Complice una condizione congiunturale favorevole, il primo budget 2018 dell’era Macron sarà de sinceritè, come è stato definito dal Ministro delle Finanze Bruno Le Maire………
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L’obiettivo primario sarà riportare i conti in ordine, tracciando allo stesso tempo un’analisi credibile della situazione del Paese e delle priorità in agenda: la riduzione organica della spesa pubblica e l’avvio delle riforme strutturali sul lavoro, sulla formazione professionale e sulla transizione energetica. Anche sul piano fiscale il Governo ha voluto inserire delle novità, inaugurando una prima riduzione delle tasse.
La prima legge di bilancio della presidenza Macron, dopo essere stata ufficialmente presentata dal Governo, sarà in votazione pubblica all’Assemblea Nazionale dal 17 ottobre. La presentazione del primo budget è un momento privilegiato per intuire quelle che potranno essere le priorità della nuova presidenza, al di là delle promesse della campagna elettorale. Gli obiettivi primari che l’esecutivo si è esplicitamente dato con questa manovra finanziaria sono ridurre il deficit sotto il 3% da quest’anno, iniziare a contenere in modo strutturale e permanente la spesa pubblica e inaugurare la riduzione della pressione fiscale sulle aziende e sulle famiglie per spingere gli investimenti e sostenere il potere d’acquisto. Questo permetterà inoltre alla Francia di uscire dalla procedura per deficit eccessivo in cui è incorsa dal 2009, con il fine politico di ridarle da subito credibilità in sede europea, in particolare nei confronti della Germania.
Com’è strutturata la manovra
La manovra 2018 prevede interventi sulla fiscalità che vanno nella direzione di ridurre il carico fiscale per consumatori (detassazione della prima casa) e aziende (riduzione dell’imposta societaria), cercando anche di alleggerire la pesante tassazione francese sul capitale (nuova flat tax sul risparmio) auspicando così di liberare risorse per gli investimenti. Preso nel complesso, l’insieme dei dispositivi annunciati appare più orientato a stimolare la crescita agendo sull’offerta piuttosto che sulla domanda.
Complessivamente le misure di stimolo fiscale ammonteranno a oltre 15 miliardi (di cui circa tre già programmati dalla presidenza Hollande), più circa altri tre miliardi di investimenti nella formazione e nei ministeri chiave, per un totale di 18 miliardi di provvedimenti. Le coperture verranno per 8 miliardi da nuove entrate e per 15 miliardi da minori uscite per un totale di 23 miliardi. L’effetto netto della manovra sarà quindi moderatamente restrittivo.
Le principali misure annunciate dal Governo sono così definite (v. Tab.1):
Potere d’acquisto delle famiglie:
– la cancellazione (in tre tappe) della tassa sull’abitazione principale da qui al 2020, che a regime favorirà l’80% delle famiglie francesi, per un risparmio medio di 550 euro all’anno fino al 2020, pari a 3 mld per il 2018. Sulla carta la misura dovrebbe garantire l’autonomia finanziaria delle collettività locali, ma non è escluso che si possa favorire un parallelo aumento delle tasse locali.
– l’eliminazione del contributo obbligatorio dei lavoratori alla Cassa Nazionale Malattia (Assurance Maladie) e alla Cassa Nazionale Disoccupazione (Assurance Chomage). La misura sarà in parte finanziata dall’aumento dell’1,7% della CSG nell’orizzonte 2018-22. Al netto dell’aumento della CSG, il beneficio medio per i lavoratori sarà di 130 euro annui nel 2018 e crescerà negli anni successivi.

Competitività
– Per le imprese, la legge di bilancio prevede un progressivo calo dell’aliquota societaria IS (impot sur les sociétés) dal 33,3% al 25% da qui al 2022 per rimettere la Francia in linea con la media dell’Eurozona. Il primo calo prevede una riduzione al 28% dal 2018 al 2020, al 26,5% dal 2021 e al 25% dal 2022. La tassazione delle aziende per ora rimane più penalizzante che in Germania e questa legge di bilancio non ha inoltre fatto nessun vero intervento sulla riduzione della tassazione del lavoro. Complessivamente le aziende andranno a pagare circa 6-6,5 mld di tasse in meno nei cinque anni.
