziale tramite acquisti di MBS. La discussione emersa dai verbali di novembre segnalava una sequenza preferita per nuovi interventi: prima sarebbe opportuna maggiore chiarezza riguardo all’azione del FOMC attraverso una comunicazione più trasparente sulla funzione di reazione della Fed; poi, con un terreno meglio preparato, se opportuno, si sarebbe potuto procedere a nuovi interventi espansivi. Il punto cruciale per la strategia di politica monetaria dei prossimi trimestri rimane lo scenario congiunturale, gravato secondo il FOMC da significativi e crescenti rischi verso il basso, su cui pesa anche il grande punto interrogativo della politica fiscale nel 2012.

1. Comunicazione: la Fed vuole chiarire le condizioni che guidano la sua azione
La comunicazione potrebbe essere modificata lungo tre linee di innovazione: 1) indicazioni numeriche degli obiettivi della politica monetaria su inflazione e disoccupazione; 2) pubblicazione del sentiero dei fed funds sottostante le proiezioni macro, come fa per esempio la Riksbank; 3) indicazioni degli strumenti da utilizzare per raggiungere gli obiettivi. Il punto 1) darebbe informazioni sulla funzione di reazione della Fed in termini del suo doppio mandato su inflazione e occupazione, definiti in modo esplicito all’interno di intervalli numerici; la pubblicazione del sentiero atteso dei tassi di intervento, come fa già la Riksbank, chiarirebbe meglio le proiezioni macro. Le informazioni verrebbero diffuse attraverso la pubblicazione di un comunicato in cui si evidenziano i due obiettivi della politica monetaria, con l’inflazione vicina al 2% e il tasso di disoccupazione in un intervallo compreso fra il 5 e il 6%. Potrebbero essere ampliate le informazioni diffuse con le proiezioni macroeconomiche, con il sentiero dei tassi ufficiali sottostante lo scenario macroeconomico. Il comunicato potrebbe anche includere informazioni riguardo agli strumenti che la Fed potrebbe utilizzare per raggiungere gli obiettivi indicati. Come ha affermato la settimana scorsa Yellen (Board), l’obiettivo è fornire “ulteriore stimolo attraverso una migliore guida sul sentiero del tasso sui fed funds”. Se il nuovo comunicato dovesse essere pubblicato a gennaio, si avrebbero due conseguenze. Di sicuro, le aspettative sui tassi a breve incorporerebbero tassi fermi almeno fino a fine 2014; la seconda implicazione è la preparazione per un eventuale nuovo programma di acquisto titoli.

La riunione di dicembre rappresenterebbe così una “tappa intermedia” preparatoria. I verbali di novembre riportavano che una “maggioranza” dei partecipanti era favorevole a pubblicare un comunicato in cui venga chiarito “l’approccio di policy del Comitato”. Inoltre “i partecipanti” erano interessati a dare ulteriore informazioni sul sentiero futuro del tasso sui Fed funds.
Il terreno è ormai pronto per maggiore trasparenza della comunicazione. L’introduzione ad agosto di un orizzonte temporale preciso per ancorare i tassi di intervento (“fino almeno a metà 2013”) è stato un passo molto anomalo e vi è un consenso diffuso per rendere esplicita la condizionalità dell’azione della Fed. Il nuovo formato di comunicazione potrebbe “chiarificare la condizionalità della traiettoria del tasso sui fed funds attraverso la definizione di soglie numeriche per disoccupazione e inflazione che giustificherebbero livelli eccezionalmente bassi per il tasso di policy”. Queste indicazioni richiederebbero però anche “una espressione chiara” degli obiettivi di lungo termine del Comitato, resa difficile dall’incertezza riguardo alla stima del tasso di disoccupazione “normale”. La difficoltà insita nel tema degli obiettivi espliciti rimane un freno che rallenta il processo di aumento della trasparenza nella comunicazione della Fed.

