Benetti Carlo GAM

GAM: Canto di Natale

GAM: La cena organizzata da GAM Italia a Casa Cucinelli e la lunga chiacchierata con il celebre stilista hanno dato modo a noi e ai nostri ospiti di conoscere meglio il “capitalismo umanistico” che contraddistingue Brunello Cucinelli.


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A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM (Italia) SGR


Le sue riflessioni tracciano un filo rosso di continuità tra i filosofi del passato, le moderne argomentazioni sull’idea di profitto, i nuovi modelli di sviluppo e il Canto di Natale di Charles Dickens. Qual è il prezzo giusto? Soprattutto, qual è il salario giusto, la giusta remunerazione del lavoro dalla quale si ricava il prezzo “giusto”?

Nel corso della storia hanno provato a rispondere a queste domande filosofi, teologi ed economisti fino a quando, nel diciannovesimo secolo, l’idea della giustizia sociale è entrata nel cuore della riflessione filosofica e politica e ancora oggi impegna studiosi e intellettuali.

La prima intuizione del prezzo come risultato delle forze della domanda e dell’offerta si deve a Giovanni di Salisbury: “il pane e i viveri, che consistono in alimenti e vestimenti, sono in pregio in tutto il mondo; le cose che dilettano i sensi sono gradite a tutti. Che altro dire? Le cose che valgono per natura sono sempre le stesse per tutti. Quelle che seguono l’opinione hanno valore incerto: si affermano con le mode e con le mode svaniscono … il comprare e il vendere furono pratiche usuali anche in quelle società che non conobbero il denaro”. Un moderno imprenditore che si occupa di “vestimenti”, di cose “che dilettano i sensi e piacciono a tutti” e si preoccupa anche del giusto salario è Brunello Cucinelli, lo stilista che ha creato dal nulla una delle più rinomate maison del lusso italiano, un gruppo che supera il miliardo di euro di fatturato, che capitalizza quasi sei miliardi di euro e che oggi debutta nel listino principale di Piazza Affari.

Brunello Cucinelli ha idee molto chiare sulla qualità delle relazioni industriali e della sostenibilità sociale e ambientale; quello che lui definisce “capitalismo umanistico” sembra derivare direttamente dalle idee di economia civile di Antonio Genovesi, uno dei padri fondatori della scienza economica. Genovesi, che fondò a Napoli la prima cattedra di Economia in Europa, supera la visione utilitaristica dell’economia che fa della massimizzazione dell’utilità individuale e del profitto il principale obiettivo. Nel pensiero di Genovesi lo scopo ultimo dell’economia è il benessere sociale, le scelte economiche devono essere guidate da principi di giustizia e solidarietà, l’equa distribuzione delle risorse è lo strumento per diminuire l’ingiustizia sociale e le povertà, per migliorare le condizioni di vita delle persone.

Le idee modernissime di Genovesi risuonano nelle buone pratiche aziendali di Cucinelli.

L’ortodossia si fa ortoprassi nei salari di ingresso elevati, nel pari trattamento delle mansioni operaie e dell’inquadramento impiegatizio, nei sistemi di welfare aziendale. Ce lo ha raccontato lo stesso Brunello Cucinelli che abbiamo incontrato poche sere fa. A “Casa Cucinelli” a Milano GAM Italia ha organizzato assieme all’imprenditore umbro una cena con un ristretto numero di ospiti, rappresentanti dei principali player domestici della distribuzione. Con loro abbiamo avuto occasione di chiacchierare in amichevole familiarità con Brunello, lo abbiamo sentito parlare della sua storia familiare, del suo rapporto con il territorio in Umbria, nella Val di Pierle dove è nato e a Solomeo, il “borgo del cashmere e dell’armonia” dove ha sede la Brunello Cucinelli. Lo stilista ci ha raccontato dell’attenzione maniacale alla qualità dei prodotti, alla professionalità necessaria per realizzarli e ha spiegato la filosofia che ispira le relazioni industriali nelle sue manifatture.