– Inoltre, per la restante parte dell’anno 2017 la Cice manterrà in via eccezionale il credito d’imposta riconosciuto ai datori di lavoro al 7%, per calare al 6% dal 2018. Dal 2019 la Cice scomparirà per trasformarsi in una riduzione permanente e progressiva dei contributi aziendali variabile dal 6% al 10%. L’operazione sulla Cice voluta dal nuovo esecutivo e contrastata dal Medef porterà dal 2019 un recupero netto di fondi per lo Stato di 5 mld di euro. Inoltre, l’esecutivo precedente aveva varato un equivalente della Cice per le associazioni no-profit (CITS) che è rimasta in vigore e scatterà dal 2018, con un costo per l’erario di circa 0,6 mld. L’effetto netto combinato di IS e Cice a favore delle aziende si calcola che sarà di circa 2,6 mld nel quinquennio.
Lavoro
– Il piano d’investimento in formazione erogherà complessivamente 14 miliardi dal 2018 al 2020 ed è destinato a un milione di giovani inattivi e a un milione di disoccupati. Per il 2018 lo stanziamento sarà di 1,5 mld.
Investimenti e risparmio
– Una novità è la creazione dell’imposta sul patrimonio immobiliare (IFI), che dovrebbe toccare 150 mila famiglie andando a sostituire l’ISF5 (che riguardava però 300 mila famiglie), che sarà abolita dopo 30 anni. Questo produrrà nuove entrate per circa 850-900 mln, rispetto ai 4-5 mld della ISF, un costo netto per il fisco quindi di circa 3-3,5 mld. L’idea qui è duplice: da un lato liberare capitali, precedentemente tassati dall’ISF, che andranno a finanziare il tessuto produttivo, dall’altro si cerca di semplificare la tassazione del capitale con la parallela instaurazione del PFU, una flat tax al 30% sulle rendite da capitale che dovrebbe far risparmiare circa 1,5 mld in tasse alle famiglie. Inoltre, il Governo ha deciso anche di eliminare la tassa del 2012 sui dividendi distribuiti per altri quasi 5,7 mld di minori entrate entro il 2020(di cui solo 0,3 stimati per il 2018).
Sul fronte delle coperture, le nuove entrate saranno recuperate principalmente da accise su carburanti e tabacchi:
Transizione energetica
– Per promuovere la transizione energetica, il Governo ha deciso di aumentare la tassazione sul diesel di circa 7,6 centesimi al litro, per un aumento totale netto delle entrate di circa 3,7mld (a fronte di un aumento degli incentivi per l’acquisto di vetture meno inquinanti da 1.000 a 2.000 euro). Altri 500 milioni verranno dall’aumento dell’accisa sul tabacco.
Mentre i risparmi in termini di minori uscite identificate da nuovi tagli alla spesa saranno pari a 15-16 miliardi, calcolati rispetto al tendenziale (ma per ora poco documentati nel dettaglio):
Edilizia
– Attualmente, gli stanziamenti pubblici all’edilizia sono pari a quasi 40 mld annui, tra i più generosi d’Europa. L’intervento di taglio per il 2018 è mirato al lato della domanda: verranno ridotti gli stanziamenti per l’edilizia popolare per un totale di 1,7 mld di euro rispetto ai 18 attuali di APL: 6,5 milioni di persone, di cui il 60% sotto la soglia di povertà, vedranno ridotti i sussidi pubblici a sostegno delle abitazioni già da ottobre, in modo da favorire anche il raggiungimento degli obiettivi di budget 2017. L’obiettivo è che il logement sociale sia sempre più in grado di autofinanziarsi senza ricorrere alle pesanti erogazioni pubbliche. La quota a favore dei produttori, pari ad altri 20 mld, erogati come aiuti all’edilizia (Aide à la pierre) è stata mantenuta per non danneggiare il settore della nuova edilizia che proprio ora sta iniziando a riprendersi, anche in termini occupazionali, dopo anni di crisi.
