Flash i dati importanti della giornata

Flash: Negli Stati Uniti il focus della settimana sarà sull’inflazione

Nell’area euro il focus sarà sui verbali dell’ultima riunione BCE che faranno luce sulla distribuzione dei consensi a favore delle decisioni prese sulla fine del QE….

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Sul fronte dei dati, in Germania l’indice ZEW è atteso ancora in calo a giugno sulla scia dell’andamento fiacco dell’azionario; notizie poco incoraggianti giungono sia dal fronte interno (crisi Merkel-Seehofer) che da quello esterno (minaccia di introduzione dei dazi sull’auto). I dati di produzione industriale di maggio dovrebbero mostrare un recupero di 1,3% m/m nella media area euro, di 0,6% m/m in Francia e di 0,8% m/m in Italia. Le seconde stime dovrebbero confermare l’inflazione in aumento di due decimi a giugno in Spagna al 2,3%, di un decimo in Francia al 2,4% ma in calo di un decimo in Germania al 2,1%.

Negli Stati Uniti il focus della settimana sarà sull’inflazione. I dati di giugno dovrebbero mostrare moderate variazioni per il CPI, il PPI e i prezzi all’import, con trend in moderato rialzo, ma ancora contenuti. L’indagine sulla fiducia dei consumatori sarà rilevante per le aspettative di inflazione, dopo che a giugno si è visto un aumento sia sull’orizzonte a 1 anno sia su quello a 5-10 anni.

Ieri sui mercati

Regno Unito. Il governo ha annunciato di aver raggiunto una posizione condivisa sulla proposta per la gestione dei rapporti tra UE e Regno Unito dopo il periodo transitorio. La proposta prevede la costituzione di un’area di libero scambio senza controlli di frontiera, il cosiddetto Facilitated Customs Arrangement. Il Regno Unito manterrebbe la possibilità di negoziare accordi di libero scambio con paesi terzi ma, grazie a sistemi tecnici non ancora disponibili, applicherebbe i dazi UE alle merci in transito verso quest’ultima, e viceversa. Il Regno Unito si impegnerebbe a mantenere l’allineamento normativo con l’UE su tutte le merci, e a far sì che i tribunali inglesi tengano in debito conto i pronunciamenti della Corte Europea di Giustizia, nelle aree ove è previsto che rimanga l’allineamento normativo.  La dichiarazione del 6 luglio riconosce che l’attuale livello di accesso ai rispettivi mercati dei servizi non sarà mantenuto dopo il periodo transitorio, e quindi formalizza la rinuncia al principio del mutuo riconoscimento che fino a poco tempo fa il governo britannico e la BoE continuavano a propugnare, nonostante la ferma posizione contraria dell’UE.  Non è affatto scontato che la proposta del governo inglese sia accettabile per l’Unione Europea: infatti, la proposta consentirebbe al Regno Unito di accedere al mercato unico per le merci su termini più favorevoli rispetto a quelli concessi ad altri paesi confinanti, e implica il superamento delle ‘linee rosse’ fissate dal Consiglio Europeo all’inizio del negoziato sull’indivisibilità del mercato unico. Il rischio è che le soluzioni tecniche necessarie non siano mai trovate o si rivelino troppo costose da implementare. In tal caso, il Regno Unito sarebbe obbligato a chiedere un’estensione del periodo transitorio, e quindi a rinviare gli effetti dell’uscita dall’UE. Anche per rispondere alle critiche di chi lamenta che tale posizione lascia il Regno Unito senza potere negoziale, la dichiarazione segnala che saranno accelerati i preparativi per l’eventualità che non sia raggiunto alcun accordo e che il Regno Unito esca dall’UE senza periodo transitorio il 29 marzo 2019.  Gli oltranzisti pro-Brexit inizialmente non hanno avuto il coraggio di confermare il proprio dissenso. Tuttavia, nelle ore successive il ministro per la Brexit, Davis, ha annunciato le proprie dimissioni e altre defezioni potrebbero seguire nei prossimi giorni.

Stati Uniti. Venerdì 6 luglio sono entrati in vigore nuovi dazi del 25% su 34mld di dollari di importazioni americane dalla Cina, a cui la Cina ha risposto con nuovi dazi analoghi in percentuale e dimensione su importazioni dagli USA. L’amministrazione Trump ha comunicato che entro due settimane entreranno in vigore dazi del 25% su altri 16 mld di importazioni dalla Cina, e la Cina ha già indicato che risponderà in misura corrispondente. La settimana scorsa il presidente Trump ha ribadito la minaccia di altri dazi del 25% su 200 mld di dollari di importazioni dalla Cina a cui potrebbero seguire misure su altri 300 mld di dollari di import, per un totale possibile di 550 mld di dollari (fino alla settimana scorsa, l’annuncio era di misure su un massimo di 450 mld). Le importazioni USA dalla Cina nel 2017 erano pari a circa 500 mld di dollari, contro 130 mld circa di esportazioni USA verso la Cina. Secondo stime di Moody’s, se entrassero in vigore tutte le nuove misure annunciate (incluse quelle sulle importazioni americane di auto e parti) con ritorsioni dagli altri paesi, l’effetto di riduzione della crescita USA potrebbe essere compreso fra -0,5% e 1,3%. Anche la Russia ha annunciato ritorsioni contro i dazi su acciaio e alluminio imposti dagli USA, con misure su circa 90 mln di dollari, dopo le misure attuate da Canada, Messico e UE. Anche se si cominciano a riportare effetti su diversi settori dell’economia americana (agricoltura, manifatturiero), la fase di solida espansione maschera i costi dei nuovi dazi e riduce la volontà dell’amministrazione USA di far seguire agli interventi sui dazi l’apertura di tavoli negoziali per rivedere gli accordi commerciali. La guerra dei dazi potrebbe così diventare più profonda e generare diffuso rallentamento della crescita nel 2019-20, quando negli stati Uniti verranno meno gli effetti dello stimolo fiscale e la politica monetaria si avvicinerà a una fase restrittiva.   

