GAM : A Berlino sono tornati i falchi. Da qualche anno i rapaci hanno cominciato a vivere stabilmente nella capitale tedesca, gli alberi a grande dimensione dei parchi cittadini sono perfetti per la nidificazione, il cibo è fornito dalle popolazioni di corvidi e di columbiformi che vivono a loro volta negli spazi urbani.
A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM
Nel grande parco Tiergarten, i turisti che visitano la Colonna della Vittoria e lo Zoo possono anche notare gli eleganti astori in cerca di cibo.
I falchi hanno invece abbandonato il Bundestag. Dopo averlo comodamente abitato per decenni, lo scenario politico ed economico è radicalmente cambiato e l’habitat si è reso inospitale, c’è voluto tempo ma sembra che la “Deutschland Illusion” sia finalmente svanita.
Era il 2014 e di “Illusione tedesca” parlava l’economista Marcel Fratzscher nel libro in cui denunciava gli effetti nefasti del mito dello “schwarze null”, del bilancio in attivo: gli investimenti nel settore pubblico erano passati dal 23% del PIL negli anni ’90 al 17%, né poteva essere di gran vanto il primato di maggiore esportatore mondiale per un paese che si collocava tra gli ultimi per quota di investimenti.
In una vecchia barzelletta, un tizio si fa confezionare un abito dal sarto, ma durante la prova nota quanto sia tagliato male, maniche disallineate, giacca storta, pantaloni asimmetrici. Il cliente si lamenta ma il sarto furbacchione gli assicura che l’abito è perfetto, cade male perché è il cliente ad avere qualche imperfezione fisica. Il sarto suggerisce: “tenga una spalla più alta, cammini a passettini, tenga più corto il ginocchio destro, le braccia avanti, la schiena curva, vedrà che l’abito cadrà a pennello”. Il tizio esce con l’abito nuovo e segue le istruzioni del sarto. Due altri tizi lo vedono e commentano “guarda quel poveretto, è ridotto male ma l’abito non gli fa una piega”.
Ecco, i conti in ordine, l’avanzo di bilancio e il surplus commerciale esplosivo sono l’abito che non fa una piega ma, nella realtà, la Germania aveva infrastrutture malandate e inefficienze nei servizi pubblici. Nel 2014 Der Spiegel raccontava che funzionavano quattordici elicotteri militari su centonovanta, di 239 Eurofighter e Tornado ne volavano meno di 80, che le condizioni delle autostrade erano fatiscenti. Il paese si sta impoverendo, scrivevano Marcel Fratzscher e Der Spiegel, ma con i conti in ordine, l’abito non faceva una piega.
Il paradosso di allora è il paradosso di oggi, la Germania, grazie alla buona condizione delle sue finanze, più di altri può permettersi una politica fortemente espansiva.
La crisi dell’automotive, con i grandi marchi superati a destra dalle auto elettriche cinesi e americane, i tre milioni di disoccupati, i ritardi nella competizione tecnologica e la non autosufficienza energetica hanno convinto il governo di Friedrich Merz a un radicale cambio di passo, il modello ordoliberista ha fatto il suo tempo, ora è il tempo del modello keynesiano dell’espansione.
Nell’insediamento del governo nello scorso maggio, il neo-cancelliere aveva annunciato un piano di investimenti di 500 miliardi di euro in dieci anni per rilanciare la crescita della maggiore economia europea. Il fondo per investimenti e debito speciale è destinato alle infrastrutture, alla riforma energetica e decarbonizzazione, ai trasporti. È stata modificata una norma costituzionale per consentire alla spesa per la difesa di salire sopra l’1% del PIL.
Le scelte del governo Merz rappresentano una svolta ideologica rispetto all’ordoliberismo della prudente gestione fiscale: la Cancelliera Angela Merkel e il Ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble preferivano una bassa crescita senza debiti a una espansione finanziata con denaro pubblico, opzione non prevista dal modello renano dell’economia sociale di mercato. L’attuale Ministro delle Finanze Lars Klingbeil dichiara serenamente che “la nuova coalizione ha la responsabilità storica di riportare l’economia tedesca alla crescita”.
Il “momento Draghi” sembra aver contagiato anche Friedrich Merz: di fronte alle minacce alla libertà e alla pace nel continente europeo, il leader tedesco ha dichiarato che lo stesso principio del “whatever it takes” deve ora valere anche per la difesa: “a qualsiasi costo”.
