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Francia – Il mercato del lavoro rimane il vero nodo da risolvere in attesa della Formation Professionnelle 4.0 di Macron

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In Francia, il mercato del lavoro soffre di rigidità strutturali che hanno contribuito largamente a compromettere negli anni la competitività del paese………


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mantenendo uno zoccolo di disoccupazione strutturale che finora nessun governo è riuscito veramente a riassorbire. Dopo l’approvazione della legge di bilancio a ottobre scorso, anche in questo contesto le prime, parziali, mosse della presidenza Macron lasciano ben sperare. Bisognerà però attendere la primavera per capire veramente la portata concreta delle promesse elettorali.

Dopo essere rimasta in media poco prossima al 10% per oltre otto anni (con il picco del 10,5% toccato nel 2015) secondo le stime autunnali della Commissione Europea la disoccupazione da quest’anno scenderà al 9,5% per il 2017 e al 9,3% per l’anno prossimo. Il miglioramento si spiega grazie all’aumento dell’occupazione e alla stabilità del tasso d’attività1. Con i servizi a fare da traino all’aumento dell’occupazione, la distruzione di posti di lavoro rimane ora concentrata nell’industria, dove il rallentamento iniziato già nel 2016 proseguirà quest’anno2; mentre nelle costruzioni, dopo aver visto una riduzione degli effettivi ininterrotta dal 2008, nel primo semestre del 2017 si è registrato un primo aumento degli addetti3 che dovrebbe mantenersi nel corso dell’anno. Complessivamente, la crescita dell’occupazione accelererà quest’anno circa all’1% dallo 0,5% del 20164. Tuttavia, nonostante le prospettive siano in miglioramento, senza vere riforme dei meccanismi del mercato del lavoro francese, la disoccupazione manterrà una traiettoria solo moderatamente calante, rimanendo nel medio termine sopra alla media Eurozona: il FMI5 stima il livello non inflazionistico del tasso di disoccupazione all’8%, e valuta che sarà raggiunto solo nel 2022 (fig. 1). La messa in opera di riforme mirate alle specificità della Francia potrebbe invece permettere un calo più ampio dei disoccupati e un aumento solido dell’occupazione, contribuendo in maniera significativa all’aumento della crescita potenziale nel lungo termine. 

Il mercato del lavoro francese mostra persistenti resistenze strutturali Dopo anni di tentate riforme con la presidenza Hollande, il mercato del lavoro francese rimane peculiarmente caratterizzato da significative e persistenti disparità, con alcune fasce sociali che sperimentano livelli di disoccupazione più elevati e di lungo termine. Rigidità strutturali irrisolte come ad esempio gli oltre 700 diversi accordi nazionali di settore, le lunghe e incerte procedure giudiziali per i licenziamenti e i generosi e non troppo selettivi sussidi di disoccupazione hanno reso negli anni il mercato del lavoro francese più rigido della media e poco reattivo all’evoluzione del ciclo. Sebbene durante gli anni della crisi la resilienza del sistema Paese abbia permesso alla disoccupazione di non esplodere come successo altrove (Spagna, Portogallo), ora che la ripresa è stata agganciata il livello stenta a scendere in modo apprezzabile. Gli ultimi dati trimestrali indicano a settembre un’inattesa risalita della disoccupazione di ben due decimi al 9,7%, spiegata dall’esaurimento a giugno scorso degli incentivi statali alle aziende per le assunzioni a termine6. Nella parte finale dell’anno la disoccupazione potrebbe calare di un altro decimo, ma la media annua scenderebbe solo di mezzo punto, al 9,6% dal 10,1% dell’anno scorso: quest’anno in Portogallo la disoccupazione è attesa calare del 2% e in Spagna del 2,2%. 

Oltre a rimanere persistentemente più elevata che altrove, negli anni anche la durata media della disoccupazione è andata aumentando drasticamente: ormai il numero dei disoccupati di lungo periodo ha superato i due milioni e mezzo7 (fig. 2): la tendenza sta ora indicando un primo calo dopo anni di aumenti, ma il livello della disoccupazione di lungo periodo rimane ancora alto e ben al di sopra del livello pre-crisi. 

