Beffy Pierre Olivier

“Forward guidance, il problema è la credibilità”

Ampio ricorso alla forward guidance da parte delle banche centrali dei paesi sviluppati
Ma la credibilità di tale strumento è in calo
Il rischio è che i tassi statunitensi siano nel Q2 ad un livello superiore alle attuali stime …

 

Pierre Olivier Beffy, Chief Economist di Exane BNP Paribas


… mentre la BCE potrebbe deludere il mercato nel breve termine

Possiamo dire che la “forward guidance” sembrava un’ottima cosa quando venne lanciata! Ricordiamo che questo era il termine utilizzato dai banchieri centrali per rassicurare i mercati e le società che i tassi di interesse sarebbero rimasti bassi al verificarsi dei primi segnali di ripresa economica. Probabilmente, l’introduzione della “forward guidance” è stata inizialmente un modo efficace per mettere ulteriori pressioni al ribasso sui tassi sovrani a lungo a termine e, quindi, per rendere ancora più accomodanti le condizioni finanziarie.

Ma prima, cominciamo con un po’ di genealogia. La forward guidance nacque in seno alla Bank of Canada nell’aprile del 2009, quando l’organismo assunse l’impegno di mantenere bloccati i tassi di interesse in funzione delle prospettive inflazionistiche. La Fed ha seguito l’esempio della BoC nell’estate del 2011, annunciando “tassi eccezionalmente bassi almeno fino a metà 2013”, posizione che venne resa quantitativamente più robusta nel dicembre 2012 attraverso l’introduzione di una soglia del 6,5% sul tasso di disoccupazione. Nel luglio 2013, é la voltà della la Bank of England e della la BCE di aderire al gruppo della “forward guidance”. Il governatore della BoE, Mark Carney, annunciò che avrebbe preso in considerazione un rialzo dei tassi solamente nel momento in cui il tasso di disoccupazione fosse sceso al di sotto del 7% mentre il governatore della BCE, Mario Draghi, iniziò a parlare di tassi di interesse molto bassi per “un periodo di tempo prolungato”.

Oggi, alla luce delle nostre conversazioni con gli investitori, riteniamo che la credibilità e l’efficacia della forward guidance stiano diminuendo. Finora, le banche centrali si sono preoccupate di comunicare che i tassi d’interesse non sarebbero stati aumentati fino al raggiungimento di determinate soglie economiche (principalmente legate al calo del tasso di disoccupazione oltre un certo livello). Tuttavia la diminuzione del tasso di disoccupazione negli Stati Uniti e nel Regno Unito molto più rapida del previsto avvenuta nel corso degli ultimi mesi hanno spinto sia la Fed che la BoE a rivedere la struttura della loro forward guidance in funzione di altri indicatori o condizioni di mercato.

In particolare, mercoledì, il governatore della BoE Mark Carney ha rivisto i principi della forward guidance in atto per rendere meno vincolante l’andamento dei tassi alla soglia di disoccupazione del 7% annunciando un possibile rialzo dei tassi in funzione del raggiungimento di target più ampi comprendenti salari, produttività e capacità inutilizzata del sistema economico. In maniera analoga, anche la nuova governatrice della Fed Janet Yellen ha fatto una parziale retromarcia, affermando che la soglia di disoccupazione del 6,5% esistente non rappresenta un trigger automatico di un aumento dei tassi. In sintesi, Mark Carney e Janet Yellen sembrano intenzionati a sostituire gli attuali target relativi al tasso di disoccupazione con concetti meno trasparenti e/o far dipendere le future azioni di politica monetaria da obiettivi differenti.

Secondo noi, i governatori delle banche centrali stanno pericolosamente perdendo la capacità di guidare le aspettative dei mercati obbligazionari. Riteniamo che prima della fine del QE della Fed ad ottobre-novembre, i mercati obbligazionari cominceranno a prezzare un rialzo dei tassi. Questo comporterà un aumento dei rendimenti statunitensi a 10 anni, un appiattimento della curva dei tassi USA e l’avvio di un inasprimento delle condizioni di finanziamento globali dopo la stabilizzazione che si è registrata negli ultimi 6 mesi. In un contesto di modesta ripresa globale, un lieve peggioramento delle condizioni finanziarie globali rischia di pesare più del solito sulle prospettive macro.

Per quanto riguarda la BCE, anche la fiducia degli investitori nella capacità di Draghi di influenzare le aspettative del mercato con le parole invece che con azioni concrete sta ultimamente svanendo. L’ultima riunione della BCE ha rafforzato l’idea che quest’ultima non voglia implementare nel breve le misure necessarie per combattere il rischio di deflazione. Infatti da novembre scorso, c’è stata un’evidente mancanza di coerenza nelle riunioni della BCE. L’ultimo taglio del tasso REFI era inaspettato mentre le crescenti aspettative di ulteriori interventi della BCE sono state deluse durante questo mese. Benoît Coeuré ha, tuttavia, annunciato questa settimana che la BCE sta valutando l’introduzione di un tasso di deposito negativo. Ma, secondo noi, la BCE, come la FED e la BOE, spicca per un’assenza di una strategia di comunicazione chiara.

In sintesi, le banche centrali si trovano in una posizione difficile per i mesi a seguire. Gli investitori potrebbero rimanere facilmente delusi dall’assenza di reattività a livello monetario della BCE di fronte a qualsiasi notizia economica deludente. Allo stesso tempo, se l’economia americana registrasse una significativa accelerazione nei prossimi mesi (scenario che riteniamo probabile),  la Fed potrebbe non riuscire nell’intento di bloccare i mercati nell’anticipare un rialzo dei tassi. Il rischio é che si verifichi una nuova pressione al rialzo sui rendimenti obbligazionari americani e mondiali al secondo trimestre.

Fonte: AdvisorWorld.it


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