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Francia: un passaggio cruciale per l’Europa

La Francia affronta quest’anno delle elezioni decisive non solo per il Paese ma per tutta l’Europa. Il 23 aprile si terrà il primo turno delle consultazioni per nominare l’ottavo presidente della Quinta Repubblica………..


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L’accesso al secondo turno di Marine Le Pen, che propugna lo sganciamento della Francia dall’unione monetaria, sulla base degli attuali sondaggi è molto probabile. Tuttavia, lo scenario centrale rimane quello di una vittoria finale del centrista Emmanuel Macron.

Quest’anno le elezioni presidenziali stanno catalizzando molta più attenzione del solito per gli scenari ad alto impatto che potrebbero verificarsi nel caso vincesse Marine Le Pen, che ha dichiarato l’intenzione di portare la Francia fuori dall’unione monetaria. I principali nomi in corsa sono cinque: François Fillon per la destra moderata ( Les Republicains ), Marine Le Pen per la destra estrema ( Front National ), Benoit Hamon per i socialisti ( Parti socialiste ), Jean-Luc Mélenchon del Front de Gauche ed Emmanuel Macron con il suo partito En Marche! fondato l’estate scorsa. Non va dimenticato che, dopo le presidenziali, l’11-18 giugno avranno luogo anche le legislative per la nomina della nuova Assemblea Nazionale. Per gli equilibri politici saranno cruciali entrambi gli appuntamenti.

La novità di queste presidenziali sta nel fatto che, per la prima volta dal 1965, ci sono forti possibilità che nessuno dei principali partiti che si sono alternati da sempre alla guida del Paese riuscirà ad accedere al secondo turno. Inoltre, entrambi i possibili finalisti (Macron e Le Pen) non hanno una precedente esperienza politica di lungo corso. Nel caso del Front National, nel 2002 Jean Marie, padre di Marine, era arrivato al secondo turno delle presidenziali per essere poi sonoramente sconfitto da Chirac, mentre Macron è stato brevemente ministro di Hollande. Le Pen e Macron sono riusciti tuttavia a costruire delle macchine elettorali che si stanno rivelando più efficienti di quelle dei socialisti e dei repubblicani, minati al loro interno da correnti e contrasti, gli uni per la discussa eredità di François Hollande, la cui rinuncia a candidarsi ha inevitabilmente indebolito il partito di Governo, e gli altri per lo scandalo giudiziario di Fillon e il suo diniego a ritirarsi a favore di Juppé, che lo sta facendo correre senza il supporto delle élite del suo partito.

Come funziona il sistema elettorale francese?

A parte una temporanea parentesi del proporzionale nel 1986, in Francia dall’instaurazione della V Repubblica (1958) vige il sistema maggioritario uninominale a doppio turno (maggioritario alla francese) per la nomina dei 577 deputati dell’Assemblea Nazionale. A differenza dell’elezione del Presidente della Repubblica, le modalità di scrutinio per l’elezione dei deputati non sono scritte nella Costituzione, e possono quindi essere modificate con una legge. Attualmente esistono 577 circoscrizioni elettorali che nominano ciascuna un deputato. Nel caso già al primo turno qualcuno riporti la maggioranza assoluta dei voti che rappresentino almeno il 25% degli elettori, il candidato si ritiene eletto; altrimenti, si svolgerà un secondo turno in cui passeranno tutti i candidati che hanno ottenuto voti validi pari almeno al 12,5% degli elettori o, se solo uno o nessuno rispetta questo criterio, solo i due candidati più votati al primo turno. Il seggio va al candidato che ha ottenuto più voti. Il sistema maggioritario tende a limitare la rappresentazione delle minoranze; sono inoltre avvantaggiati i partiti che vincono di misura in molti collegi mentre sono svantaggiati quelli che vincono in pochi collegi con forti maggioranze; sfavorisce i partiti con elettorato molto delocalizzato, favorendo invece i partiti localistici con base elettorale concentrata. Il maggioritario tende inoltre a incoraggiare gli elettori a esprimere un voto sincero al primo turno, ma uno strategico al secondo turno, specialmente nel caso si presentino le cosiddette “triangolari”, cioè scrutini al secondo turno con tre candidati in cui nessuno si ritiri e veicoli i propri voti a favore di un altro. Inoltre, il maggioritario alla francese tende storicamente a favorire i partiti di centro o le ali moderate rispetto alle fazioni estreme.