– Quasi cinque miliardi dalla SeCu. L’Assurance Maladie (Ondam) vedrà ridotto il proprio budget 2018 di circa 4,2 mld di euro, un massimo storico dal 1997, anche attraverso l’aumento del ticket ospedaliero di 2 euro per la prima volta dal 2010. Al netto dei tagli, le spese per la sanità aumenteranno l’anno prossimo di 4,4 mld a 195 mld di euro totali rispetto agli 8,6 a politiche invariate. Il tasso annuo di crescita della SeCu sarà fissato al 2,3% secondo quanto promesso da Macron in campagna elettorale, un obiettivo ambizioso visto che il Governo stima il tasso “strutturale” di crescita delle spese sanitarie pari al 4,5% annuo. A luglio scorso, la Corte dei Conti aveva già evidenziato uno scostamento per il 2017 di 1,5 mld a 4,1 mld rispetto ai 2,6 programmati, dopo lo sforamento dell’obiettivo 2016 di altri 700 mln, per un deficit totale nel biennio 2016-17 già di 4,8 mld;
– Complessivamente quasi 7 miliardi di spending review per i ministeri e lo Stato Centrale, specialmente tramite pensionamenti e uscite di personale non rimpiazzati. Oltre a 1,7 mld dall’edilizia sociale (v. sopra), sono previsti tagli per 1,5 mld dal Ministero del Lavoro con l’eliminazione dei fondi per l’emploi aidee, altri 0,4 mld dal Ministero dell’Interno e il depennamento del piano di opere infrastrutturali in capo al Ministero dei Trasporti. Anche il sostegno alla televisione pubblica verrà ridotto e riportato sotto i 4 mld di euro per il 2018. A questi vanno aggiunti altri tre miliardi di nuovi tagli alle collettività locali (in passato dimostratisi poco efficaci e di difficile tracciabilità).

Una manovra fondata su uno scenario economico credibile
Le proiezioni economiche presentate dal Governo per l’orizzonte di previsione sono prudenti ed allineate al consenso. Il PIL è visto crescere dell’1,7% per il biennio 2017-18 grazie alla progressione della domanda interna, con i consumi delle famiglie che sono stimati in crescita dell’1,4% e i salari del 2,1% nel 2018. L’aumento dell’occupazione è stimata in 160 mila nuovi posti dopo i 235 mila di quest’anno, mentre gli investimenti delle imprese sono previsti in aumento del 3,7% nel biennio e quelli delle famiglie al 3,4%. Infine, le esportazioni nette sono stimate dare un contributo circa nullo nel 2018. L’inflazione è vista all’1,1% l’anno prossimo dall’1,0% di quest’anno. Complessivamente i numeri sono ragionevoli, sebbene gli investimenti potrebbero rivelarsi meno dinamici di quanto messo in previsione.
Oltre a ciò, il Governo ha prudentemente rivisto al ribasso anche le stime di crescita potenziale dall’1,5% all’1,25% fino al 2020 (più in linea con le ultime proiezioni della Commissione pari all’1,2%), mentre per il 2021 e il 2022 le ha alzate di mezzo punto all’1,3% e all’1,35% come conseguenza dell’impatto sulla crescita delle riforme messe in atto.
Con il vento congiunturale a favore, l’uscita quest’anno dalla procedura di deficit eccessivo è un obiettivo alla portata.
L’andamento dei conti pubblici per il 2017, grazie a una crescita del PIL superiore alle previsioni iniziali di due decimi (all’1,7% dall’1,5%) e a tagli della spesa acquisiti finora pari a 4,2 mld (0,2% PIL) – oltre alla possibilità di entrate fiscali superiori alle attese – è coerente con la riduzione del deficit nominale di mezzo punto dal 3,4% del 2016 al 2,9%, permettendo così a Bruxelles di chiudere la procedura per deficit eccessivo aperta da otto anni. Ciò malgrado il deficit 2017 si prospetti più alto delle previsioni di circa 7,2 miliardi.