Soprattutto, ci ha raccontato cosa significhi in concreto il suo “capitalismo umanistico”: “sognavo un’impresa per fare profitti con etica, con dignità, senza arrecare sofferenza alle persone e offese al Creato, o almeno il meno possibile”, parole che rivelano il senso di fare impresa con giustizia e con attenzione alla sostenibilità.

L’attenzione anche alla qualità dei luoghi dove si lavora si colloca nel solco dell’eredità di Camillo e Adriano Olivetti. Gli imprenditori di Ivrea organizzavano nella loro “fabbrica di mattoni rossi” corsi professionali per i contadini del territorio ed eventi culturali per tutti i dipendenti. In Olivetti c’erano biblioteche e un sistema di servizi per quel tempo avveniristico, asili vicini alla fabbrica e salari mediamente più alti della media. Il lascito degli Olivetti è stato idealmente raccolto da Cucinelli: “mi piaceva pensare a luoghi di lavoro più belli, dove si potesse stare meglio a cospetto del paesaggio, e volevo che le persone guadagnassero un poco di più, perché tutti noi siamo anime pensanti, e perché non possiamo più volgere le spalle alla povertà”.

Come gli Olivetti, anche l’imprenditore umbro pensa che il profitto sia uno strumento e non un fine, l’indispensabile carburante per far avanzare e crescere l’azienda, il cui fine ultimo resta però il benessere delle persone e dei territori. Un’opinione in netto contrasto con il convincimento che l’unico scopo dell’azienda sia fare profitti, condiviso da molti e certificato da Milton Friedman, l’economista più influente del secolo scorso dopo John Maynard Keynes.  In un articolo pubblicato sul New York Times nel settembre 1970, Friedman demoliva l’intera impalcatura teorica della responsabilità sociale dell’impresa. Un’impresa non ha doveri verso gli “stakeholder”, non ha responsabilità sociali o ambientali, solo le persone hanno responsabilità mentre l’impresa è una persona artificiale e, scrive Friedman, “la sola e unica responsabilità sociale dell’impresa è aumentare i suoi profitti”.

Da oltre cinquant’anni qualsiasi discussione sulla corporate governance delle imprese deve fare i conti con quell’articolo.

Non era sempre stato così, abbiamo ricordato l’esempio della Olivetti: sotto la guida illuminata di Adriano i profitti si trasformavano in remunerazione degli azionisti e in stipendi più alti per impiegati e operai, in luoghi di lavoro accoglienti, in prestazioni sociali alle famiglie dei dipendenti. La logica del solo profitto o, meglio, la finalità del solo profitto, rischia di avvitare il management delle aziende nella spirale dei risultati di breve termine, e l’orizzonte temporale dell’azienda, la sua sopravvivenza nel tempo, è il discrimine che distingue i grandi imprenditori. La ricerca del profitto, immediato e a tutti i costi, assomiglia all’assillo del vecchio Scrooge del Canto di Natale di Charles Dickens. Ebenezer Scrooge è ossessionato dall’accumulo di denaro, una smania che gli ha corroso l’esistenza, ne ha fatto un avaro che vive in solitudine, la sovrabbondanza di denaro è specchio della sua vera povertà, lo sguardo curvo sul denaro gli impedisce di vedere lontano, la ricchezza delle relazioni, il calore dell’amicizia. La storia la conosciamo tutti, una notte Scrooge riceve la visita del fantasma del suo socio e, poco dopo, quella dei tre spiriti del Natale che lo accompagneranno in un sogno spaventoso alla fine del quale Scrooge cambierà profondamente.