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Analizzando le Enquête d’Emploi curate dall’INSEE8, emerge che, come per altri paesi europei, le fasce della forza lavoro più esposte al rischio di disoccupazione sono i giovani, i lavoratori non specializzati e gli immigrati extracomunitari. Per esempio, tra il 2012 e il 2014 per gli immigrati extra-europei la probabilità di non avere un lavoro si aggirava al 14,2%, il doppio rispetto ai nativi. Cumulativamente, in Francia la categoria dei giovani, immigrati e poco specializzati ha una possibilità del 25% di essere disoccupata rispetto ai nativi. Rispetto ad altri paesi poco colpiti dalla crisi del debito (come Germania, Paesi Bassi, Austria e Belgio) l’impatto sulle categorie di lavoratori poco specializzati e sui giovani è stato più forte (fig. 3). Altri paesi, il cui mercato del lavoro ha sofferto più duramente nei periodi di ciclo negativo, come Spagna, Portogallo, Italia o Irlanda, stanno vedendo ora un recupero più accentuato rispetto alla Francia. I persistenti svantaggi occupazionali di queste categorie in Francia rispetto ad altri paesi europei, anche in una fase ciclicamente positiva, conferma quindi che il problema peculiare del mercato del lavoro francese è di natura strutturale con notevoli barriere all’assunzione derivanti da difficoltà a trovare personale adeguato, dai costi di assunzione e dalla contribuzione sociale troppo pesante o dai rischi giuridici e dai costi finanziari associati al licenziamento9. Dalle analisi dell’INSEE10 emerge che, tra le aziende che sperimentano una limitazione dell’attività a causa della insufficienza degli addetti, il primo problema è l’indisponibilità di personale adeguatamente formato, mentre al secondo posto sono citate le barriere all’ingresso e i costi di gestione del personale.     

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Questa situazione si rispecchia quindi in un livello dell’occupazione strutturalmente inferiore al potenziale: se prendiamo a paragone la Germania, il confronto dei livelli di occupazione vede la Francia in ritardo su tutte le principali sotto-categorie (fig. 4) precedentemente individuate. Le aziende francesi di tutti i settori produttivi segnalano difficoltà ad assumere, spesso legate a fattori strutturali come la mancanza di personale adeguato, al peso dei contributi a loro carico e alla complessità e al costo burocratico e legale delle procedure di licenziamento11 (v. tab. 1): a fronte di ciò, la crescita dell’occupazione è rimasta al di sotto di quella dei principali paesi europei (fig. 5).

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Le debolezze del mercato del lavoro francese contribuiscono in maniera incisiva al calo della competitività La rigidità e la scarsa inclusione di cui soffre il lavoro in Francia ha fatto sì che nelle ultime due decadi la Francia abbia perso importanti posizioni in termini di competitività rispetto agli altri partner internazionali. La quota mondiale di commercio della Francia in termini di beni e servizi esportati è calata più velocemente che per altri paesi, specialmente nel settore manifatturiero e in particolare in quelli ad alto valore aggiunto come l’high-tech (fig. 6). Questo si riflette anche nel contributo modesto (e in erosione) del comparto manifatturiero alla creazione del valore aggiunto rispetto, per esempio, alla Germania: se si considera il contributo medio tra il 2000 e il 2016 del settore industriale alla formazione del PIL, solo in Germania il manifatturiero continua ad avere una quota apprezzabile e la Francia ora si situa anche dopo la Spagna (fig. 7). 

Le cause della perdita di competitività e la conseguente erosione di quote di mercato sono più d’una. Ovviamente alcune di esse non sono direttamente collegate alla dinamica del mercato del lavoro e non sono in questa sede rilevanti, come per esempio: 

– la crescita relativamente modesta della domanda dei principali partner commerciali della Francia, specialmente nei settori ad alto valore aggiunto;

– l’apprezzamento dell’euro rispetto ad altre valute ha intaccato la competitività al di fuori dell’Eurozona dei prodotti francesi12;

– la rapida crescita dei prezzi dei beni e servizi intermedi, specialmente nei servizi, per le filiere produttive, che ha avuto un impatto nel calo della competitività attraverso un aumento dei costi in input per le aziende esportatrici.

