Flossbach von Storch Quando l’inflazione scende. Anche se il peggio sembra passato non significa che sia in arrivo un grande rally azionario. La selezione dei titoli resta fondamentale
A cura di Bert Flossbach, co-fondatore di Flossbach von Storch
L’argomento dominante sui mercati dei capitali continua ad essere l’andamento dell’inflazione e il suo impatto sulla politica delle banche centrali. Lentamente ci stiamo lasciando alle spalle i picchi dei tassi d’inflazione annuali. Negli Stati Uniti i prezzi al consumo sono aumentati del 6,4% a gennaio, dopo un dato ancora intorno al 9% a giugno dello scorso anno.
C’è speranza, almeno a prima vista. I prezzi dell’energia, ad esempio, potrebbero scendere sotto il livello dell’anno precedente già nei prossimi mesi. Se da un lato questo effetto base deprime il tasso d’inflazione “primario”, dall’altro lato il tasso “core” (cioè esclusi generi alimentari ed energia), che rappresenta l’indicatore più osservato dalle banche centrali, si aggira al momento attorno al 6% negli Stati Uniti e al 5% nell’Eurozona e sarà probabilmente più persistente a causa della forte dinamica salariale. Lo conferma il desiderio dei lavoratori di veder compensata la perdita di potere d’acquisto dovuta all’inflazione – in Germania i salari reali sono diminuiti del 4,1% nel 2022 rispetto al 2021.
Inoltre, gli sviluppi demografici – soprattutto nell’Eurozona – aggravano la dilagante carenza di manodopera sul mercato del lavoro, dal quale ogni anno escono sempre più persone di quante ne entrino. E non è tutto: ci sono altri fattori che sembrano alimentare il carovita. Uno è il percorso di transizione verso la cosiddetta “economia verde”, che causerà un’impennata dei costi nei prossimi anni. Allo stesso modo, gli sforzi di molte aziende per rendere più resilienti le proprie catene di approvvigionamento faranno verosimilmente lievitare costi e prezzi.
È evidente quindi che non ci libereremo tanto presto del problema inflazione. E nemmeno delle politiche monetarie più restrittive, che prevedono un aumento dei tassi d’interesse e un ulteriore ritiro della liquidità, ad esempio ridimensionando i bilanci delle banche centrali con la revoca degli acquisti di obbligazioni.
Anche se il peggio per i mercati azionari sembrerebbe già passato e le valutazioni sono scese, non significa necessariamente che inizierà una nuova e vigorosa fase rialzista. I tassi d’interesse più elevati, infatti, non hanno solo ridotto il margine di valutazione delle azioni. Anche se la Fed dovesse interrompere presto il suo ciclo di inasprimento monetario, il livello raggiunto dai tassi d’interesse di riferimento peserà sullo sviluppo economico complessivo.
Fino ad allora, i mercati azionari e obbligazionari saranno probabilmente esposti a “un’altalena di emozioni”, tra un report sull’inflazione e l’altro e una riunione e l’altra delle banche centrali. Quest’anno la selezione dei singoli titoli (ovvero quali acquistare o vendere) rimarrà di particolare importanza per gli investitori. In un’ottica di lungo termine, le azioni delle società che riusciranno a imporre prezzi più elevati senza compromettere gravemente il fatturato potrebbero addirittura beneficiare delle attuali fiammate inflazionistiche. Infatti, con l’inflazione non aumentano solo le vendite nominali, ma anche gli utili nominali. Il che, in definitiva, fa salire anche i prezzi nominali delle azioni.
Fonte: AdvisorWorld.it
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