Ma il Canto di Natale non è solo una storia di pentimento e redenzione, Dickens racconta la povertà, l’iniqua distribuzione della ricchezza, le spaventose condizioni del lavoro minorile, l’indigenza in cui viveva gran parte della popolazione. Il Canto di Natale venne pubblicato nel 1843, la prosa avvolgente di Dickens dava voce alle moltitudini prive di voce cinque anni prima del Manifesto di Marx e Engels. Le condizioni di vita e di lavoro sono ovviamente molto migliori di quelle dell’Inghilterra manifatturiera del XIX secolo ma non sono scomparse le moltitudini che negli ultimi decenni hanno visto peggiorare le proprie condizioni di vita. La domanda di giustizia sociale è ancora formidabile, gli attuali modelli di crescita non tengono adeguato conto delle nuove istanze della sostenibilità ambientale e dell’equità sociale. “Dobbiamo pensare alla crescita in termini diversi” spiegano Gordon Brown, Mohamed El-Erian e Michael Spence nel loro libro “Permacrisis”.

Un ex primo ministro, un autorevole esperto di mercati finanziari e un premio Nobel dell’economia mettono in evidenza le molte faglie di fragilità del nostro tempo. E se la crescita è progresso, “è ciò che ha dato al mondo il tablet su cui state leggendo questo libro”, va ripensato il modo con cui si cresce perché non si tiene conto dei danni a persone e ambiente. Lo sviluppo economico “privilegia i profitti sulle persone”, per troppi la parola crescita resta una parola vuota: ”vi dicono che l’economia vola eppure il vostro stipendio cresce del 3% con l’inflazione al 5%”.

Per i tre autori la soluzione non è nell’interrompere la crescita ma, semmai, si tratta di spostare gli obiettivi della crescita “verso una trinità di ideali che enfatizzino una crescita elevata, inclusiva e sostenibile”, solo a queste condizioni potrà “essere utile alle economie e agli individui”. Lo stesso Milton Friedman nella parte finale dell’articolo del 1970 aveva posto dei paletti, la ricerca del profitto delle imprese non è indiscriminata e priva di vincoli. Certo, non si deve chiedere alle imprese azioni che spettano alle istituzioni, “c’è una e una sola responsabilità sociale dell’impresa, utilizzare le proprie risorse e impegnarsi in attività volte ad accrescere i propri profitti” ma, aggiunge Friedman, a patto che le imprese rispettino le regole del gioco, “si impegnino in una concorrenza aperta e libera, senza inganni o frodi”. Al profitto non possono venire sacrificate in nessun caso la lealtà e la correttezza delle pratiche commerciali, oppure l’onestà fiscale; Friedman è lontanissimo dall’ammissione di ogni sregolatezza teorizzata da Gordon Gekko e dal suo “l’avidità è cosa buona”.

In questo arco di tempo inoltre sono cambiate le sensibilità dei consumatori, oggi la responsabilità di aumentare il profitto va di pari passo con l’impegno dell’impresa a minimizzare l’impatto ambientale dei processi di produzione, alla promozione di sane relazioni industriali, all’attenzione al territorio dove l’azienda è insediata e alle comunità che lo abitano.

“Io so che la nostra madre terra non va consumata, ma utilizzata, perché possa rigenerarsi naturalmente, e fino ad oggi mi sono dedicato a conservare quanto esisteva, a restaurare quanto era stato dimenticato dal tempo, a lasciare memoria di bellezza qui, in quella mia piccola patria che è Solomeo” scrive Brunello Cucinelli.

C’è un invisibile filo ideale e culturale che si sviluppa dalla Ivrea di Camillo e Adriano Olivetti fino alle vallate umbre di Cucinelli. Adriano Olivetti, negli auguri del Capodanno 1957 ai suoi dipendenti, auspicava che il proseguimento dell’attività industriale e commerciale avvenisse nello spirito di leale collaborazione, “a patto di sentirci legati, come è stato finora, a quello Spirito della Fabbrica che vive nella testimonianza dell’ingegner Camillo e delle opere già compiute”.

Con questo stesso spirito di solidarietà e attenzione alla qualità delle relazioni rinnovo, assieme alle colleghe e ai colleghi del team di GAM Italia, gli auguri di Buon Natale e di Buone Feste.

Fonte: InvestmentWorld.it


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