Se si troverà un compromesso riguardo agli obiettivi di lungo termine, un’opzione concreta potrebbe ricalcare la proposta avanzata da C. Evans, presidente della Chicago Fed. In questa proposta si indicherebbero le condizioni per tassi eccezionalmente bassi in base alla distanza del tasso di disoccupazione da un livello (6,5-7%) comunque chiaramente al di sopra della stima di equilibrio, sempre che l’inflazione rimanga all’interno di un range anch’esso vicino al mandato della Fed sulla stabilità dei prezzi. Questa specificazione implicherebbe quindi tassi fermi fino a quando il tasso di disoccupazione non si avvicinerà al livello fissato (6,5-7%, a fronte di stime del NAIRU fra 5,2 e 6%) purché il tasso di inflazione resti al di sotto del 3%. Con una regola definita
all’incirca così, il sentiero del tasso sui fed funds sarebbe fermo a zero più a lungo di quanto specificato ora dal comunicato del FOMC: il tasso di disoccupazione nelle proiezioni della Fed non si avvicinerà al 7% prima di fine 2014 (proiezioni Fed: per fine 2014: 6,8-7,7%). In un discorso del 1° dicembre, Bullard (St Louis Fed) ha detto che non è opportuno determinare la politica monetaria in base al calendario e la Fed deve affrontare il nodo dell’impegno sulle date in futuro. La modifica alla comunicazione è solo questione di tempo e dovrebbe essere affrontata esplicitamente entro, al più tardi, gennaio. Se, come appare probabile, a dicembre si annuncerà la predisposizione di un comunicato che lega il sentiero di politica monetaria al livello di disoccupazione e inflazione, si avrebbe un ulteriore abbassamento del tratto breve della curva ancorando i tassi di intervento a zero fino a fine 2014.

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2. Nuovo stimolo monetario: “it’s the economy, stupid!”
Al di là della strategia di comunicazione, quello che conta davvero per prevedere il comportamento della Fed nel prossimo semestre resta fondamentalmente l’evoluzione congiunturale. Il miglioramento dei dati economici visto nell’ultimo mese è tornato a spingere i “falchi” verso posizioni più rigide riguardo alla necessità di ulteriore stimolo monetario, mentre le colombe restano inclini a sostenere nuovi interventi. Riteniamo però che lo scenario sia invariato: la crescita attesa per il 2012, di poco superiore al 2%, è coerente con una crescita dioccupati intorno a 100 mila al mese. Una dinamica dell’occupazione su questi livelli non è sufficiente a determinare un calo significativo della disoccupazione, e implica un persistente peggioramento della disoccupazione a lungo termine. Questo è il focus su cui verrà impostata la politica monetaria nel 2012: con il tasso di disoccupazione compreso fra l’8,5 e il 9% manteniamo la previsione che la Fed introduca un programma QE3 su MBS nel 1° trimestre.

I dati recenti sono stati migliori delle attese e hanno confermato le previsioni di chi, come noi, riteneva improbabile un double dip. Consumi e investimenti stanno già crescendo a ritmi coerenti con un andamento relativamente positivo della congiuntura nel 2012, spinti dalla domanda compressa degli ultimi anni (per esempio, settore auto per le famiglie, macchinari e software per le imprese). Questo graduale “scongelamento” della domanda si vede nei dati congiunturali, che da settembre hanno sorpreso verso l’alto in tutti i comparti. In particolare, l’employment report di novembre ha visto un calo del tasso di disoccupazione a 8,6% da 9%: è un segnale di accelerazione del miglioramento del mercato del lavoro, che potrebbe modificare le previsioni di politica monetaria? Le informazioni complessive del rapporto segnalano ancora graduale crescita, non accelerazione (vedi grafici qui sotto). La forza lavoro è circa invariata nei 12 mesi a novembre 2011, il tasso di partecipazione è sceso di 2 decimi su base mensile e l’occupazione è in aumento di 1,2% a/a sia con l’indagine presso le famiglie sia con l’indagine presso le imprese. Anche tenendo conto del rallentamento della partecipazione per i noti motivi demografici, la crescita della forza lavoro è prevista dal CBO in aumento di almeno 0,8-1,0% a/a. In questo scenario, una ripresa della forza lavoro collegata a fattori ciclici modererà il calo della disoccupazione associato a una dinamica occupazionale compresa fra l’1% e l’1,5% a/a prevista per il 2012. A meno di una netta accelerazione della crescita dell’occupazione, per ora improbabile, non ci sono le condizioni per un rapido e duraturo calo della disoccupazione nei prossimi anni, come appare anche dalle proiezioni macroeconomiche della Fed, che vede la disoccupazione intorno all’8% ancora a fine 2014.