Stati Uniti. L’ employment report di giugno è ancora una volta positivo. Gli occupati non agricoli aumentano di 213 mila, e i dati dei due mesi precedenti sono rivisti verso l’alto di +37 mila. L’occupazione è in rialzo diffuso fra i settori: manifatturiero +36 mila (al di sopra della media a 3 mesi di 28 mila), costruzioni, +13 mila, servizi privati +148 mila. In quest’ultimo segmento, si nota il calo nel commercio al dettaglio (-22 mila), resta solida la crescita di posti nella sanità e istruzione (+54 mila), nell’ospitalità e tempo libero (+25 mila) e nei servizi alle imprese (+50 mila). Gli occupati nel settore pubblico sono in aumento di 11 mila unità. L’occupazione rilevata con l’indagine presso le famiglie cresce di 102 mila (media a 3 mesi:133 mila) e la forza lavoro registra un’ampia variazione, +601 mila, dopo due mesi deboli (media a 3 mesi: 126 mila). Con il tasso di partecipazione in rialzo di 2 decimi, a 62,9% da 62,7% di maggio, il tasso di disoccupazione aumenta a 4%, da 3,8% di maggio, ma rimane ampiamente al di sotto della stima di più lungo termine della Fed (4,5%). Il tasso di disoccupazione allargato a individui scoraggiati e lavoratori part-time per motivi economici risale a 7,8% da 7,6%, ma si mantiene sui minimi da luglio 2001.Le ore lavorate crescono di 0,2% m/m, e puntano a un dato positivo per la produzione industriale di giugno. I salari orari sono in rialzo di 0,2% m/m (2,7% m/m), dopo + 0,3% m/m di maggio. I dati sui flussi del mercato del lavoro mostrano un’accelerazione del tasso di dimissioni volontarie, che preludono ad assunzioni con salari più elevati. I dati sono in linea con il quadro già noto di solido aumento della domanda sul mercato del lavoro e non modificano l’aspettativa di ulteriori graduali rialzi dei tassi.  

La valutazione delle informazioni dell’ employment report è decisamente positiva e dovrebbe ridurre i timori del FOMC di un eccessivo surriscaldamento del mercato del lavoro. Infatti, mentre i nuovi posti aumentano a un ritmo sempre solido, in media intorno a 200 mila al mese, la forza lavoro rimane in crescita, con un benvenuto incremento ciclico della partecipazione. Per questo il rialzo del tasso di disoccupazione va letto in modo molto positivo. Per quanto riguarda la dinamica dei salari sempre molto moderata, è probabile che l’effetto di “ringiovanimento netto” degli occupati (dovuto all’uscita di baby boomers, controbilanciata da nuovi lavoratori giovani con salari più bassi) prevalga su quello legato al rialzo del tasso di dimissioni volontarie, che dovrebbe essere accompagnato da salari più elevati. Pertanto l’ employment report di giugno dà indicazioni in linea con il proseguimento del sentiero di graduali rialzi dei tassi indicato dal FOMC nelle ultime proiezioni.

Italia. Le vendite al dettaglio sono salite di +0,8% m/m a maggio (+0,9% m/m in volume), dopo la flessione dei due mesi precedenti. La variazione tendenziale è tornata in territorio positivo a +0,4% a -4,6% precedente (che era viziato dalla diversa collocazione della Pasqua). Il progresso su base annua è dovuto unicamente agli alimentari (+2,3%), su cui incide la dinamica dei prezzi (+1,9%): infatti, le vendite totali in volume restano in negativo (-0,2% a/a). Nei dati tendenziali in valore, torna a crescere la grande distribuzione (+1,8%, discount di alimentari +4,7%) e prosegue il boom del commercio elettronico (+13,9%). L’unico gruppo di prodotti non alimentari che mostra un significativo incremento delle vendite su base annua è quello degli elettrodomestici (+1,7%), mentre il comparto maggiormente in rosso si conferma quello della cartoleria, libri, giornali e riviste (-3,9%).

Fonte: BONDWorld.it


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