Una volta libera dalla procedura per deficit eccessivo, Parigi dovrà iniziare il processo di avvicinamento all’obiettivo di deficit strutturale di medio termine, fissato a -0,4%, che, in base alle regole europee, dovrebbe essere raggiunto con una correzione superiore allo 0,5% annuo.
Per il 2018 il deficit nominale è proiettato dal Governo in calo di altri tre decimi al -2,6%. Di questa correzione, però, soltanto un decimo è imputabile a sforzo strutturale (dal -2,2% al – 2,1%): la correzione strutturale di un decimo è il risultato di una riduzione delle spese di ben quattro decimi, a fronte di minori entrate e nuove uscite pari a tre decimi (v. Fig. 2). Pertanto, sebbene la correzione strutturale sia già piccola in termini assoluti, occorrerà un’attenta vigilanza sulle spese per riuscire a realizzarla, come già evidenziato dalla Corte dei Conti (che nel complesso ha però approvato la manovra).
Il percorso di aggiustamento potrebbe essere considerato insufficiente per Bruxelles già a partire dall’anno prossimo. Anche per gli anni successivi lo sforzo programmato sembra incoerente con le regole fissate: nel 2019 sarà di 0,3% e di 0,2% nel 2020, rinviando il raggiungimento dell’obiettivo a dopo il 2022 (v. Tab. 2). A fronte di una correzione strutturale così lenta, il Governo potrebbe chiedere della flessibilità a Bruxelles in virtù della messa in opera di riforme strutturali in particolare per il 2019, in cui il deficit nominale è stimato in risalita al 3,0% per effetto della misura una tantum di trasformazione della Cice, che dovrebbe costare oltre 20 mld.

Nel complesso la spesa pubblica dovrà calare dal 55% del PIL del 2016 al 54,6% già quest’anno e a 53,9% nel 2018 per scendere nel 2022 al 50,9% (-4,5% in tutto, v. Fig. 3): questo significherà un rallentamento dell’aumento inerziale della spesa attorno allo 0,35% annuo rispetto allo 0,9% medio della presidenza Hollande. Il debito pubblico salirà ancora nei prossimi due anni: 2017 al 96,9%, 2018 al 97,1% e 2019 al 97,4%. Dal 2020 inizierà a calare a 96,3% per poi accelerare la discesa nel biennio 2021-22. Ancora per l’anno prossimo il Governo dovrebbe beneficiare di tassi assai convenienti: la spesa per il servizio del debito è attesa calare marginalmente a 1,7% del PIL da 1,8% del 2017 e da 1,9% del 2016 (v. Fig. 4). Dal 2019 il costo dovrebbe già salire oltre i 42 mld all’1,8% e all’1,9% dal 2020.

In sintesi, il budget d’esordio della presidenza Macron presenta delle previsioni più allineate al consenso rispetto al passato. Anche se si dichiara attenzione per il risanamento dei conti pubblici, coerentemente con quanto annunciato in campagna elettorale, l’impatto complessivo della manovra sulla crescita dovrebbe essere solo lievemente restrittivo. L’uscita dalla procedura per deficit eccessivo con ogni probabilità sarà finalmente raggiunta quest’anno, tuttavia la correzione di solo un decimo del deficit strutturale per il 2018 e la modestia della correzione seguente probabilmente non incontreranno il favore di Bruxelles. D’altro canto, il Governo è più interessato a sfruttare l’attuale favorevole finestra congiunturale per impostare i capisaldi delle riforme più importanti. La votazione all’Assemblea nazionale si concluderà prevedibilmente entro fine mese e non si attendono particolari sorprese vista la solida maggioranza di cui gode il Presidente; in parallelo dal 15 ottobre il documento passerà anche all’analisi di Bruxelles che si pronuncerà a partire da novembre.
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