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Per avere incrementi degli occupati più rapidi, occorrerebbe una crescita del PIL al di sopra del range previsto, compreso fra il 2 e il 2,5%. In questa ripresa manca una componente cruciale della domanda, gli investimenti residenziali. Questa voce è chiaramente la ruota mancante per fare viaggiare l’economia americana ai ritmi “normali”: gli investimenti residenziali a metà 2011 erano pari al 2,2% del PIL, contro una media del 4,7% dal 1947 al 2011. Se gli investimenti residenziali fossero sulla media storica in termini di PIL, il PIL sarebbe più alto di circa il 2,5%. La politica fiscale sta cercando di sbloccare il settore con una revisione del programma HARP (Home Affordable Refinancing Program) aperto nel 2009 per ridurre i pignoramenti attraverso un sostegno ai rifinanziamenti dei mutui, ma gli effetti attesi dal programma sono modesti.
Manteniamo pertanto una previsione di crescita vicina al 2,2%, anche per via di una probabile moderata restrizione fiscale della domanda finale domestica.
Il trend dell’inflazione è previsto in rallentamento dal FOMC e le indicazioni attuali sono coerenti con uno scenario di stabilità dei prezzi nel prossimo biennio: in assenza di accelerazione significativa della crescita, l’inflazione non sarebbe un freno a un programma QE3.

3. Conclusioni
Le condizioni macroeconomiche nel prossimo biennio, pur essendo in miglioramento soprattutto rispetto alla prima metà del 2011, non dovrebbero ridurre rapidamente la disoccupazione.
Rimane pertanto aperta la porta per un programma QE3, con misure mirate a spingere il settore immobiliare, da attuare nel 1° trimestre 2012 attraverso acquisti di MBS. La nuova strategia di comunicazione del FOMC dovrebbe comunque portare ad aspettative di tasso sui fed funds fermo almeno fino a fine 2014.

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Fonte: Intesa San Paolo Spa


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Comunicazioni importanti

La presente pubblicazione è stata redatta da Intesa Sanpaolo S.p.A. Le informazioni qui contenute sono state ricavate da fonti ritenute da Intesa Sanpaolo S.p.A. affidabili, ma non sono necessariamente complete, e l’accuratezza delle stesse non può essere in alcun modo garantita. La presente pubblicazione viene a Voi fornita per meri fini di informazione ed illustrazione, ed a titolo meramente indicativo, non costituendo pertanto la stessa in alcun modo una proposta di conclusione di contratto o una sollecitazione all’acquisto o alla vendita di qualsiasi strumento finanziario. Il documento può essere riprodotto in tutto o in parte solo citando il nome Intesa Sanpaolo S.p.A.

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I market mover della settimana

Nell’area euro, sono attesi i dati sulla produzione industriale in Italia, Francia e nell’intera Eurozona (che dovrebbero mostrare un rallentamento nel mese di marzo). Ma soprattutto alla fine della settimana è in calendario la lettura preliminare dei dati di contabilità nazionale del 1° trimestre: quasi ovunque si vedrà un rafforzamento del ciclo, particolarmente evidente in Germania e Francia, mentre la crescita del PIL dovrebbe attestarsi solo poco sopra lo zero in Italia e Spagna; ancora attanagliati dalla crisi resteranno i paesi minori della periferia.