Che cosa dicono i sondaggi?

Una volta emerso che Hollande non avrebbe corso per un secondo mandato, l’andamento dei sondaggi aveva visto Fillon come grande favorito a gennaio, forte di un partito solido, agguerrito e con un ampio consenso popolare (oltre 25%). Lo scandalo che lo ha raggiunto a febbraio e che si trascinerà per la restante parte della campagna elettorale gli ha già fatto perdere oltre sei punti e ora i sondaggi lo danno in terza posizione attorno al 19%. Marine Le Pen, invece, è da subito apparsa la candidata da battere al secondo turno, accreditata di un 25% dei consensi che non accenna a calare nonostante anche lei sia stata oggetto di indagini da parte della giustizia francese per l’uso che il FN ha fatto dei fondi pubblici. Per la fedeltà dei suoi elettori (secondo le intenzioni di voto, l’80% è convinto della scelta), Le Pen è praticamente certa di accedere al secondo turno. Macron invece parte da un consenso molto più volatile (solo il 48% dei suoi elettori è convinto della propria scelta), ma la sua ascesa è stata costante, alimentata a destra dall’inizio dello scandalo Fillon, a sinistra dalle posizioni programmatiche di Hamon e al centro dal sostegno offertogli da Bayrou: i sondaggi danno ora Macron testa a testa con la Le Pen al 25-26% da un paio di settimane. Hamon è il più distanziato tra i quattro, con i sondaggi che gli accreditano circa il 14% dei voti, con il 55% degli elettori convinti della scelta.

La volatilità degli elettori di Macron, se da un lato lascia aperta la possibilità che alle urne possa raccogliere meno voti delle attese, dall’altro conferma che molto difficilmente quei voti di indecisi potranno finire alle posizioni estreme di Le Pen, perché segnalano elettori moderati, di destra o sinistra, forse delusi dai candidati dei principali partiti, che non vogliono però passare a posizioni estreme. Pertanto in un secondo turno, anche se Macron non dovesse accedervi, quei voti defluirebbero strategicamente all’avversario della Le Pen, che sia Fillon o Hamon. Ci aspettiamo inoltre un aumento dell’affluenza alle urne quest’anno rispetto al passato, sia per le presidenziali sia per le legislative, cosa che andrà a vantaggio degli avversari di Le Pen. Le elezioni presidenziali in Francia sono un appuntamento molto sentito dagli elettori, che vanno in massa a votare: l’affluenza media dal 1974 a oggi si è aggirata attorno all’81,5% (fig. 6): questo dovrebbe in parte moderare, anche se non azzerare, il rischio di “sorprese alle urne”.

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I dati raccolti (fig. 2) da numerosi sondaggi del resto confermano che il grosso dell’elettorato si situa su posizioni di centro: circa il 20% si ritiene di centro, un altro 10% ha una lieve propensione per posizioni di destra/sinistra e un altro 14% si dichiara di destra/sinistra non radicale. La vera battaglia quindi si giocherà per raggiungere i voti di quel 30% di elettori moderati, che potranno votare per Macron, Fillon o forse anche Hamon, ma molto difficilmente per Marine Le Pen, sulla base della gran parte dei sondaggi e delle indagini demoscopiche diffuse da gennaio a oggi. Altri sondaggi poi confermano che nel secondo turno delle presidenziali nel caso di un ballottaggio Fillon-Le Pen (fig. 3), Fillon raccoglierebbe circa il 40% dei voti degli altri sfidanti, mentre gli elettori residui si asterrebbero in massa, mentre meno del 10% di loro si sposterebbe su Le Pen.

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Nel caso al ballottaggio finisse Macron (fig. 4), lo scenario sarebbe similare: raccoglierebbe quasi il 70% dei voti degli altri sfidanti, con una maggiore adesione a sinistra, mentre anche qui solo un 10% circa voterebbe Le Pen. In entrambi gli scenari quindi riteniamo assai improbabile che la Le Pen possa vincere il ballottaggio.