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Invece, tra i fattori più direttamente collegati al mercato del lavoro, si possono citare proprio gli elementi precedentemente individuati13, e cioè: 

  1. in termini ampi, l’aumento del costo unitario del lavoro a partire dagli anni Duemila ha reso la Francia più simile a paesi come Italia e Spagna, allontanandola dalla Germania che ha saputo mantenere un costo del lavoro nettamente inferiore (fig. 7);
  2. più specificamente, se prendiamo la Germania come termine di paragone, il divario nel costo unitario del lavoro tra i due Paesi si è allargato visibilmente nel periodo pre-crisi a causa di una minore produttività del lavoro a fronte di salari superiori (specialmente nei servizi). La Germania ha visto quindi una dinamica salariale inferiore a quella francese, ma, a differenza della Francia, ha visto aumentare la produttività del lavoro (fig. 8). Per cercare di rimanere competitive, le aziende francesi hanno dovuto comprimere i margini di profitto;
  3. la tassazione del lavoro e delle aziende ha ulteriormente ridotto la competitività dei prodotti francesi rispetto alla media Eurozona14. Inoltre, gli schemi della tassazione in passato sono stati soggetti a frequenti modifiche, con i conseguenti aggravi amministrativi che creano incertezza negli operatori e hanno un effetto negativo sull’afflusso degli investimenti esteri.

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Conclusione: quali misure ha predisposto il governo e quali sono in cantiere 

È principalmente su questi tre punti che il Governo sta mettendo la priorità per cercare di risolvere le criticità del mercato del lavoro. 

– Sulla tassazione a carico delle aziende il Governo ha già iniziato a muoversi nella direzione di un alleggerimento, approvando nella legge di bilancio 2018 una riduzione dell’IS ( Impôt sur les sociétés ) dal 33% al 25% entro il 2022 15 . Con questa mossa Macron ha voluto rendere almeno neutrale l’impatto della tassazione sulle aziende francesi rispetto ai partner europei. Le semplificazioni burocratiche per una omogeneizzazione della tassazione a carico delle PMI, che è ancora legata alle numerosissime eccezioni e specificità che costellano il sistema tributario francese, non sono state ancora affrontate organicamente e qui il lavoro di semplificazione potrebbe non essere semplice.

Per quanto riguarda il problema del costo unitario del lavoro, anche qui alcuni passi sono stati fatti nell’ultima legge di bilancio: oltre al lavoro già fatto negli anni scorsi dal PRS16 si registra la conversione della Cice ( Crédit d’impôt pour la compétitivité et l’emploi) in detrazione permanente di parte della quota contributiva a carico del datore in una misura di circa il 6%. Per ora è stata finanziata soltanto per il biennio 2018-19. Un meccanismo simile alla Cice (CITS, Crédit d’impôt de taxe sur les salaires) per le aziende no-profit scatterà dal prossimo gennaio, oltre a un aumento della CGS (Contribution sociale généralisée) che andrà a compensare una riduzione della quota contributiva dei dipendenti. I primi effetti si dovrebbero vedere già dalla seconda metà del 2018, ma probabilmente per incidere in termini apprezzabili occorreranno interventi più ampi, che per ora non sono in programma. 

– Più ardui saranno gli interventi per ridurre il salario minimo (SMIC) attualmente collegato alla misura dell’inflazione e del potere d’acquisto dei lavoratori e fissato annualmente a differenza, per esempio, della Germania, dove non c’è un’indicizzazione nazionale dei salari automatica17. Il Governo ha iniziato a discutere del tema, ma non ci sono ancora provvedimenti concreti.

– Infine, il problema che rimane ancora da risolvere è lo scarso grado d’inclusione delle fasce più deboli, che costituiscono il nocciolo della quota strutturale della disoccupazione. Su questo fronte Macron, in campagna elettorale, aveva proposto la sua “misura faro”: il piano di formazione da quasi 15 miliardi di euro in tre anni, rivolto a oltre un milione di giovani inattivi e un milione di disoccupati. Il cantiere, lanciato dal Governo a fine ottobre18 , vedrà iniziare il dibattito tra le parti sociali oggi, 24 novembre, con l’idea di presentare un disegno di legge entro la fine di febbraio 2018. Il progetto, sulla carta, è molto ambizioso. Si basa su meccanismi di alternanza lavoro/formazione, riconversioni professionali, indennità di disoccupazione agli autonomi, nuove certificazioni delle competenze, creazione di archivi elettronici a disposizione delle aziende e gestione dei percorsi professionali e finanziamenti per la formazione19, e nelle intenzioni del Governo dovrebbe ridurre la disoccupazione strutturale dell’1%, portando la disoccupazione complessiva al 7% entro il 2022. Attraverso la riforma della formazione professionale (su cui si era già intervenuti nel 2004, nel 2009 e nel 2014), il Governo vuole quindi recuperare le fasce deboli dei giovani e degli immigrati senza un’adeguata formazione: se portato a termine, questo progetto, oltre ad aumentare l’occupazione da qui al 2022, dovrebbe anche garantire alle imprese un bacino più ricco di manodopera specializzata di almeno 300 mila unità. 