La settimana è densa di market mover negli Stati Uniti. I dati sui prezzi di aprile confermeranno le forti pressioni verso l’alto sugli indici headline di CPI, PPI e prezzi all’import dovuti ai rincari delle materie prime. Le vendite al dettaglio sempre di aprile saranno in parte gonfiate da effetti prezzo. La fiducia delle famiglie dovrebbe riprendersi lievemente per il secondo mese consecutivo a maggio, dopo che a marzo era stato toccato un minimo da novembre del 2009.

Infine, la bilancia commerciale di aprile dovrebbe registrare un altro allargamento del deficit.

Martedì 10 maggio

Area euro

Francia. La produzione industriale è vista in rallentamento a 0,3% m/m a marzo (dopo lo 0,4% m/m di febbraio). L’output risulterebbe così in crescita di un robusto 2,1% t/t (dall’1% t/t di 3 mesi prima) e di 4,6% a/a (in lieve rallentamento da 5,6% a/a di febbraio). Le indagini congiunturali segnalano un prosieguo del trend di ripresa nei prossimi mesi.

Italia. La produzione industriale è vista ancora in aumento a marzo, stimiamo di almeno 0,7% m/m (la metà del ritmo di crescita visto a febbraio). Su base annua l’output (dopo il 2,3% a/a registrato a febbraio) rallenterebbe a 1,6% per effetto del minor numero di giorni lavorativi,ma, se corretto per quest’effetto, accelererebbe a 3,9% (massimo nell’anno). Sul trimestre pesa ancora la brusca contrazione di gennaio, che fa sì che per la media dei primi tre mesi dell’anno la produzione risulti in pratica stagnante; tuttavia, è in vista un forte recupero nel trimestre in corso.

Stati Uniti

I prezzi all’import ad aprile sono visti ancora in crescita ma in rallentamento rispetto a marzo, a +1,5% m/m da +2,7% m/m precedente. Ancora una volta l’aumento del prezzo del petrolio importato (stimiamo di +4,2% m/m) spiegherà gran parte dei prezzi all’import, che al netto di tale fattore crescerebbero della metà (0,7% m/m). Su base annua i prezzi all’import accelererebbero a 10,1% da 9,7% a/a. I prezzi all’export sono visti in rallentamento a 0,5% m/m (da 1,5% m/m precedente) e a 8,9% a/a (da 9,5% a/a di marzo).

Mercoledì 11 maggio

Stati Uniti

Il deficit della bilancia commerciale a marzo dovrebbe allargarsi a 47 miliardi di dollari, da 45,8 miliardi di febbraio, per via principalmente di un aumento dei prezzi all’import (+2,7% m/m) connesso ai rincari energetici (petrolio importato +10,5% m/m), a fronte di rialzi più moderati

dei prezzi alle esportazioni (+1,5% m/m).

Giovedì 12 maggio

Area euro

Francia. Ad aprile, i prezzi al consumo sono visti in crescita di 0,2% m/m (con qualche rischio verso l’alto), dopo lo 0,8% m/m di marzo (0,9% m/m armonizzato). L’inflazione dovrebbe rimanere al 2% a/a sulla misura nazionale, mentre potrebbe scendere di un decimo al 2,1% a/a sull’armonizzato. L’aumento dei prezzi sarebbe trainato ancora dai rincari di energia ed alimentari, mentre il CPI core potrebbe aumentare di appena un decimo nel mese e rimanere su livelli del tutto contenuti (appena sopra l’1%) su base annua.

La produzione industriale roduzione nell’area euro potrebbe essere aumentata di 0,2% m/m a marzo dopo lo 0,5% m/m di febbraio. Sarebbe il sesto mese consecutivo di aumento. L’output

manterrebbe un buon ritmo di crescita nel trimestre, sia pur rallentando a 1,2% t/t da 1,9% t/t di fine 2010. Sull’anno la produzione rallenterebbe a 6% dopo il 7,5% del mese precedente. Le indagini congiunturali segnalano il mantenimento di una buona impostazione dell’output anche per i prossimi mesi.