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Cosa vogliono i candidati? I programmi dei principali candidati in pillole

Ormai tutti i candidati hanno presentato, in modo più o meno ampio, le loro piattaforme elettorali. Su alcuni temi caldi, quali la riforma delle pensioni, del mercato del lavoro i programmi di Le Pen e Hamon sembrano toccarsi; al lato opposto si situa Fillon e nel mezzo Macron, le cui proposte si situano nella scia dell’eredità di Hollande. L’impatto delle proposte di Le Pen, Hamon e Mélenchon sui conti pubblici sarebbe pesante, la prima per il progetto di uscita dall’eurozona (oltre a tutte le criticità connesse), gli altri per i programmi di aumento della spesa pubblica. Anche le sinistre sono molto critiche della governance economica dell’UE, respingono il Fiscal Compact e le iniziative comunitarie a favore del libero scambio. Fillon, all’opposto, prevede una restrizione dal 2018 della spesa e dei dipendenti pubblici di inusitato rigore (e difficile da realizzare, vista la storica resistenza al cambiamento della Francia). Il programma di Macron si situa tra questi due estremi e punta al rispetto (unico dei quattro) del vincolo del deficit al 3% già da quest’anno. Le proiezioni di crescita del PIL di Le Pen e Fillon appaiono molto ottimistiche (2-2,5%), mentre quelle di Macron sono più moderate. Hamon è stato il più vago nelle proposte economiche, forse anche perché il suo programma è stato presentato per ultimo (v. tab.1).

Marine Le Pen: uscita dall’euro, meno UE, controllo dell’immigrazione e delle frontiere, misure a sostegno del reddito, riduzione dell’età pensionabile, tasse sulle importazioni.

Radicale ripensamento dell’eurozona (doppio corso franco/euro) o definitivo abbandono dell’euro e ritorno al franco. Crescita del PIL al 2,0% nel 2018 e al 2,5% nel 2022. Il deficit sarebbe lasciato crescere fino al 4,5% nel 2018, ma poi tagliato all’1,3% nel 2022; calo della spesa pubblica di 1,7% al 53,4% PIL. Propone uno stimolo fiscale di 40 mld (20 in meno tasse e 20 in misure a sostegno del potere d’acquisto, come la riduzione delle tariffe gas ed elettricità del 5%, rivalutazione delle pensioni sotto 1500 euro), riduzione delle spese destinate alla UE, alla sanità e alla securité sociale , riformulazione dell’assetto istituzionale e lotta all’evasione per complessivi 60 mld di economie in 5 anni; tassa fissa del 3% sulle importazioni; il budget della difesa salirebbe al 2%1 del PIL nel 2018 per passare al 3% nel 2022. Secondo il FN, il debito pubblico arriverebbe all’89% nel 2022. Il FN propugna il finanziamento diretto del Tesoro da parte di Banque de France, e propone controlli alle frontiere, riduzione dell’immigrazione; conferma delle 35 ore, riduzione dell’età pensionabile a 60 anni; creazione di un fondo per la reindustrializzazione del Paese, defiscalizzazione degli straordinari, tassi preferenziali alle PMI. Il FN vorrebbe anche portare la Francia fuori dalla NATO, oltre che dall’UE.

François Fillon: conti pubblici in ordine dal 2019, meno Stato con mezzo milione di dipendenti pubblici in meno, taglio delle tasse alle imprese, riforma delle pensioni.

Crescita media stimata superiore al 2%, deficit sopra il 3,0% fino al 2019 (3,7% 2017, 3,5% 2018, 2,9% 2019), taglio di 110 mld di euro di spese pubbliche in cinque anni. Soppressione delle 35 ore, che sarebbero portate a 39 nel settore pubblico; innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni, riduzione della disoccupazione al 7% entro il 2022. Sul fronte fiscale, riduzione cospicua del debito pubblico, ma riduzione della pressione fiscale, in particolare portando l’ISF2 al 30% dal 2018; detrazione fiscale pari al 30% degli investimenti per PMI, 25 mld in meno di tasse sul lavoro e trasformazione della CICE dal 2018 in una riduzione permanente dei contributi delle aziende, riduzione dell’aliquota della tassa sulle imprese al 25% entro il 2019; in parte, queste misure sarebbero finanziate con un aumento dell’IVA del 4%. Nuova riforma del mercato del lavoro e delle negoziazioni contrattuali.