Per ora bisognerà quindi attendere l’inizio del dialogo tra le parti sociali per valutare meglio la portata delle misure proposte in campagna elettorale. In passato, il mercato del lavoro si è sempre dimostrato un terreno di scontro molto difficile per i Governi: basti citare la Loi travail 1 o Loi El Khomri del 2016, proposta quando Macron era Ministro dell’Economia con Valls, che dopo essere stata aspramente contestata è stata approvata ricorrendo eccezionalmente all’art. 49 della Costituzione e quindi ponendo il voto di fiducia. Con le misure messe in atto finora o in programma di attuazione il Governo sembra però aver imboccato la giusta direzione per portare a compimento una revisione organica del mercato del lavoro che attende da anni di essere riformato, ma questo tentativo potrebbe portare all’avvio di un aspro scontro con i sindacati e un’ulteriore erosione della popolarità del Presidente e del suo esecutivo.


1 La forza lavoro era aumentata di quasi 200 mila unità nel 2016 dalle 38 mila del 2015 principalmente a causa dell’innalzamento dell’età pensionabile. Nel corso del 2017 la forza lavoro è attesa tornare a crescere, ma a ritmi più contenuti, a causa del rientro nel mercato di una quota degli inattivi incoraggiati dal ciclo favorevole, effetto in parte bilanciato dai piani di prepensionamento promossi anche per quest’anno nell’Amministrazione pubblica.

2 Dai -34 mila posti del 2015 si è passati ai -21 mila del 2016 e ai -8 mila del primo semestre 2017, per una contrazione totale nel 2017 che sarà poco sotto ai 20 mila posti.

3 +14mila posti, per un totale di oltre 20 mila nel 2017.

4 Secondo l’INSEE, nel primo semestre i nuovi posti di lavoro sono stati complessivamente 110 mila, 40 mila in più rispetto al primo semestre 2016. Le stime per il 2017 sono di circa 220 mila nuovi posti, in rallentamento dai 255 mila creati nel 2016, in gran parte grazie alla componente privata, mentre la crescita dell’occupazione nell’Amministrazione pubblica rallenterà quest’anno.

5 FMI, 2017 Article IV consultation, n° 17/288, settembre 2017.

6 La cosiddetta Prime à l’embauche dans les PME .

7 La disoccupazione di lunga durata è salita con la crisi a 21 mesi di media dai 16 mesi degli anni pre-crisi; per i disoccupati over 55 la durata media della disoccupazione è di 29 mesi, 8 mesi in più rispetto alla fascia 25-54. 

8 INSEE, Enquête d’Emploi 9/2017, Dossier Chômage 7/2017.

9 Il FMI stima che l’integrazione completa nella forza lavoro di queste fasce più deboli attraverso opportune riforme del mercato potrebbe ridurre la disoccupazione strutturale del 2% circa.

10 INSEE, Note de Conjoncture, Juin 2017, Dossier Emploi .    

11 In una delle inchieste dell’INSEE ( Enquêtes de conjoncture d’avril 2017 ), il 34% delle aziende industriali, dei servizi e delle costruzioni indicavano di affrontare barriere all’assunzione a causa della difficoltà a trovare personale qualificato, per il costo troppo alto associato alle nuove assunzioni e alle complicazioni burocratiche da espletare. Un dato in aumento dal 26% del 2016. Inoltre, a inizio 2017 il10% dello stesso campione diceva di aver dovuto limitare la produzione o l’attività a causa della mancanza di personale, un dato ai massimi da ottobre 2008.

12 In termini nominali tra 2000 e 2009 l’euro si è apprezzato sul dollaro del 63%. 

13 Anche il FMI, nel suo ultimo Article IV Consultation dello scorso settembre (n° 17/288) cita questi tre fattori come i principali nodi strutturali da risolvere.

14 Il livello medio della tassazione sulle aziende in Francia nel periodo 2007-16 è rimasto pressoché stabile al 33,3% a fronte di un’aliquota media per l’Eurozona di 24,8% nello stesso periodo.

15 V. Weekly Economic Monitor del13/10/2017.

16 Pacte de responsabilité et solidarité.

17 In Germania, le decisioni vengono prese dal Governo al termine di una contrattazione con le parti sociali.

18 PIC, Plan d’Investissement des Compéten ces o Formation Professionnelle 4.0 .

19 Per ora nulla è stato deciso, ma pare che il Governo chiederà alle aziende un contributo pari allo 0,3% della massa salariale per il finanziamento dei piani di formazione.


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