Stati Uniti

Le vendite al dettaglio di aprile sono previste in aumento di 0,5% m/m, dopo lo 0,4% m/m di marzo. Sarebbe il decimo mese consecutivo di aumento. Al netto delle auto, le vendite potrebbero salire di 0,7% m/m dopo lo 0,8% m/m di marzo. I dati delle vendite settimanali sono misti, con indicazioni positive da Redbook (+1,3% m/m) e negative da ICSC (-0,8% m/m). In ogni caso, l’incremento delle vendite previsto per aprile sarà almeno in parte gonfiato dall’effetto-prezzo.

Il PPI ad aprile è visto in crescita di 0,8% m/m, dopo lo 0,7% m/m di marzo. Il PPI core dovrebbe aumentare di 0,3% m/m, come a marzo. L’energia continuerà a spiegare gran parte dei rincari, con un 2% atteso dopo il 2,6% di marzo. Il prezzo dei beni intermedi potrebbe continuare in un trend di rallentamento, a 1% m/m dopo l’1,5% m/m di marzo. Il prezzo delle materie prime è visto tornare a salire dopo il calo (-0,5% m/m) registrato a marzo.

Venerdì 13 maggio

Area euro

Le stime preliminari sulla crescita del PIL nel 1° trimestre 2011 dovrebbero mostrare quasi ovunque un rafforzamento del ciclo rispetto a fine 2010. La crescita più brillante dovrebbe essere messa a segno dalla Germania (nostra stima: +1% t/t; +4,4% a/a), spinta non solo dal recupero delle costruzioni dopo il crollo di fine 2010 legato alle condizioni meteo, ma anche da un “genuino” recupero per gli investimenti in macchinari e da un export sempre vivace. Anche la Francia dovrebbe esibire un ottimo ritmo di sviluppo (stimiamo un +0,8% t/t; +2% a/a), grazie a un’accelerazione degli investimenti delle imprese e a un’inversione dell’eccezionale impatto negativo delle scorte visto il trimestre precedente (e nonostante un probabile rallentamento dei consumi delle famiglie). Meno brillante il PIL in Italia e Spagna (stimiamo uno 0,2% t/t per entrambe, con qualche rischio al ribasso specie nel caso iberico).

Quasi pleonastico ricordare i rischi verso il basso sui paesi attanagliati da crisi strutturali (Grecia, Portogallo, Irlanda). In ogni caso, trainato dai paesi maggiori, il PIL area euro potrebbe salire di 0,7% t/t (dopo lo 0,3% t/t dei due trimestri precedenti), per un’accelerazione su base annua a 2,3% dal 2% di fine 2010.

Stati Uniti

Il CPI a marzo è atteso in aumento di 0,6% m/m, dopo lo 0,5% m/m di febbraio. Il CPI core dovrebbe registrare un incremento di appena un decimo come il mese precedente. L’inflazione annua salirebbe a 3,1% headline (da 2,7% di febbraio) e a 1,3% ex food and energy (da 1,2% precedente). Nel mese, l’energia dovrebbe vedere un’accelerazione a 4,6% m/m, spinta dal +7,6% m/m della benzina. I prezzi potrebbero scendere per il terzo mese consecutivo nell’abbigliamento; l’istruzione è vista mantenere una dinamica sostenuta (+0,4% m/m); gli affitti figurativi manterranno il ritmo di un decimo visto nei sei mesi precedenti.

La fiducia delle famiglie rilevata dall’Univ. of Michigan a maggio (preliminare) dovrebbe mostrare una (modesta) ripresa per il secondo mese consecutivo, a 70,2 da 69,8 di aprile (dopo il crollo di marzo a 67,5). Saranno molto importanti i dati sulle aspettative di inflazione, che hanno assunto crescente importanza nella retorica della Fed: ad aprile le aspettative a 1 anno erano rimaste al 4,6% (massimo da agosto 2008), quelle a 5 anni erano scese a 2,9% (da 3,2% di marzo che rappresentava un massimo anch’esso dall’agosto del 2008).


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