Emmanuel Macron: deficit a 3% dal 2017, trasformazione digitale e verde dell’economia, piano d’investimenti da 50 miliardi, compressione dei dipendenti pubblici, riformulazione delle 35 ore.

Deficit al 2,9% dal 2017, riduzione del debito pubblico alla media eurozona, riduzione delle spese statali di 60 mld in 5 anni attraverso riduzione della massa salariale e delle collettività sociali, piano di investimenti di 50 mld in 5 anni, fine delle 35 ore per i giovani, eliminazioni dei contributi per sussidi di disoccupazione, aumento della CSG3, eliminazione della RSI, trasformazione della CICE in una riduzione permanente delle tasse per le imprese, aumento del salario minimo, riformare l’ISF per farne imposta solo sul capitale immobiliare e sgravio dalle tasse la prima casa, costruzione di 80 mila alloggi sociali, stabilità della normativa fiscale, aumento degli insegnanti di cinque mila unità, aumento della sicurezza, budget della difesa al 2% PIL, preservare Schengen, creazione polizia di frontiera europea, creazione di un Ministro delle finanze dell’eurozona, riduzione auto diesel, rinnovo parco automobili con sussidi di 1000 euro, riduzione del nucleare.

Benoit Hamon: aumento del ruolo dello Stato, reddito di cittadinanza, ripensamento dei vincoli di deficit e debito pubblico in sede europea.

Deficit a 3,5-4,0% nel 2017-2018 per calare a 2,7% nel 2022. Misura di reddito universale da 35 miliardi all’anno4 poi ridotti a 25 netti tramite storno di 10 miliardi dai fondi destinati al patto di responsabilità e CICE (pari a 1,2% PIL annuo), che andranno a integrare il reddito di 19 milioni di francesi; tassazione speciale delle aziende che automatizzano il lavoro e licenziano addetti il cui gettito andrà ad alimentare un fondo destinato al reimpiego dei disoccupati. Riserva del 50% delle commesse pubbliche a PMI francesi e in generale al made in France , super-tassazione dei profitti delle banche e rafforzamento del ruolo dei lavoratori nelle aziende private sulla scia del modello tedesco, rimessa in discussione in sede europea del tetto del 3% del rapporto debito/PIL, piano europeo di investimenti a 1.000 mld di euro, cancellazione del debito accumulato fino al 2008 per i paesi dell’eurozona più indebitati.

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Gli scenari dopo le presidenziali e le legislative: probabile la coabitazione

A meno di una rimonta in extremis di Fillon (improbabile stando ai sondaggi), lo scenario verosimile sarà quello di un Presidente della Repubblica senza una chiara maggioranza parlamentare (c.d maggioranza presidenziale ). Sia che vinca Le Pen sia che vinca Macron, nessuno dei due può sperare di governare senza allearsi con qualche altro partito. In questi casi, nel sistema francese si parla di coabitazione, in cui il Presidente eletto governa con un primo Ministro che non è espressione esclusiva del suo partito: tipicamente, il primo guida la politica internazionale e il secondo quella nazionale. Sarebbe la quarta volta che ciò accade nella quinta Repubblica.

Se vince Marine Le Pen…

Riteniamo improbabile che il Front National ottenga la presidenza, e ancora più improbabile che riporti una maggioranza alle legislative di giugno. Anche solo mantenere quanto gli attribuiscono oggi i sondaggi pre-elettorali sarebbe un risultato straordinario, visto che, nelle passate consultazioni, i voti reali ottenuti al primo turno sono stati sempre ben inferiori alle attese, e sono crollati al secondo turno (tab.2). Uniche eccezioni le europee e le regionali, dove però vigeva il sistema proporzionale. Il maggioritario a doppio turno è stato sempre un argine invalicabile per il FN. Ci aspettiamo che anche questa volta sia lo stesso. Inoltre, nello spirito della coabitazione proprio del sistema francese, che è storicamente avverso agli estremismi, gli elettori “strategici” del secondo turno che avessero portato alla presidenza la Le Pen non andrebbero poi a ingrossare i seggi del FN, ma sosterrebbero partiti più moderati, garantendo pertanto un equilibrio ai vertici dello Stato. In caso di vittoria, Marine Le Pen si troverebbe poi a dover coabitare con un Governo probabilmente guidato dai Repubblicani. Costoro chiederanno di scegliere il Primo Ministro, sempre per il principio della coabitazione, e pensiamo quindi che cercherebbero di apportare anche un sensibile ridimensionamento del programma populista della Le Pen, in particolare sull’uscita dall’euro. È incerta a questo punto la piega che prenderebbero gli eventi. Il Presidente potrebbe anche sciogliere l’Assemblea Nazionale, come è nei suoi poteri, ma difficilmente nuove elezioni darebbero esiti molto diversi, a meno di un improbabile cambio della legge elettorale.