Il compito che lo attende, però, è tutt’altro che semplice: dovrà bilanciare l’impulso espansivo con la sostenibilità di bilancio, convincendo i nostalgici del rigore fiscale, in primis all’interno del suo stesso partito, che tempi straordinari richiedono risposte straordinarie.
Solo attraverso una politica di spesa pubblica mirata alla modernizzazione delle infrastrutture, alla riduzione del divario tecnologico e allo stimolo della domanda interna, la Germania potrà liberarsi dall’immobilismo in cui l’aveva confinata il culto del pareggio di bilancio.
Con oltre dieci anni di ritardo, la “Deutschland Illusion” è finita.
Oggi la Germania ha buone possibilità di ritrovare stabilità e di tornare a trainare l’economia europea. La politica fiscale espansiva potrebbe innescare una nuova fase di crescita, non solo per il Paese ma per l’intera Unione. La forza della manifattura tedesca, l’elevata specializzazione della sua forza lavoro, la qualità della ricerca e il posizionamento competitivo restano elementi chiave che possono continuare a sostenere il suo ruolo di leadership.
Nel frattempo, nella “fuga da New York” dei capitali in cerca di diversificazione al di fuori degli Stati Uniti, l’Europa emerge come una delle destinazioni più attraenti. Gli investitori guardano con favore agli stimoli fiscali e all’aumento della spesa europea per la difesa: segnali di una nuova fase di fiducia e di ambizione continentale.
La ripresa economica dell’area euro e la stabilizzazione dell’inflazione hanno sostenuto il recente rialzo dei mercati. Ma ciò che colpisce è che, nella corsa alla diversificazione, sono stati i listini dell’Europa del Sud a brillare di più. I Paesi un tempo bollati come debitori inaffidabili sono diventati i nuovi protagonisti: gli indici azionari di Grecia, Italia e Spagna hanno superato quelli di Germania e Francia.
I dati della prima metà dell’anno lo confermano: la Grecia è cresciuta dell’1,7% su base annua, la Spagna di oltre il 3% e con Italia e Portogallo portano avanti politiche di bilancio prudenti. All’opposto, emergono con chiarezza le difficoltà economiche e politiche della Francia.
La volatilità dei listini racconta un doppio fenomeno: da un lato l’incertezza sui possibili effetti dei dazi sulle imprese europee, dall’altro la crescente presenza di investitori individuali, spesso orientati al breve termine. Tra i settori, si distinguono per solidità e performance i finanziari e gli industriali.
Guardando avanti, la volatilità non è destinata a scomparire. Come osserva Tom O’Hara di GAM Investments, “i mercati continueranno a oscillare, sospinti dalle incertezze su inflazione, politica commerciale americana e crescita globale. In questo scenario, un approccio disciplinato alla selezione dei titoli resta essenziale.”
Le fasi di mercato cambiano, ma i principi della gestione attiva efficace restano gli stessi: crescita degli utili, rendimento del capitale, valutazioni coerenti. Regole semplici ma, come spesso accade in finanza, sono quelle che raramente tradiscono.
Ogni medaglia, tuttavia, ha il suo rovescio. Gli investimenti pubblici annunciati dovranno essere accompagnati da riforme strutturali di lungo respiro, saranno necessari tempo e determinazione politica. Le debolezze infrastrutturali accumulate negli anni non scompariranno dall’oggi al domani, mentre continua ad avanzare la concorrenza di Cina e Stati Uniti.
La Germania, come il resto d’Europa, deve anche fare i conti con l’invecchiamento della popolazione e con le conseguenze di una forza lavoro sempre più ridotta, difficile da rinnovare e qualificare. Nel breve periodo, però, la minaccia più immediata alla crescita europea resta il rischio del rallentamento economico, potenziale effetto collaterale delle politiche commerciali restrittive, e ancora imprevedibili, degli Stati Uniti.
Dopo anni di rigore e bilanci in ordine, Berlino sceglie la via del debito per sostenere la crescita, svolta ideologica e pragmatica presa d’atto di una nuova realtà: in un mondo che corre, anche la prudente Germania deve accelerare.
Se il governo tedesco saprà trasformare il debito in leva per l’innovazione, potrà non solo rilanciare la propria economia, ma anche ridare fiato a quell’idea d’Europa come progetto comune, come comunità di destino capace di credere ancora nel proprio futuro e incidere nella definizione dei nuovi equilibri globali.
Anche la buona politica può tornare a volare, come i falchi al Tiergarten.
Fonte: InvestmentWorld.it
Iscriviti alla Newsletter di Investment World.it