In ogni caso, tutti i sondaggi danno oltre il 68% dei francesi decisamente a favore del mantenimento dell’euro (fig. 5), per cui di tutti i punti controversi del programma della Le Pen, l’uscita dall’euro rimane la più complessa da ottenere, sia tramite un voto parlamentare sia tramite un referendum popolare. Nell’ipotesi di vittoria alle presidenziali, però, anche dando per certa la coabitazione, vi sarebbero sicuramente ricadute negative per il processo di integrazione europea e per la riforma delle strutture di Governo dell’Eurozona; inoltre, l’incertezza sulla politica economica si ripercuoterebbe comunque in modo negativo sui mercati e sull’andamento degli investimenti fissi.

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Se vince Emmanuel Macron

Anche nello scenario centrale di vittoria di Macron, la coabitazione sarà assai probabile. A meno di un exploit elettorale di En Marche! anche alle legislative, Macron avrà bisogno del sostegno del centrista Bayrou e dell’UDI di Lagarde e di una parte del Partito Socialista. Si configurerebbe quindi una coalizione di centro-sinistra che escluda l’ala meno moderata dei socialisti, espressione della candidatura di Hamon. In questo caso, la situazione potrebbe essere simile alla presidenza di Giscard d’Estaing (1974-1981), un centrista che aveva il supporto della destra gollista e come primo ministro Jacques Chirac, il che ha richiesto una negoziazione continua tra il Presidente e il suo Governo, che aveva ampiamente ridimensionato qualsiasi slancio riformista.

Il possibile programma di Governo potrebbe includere deciso impulso europeista, rientro del deficit appena sotto il 3%, calo della spesa pubblica inferiore ai promessi 60 miliardi in cinque anni, un piano d’investimenti, nessun aumento dell’IVA, mantenimento o deroga solo parziale delle 35 ore, parziale riforma delle pensioni ma mantenimento dell’età pensionabile a 62 anni. Anche l’ipotesi di un’alleanza con i Repubblicani non è stata esclusa da Macron.

In sintesi, sulla base dei sondaggi attuali, lo scenario centrale rimane un secondo turno tra Marine Le Pen ed Emmanuel Macron, in cui quest’ultimo dovrebbe prevalere. La candidatura di François Fillon appare ormai irrimediabilmente compromessa dallo scandalo che lo ha investito. Sebbene il consenso del Front National sia in forte aumento, il maggioritario a doppio turno e l’adesione dei francesi alla moneta unica (che i sondaggi indicano quasi al 70%) dovrebbero impedire anche l’ingresso massiccio in Parlamento del partito di estrema destra alle prossime legislative di giugno. Si prefigura pertanto uno scenario di coabitazione, visto l’ultima volta con Jacques Chirac (1997-2002).


1 Attualmente sono all’1,5%

2 Impôt de solidarité sur la fortune

3 Contribution sociale generalisée

4 Pari a circa 1% PIL all’anno

5 Al netto dell’aumento dell’IVA

6 Da notare che, a differenza di tutte le altre consultazioni che usano il sistema maggioritario, per le regionali e le europee vale il sistema proporzionale.

7 Significativo il caso delle dipartimentali di marzo 2015 che, a differenza delle regionali tenute nello stesso anno, a dicembre, venivano condotte con il maggioritario: a fronte di un 25,2% dei voti al primo turno, il FN ha ottenuto 62 seggi, pari all’1,5% del totale, rispetto ai 358 seggi delle regionali, pari al 18,7% del totale.


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