GAM : Il Financial Times si premura di farci sapere che “dieci start-up in perdita nel settore dell’intelligenza artificiale hanno guadagnato quasi mille miliardi di dollari in termini di valutazione negli ultimi dodici mesi”.
A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM
L’articolo del quotidiano mette sotto la lente l’aumento dei prezzi del settore tecnologico, così vertiginoso da far temere l’affastellarsi di una bolla. In effetti, negli ultimi dodici mesi sono state principalmente le società impegnate nella parte più avanzata della frontiera della conoscenza a beneficiare del favore degli investitori, il sostegno dato alle tante, giovani aziende dell’AI ha trainato l’intero listino. Crescono i paragoni con l’euforia della fine degli anni Novanta, quando la bolla delle dot com e la bolla del sovrainvestimento nel decennio precedente deflagrarono nel 2000.
Si verifica inoltre una doppia concentrazione: poche aziende, in particolare le “mega-cap” tecnologiche/AI, rappresentano una quota molto consistente dell’indice, quando quelle aziende deluderanno, ne soffrirà l’intero mercato. L’altra concentrazione riguarda l’esposizione record delle famiglie americane al mercato azionario, i forti rendimenti alimentano un insidioso effetto “FOMO”, la paura di restare fuori dalla festa.
I segnali di preoccupazione non mancano anche osservando l’indice S&P 500 nella sua interezza; il suo rapporto CAPE (Cyclically Adjusted Price-to-Earnings, cioè il rapporto prezzo/utili aggiustato su dieci anni) è prossimo al valore di 40x, storicamente alto: se da una parte vale l’argomento delle potenzialità di margini e crescita delle società tecnologiche, dall’altro lato si prefigurano rendimenti azionari più bassi.
Si parla di bolla anche per l’oro, benché il metallo giallo sia “nel mezzo di una bolla che dura da 6.000 anni” ha scritto un ex banchiere centrale.
Nella Conferenza di GAM Italia al Salone del Risparmio dello scorso aprile avevamo preconizzato la possibilità che il prezzo della “barbara reliquia” potesse toccare e superare i quattromila dollari a oncia. Un prezzo irragionevole se confrontato con il suo valore intrinseco insignificante (sul totale di 216.265 tonnellate di riserva di oro “fuori terra” a fine 2024, la domanda di consumo per la gioielleria rappresentava 97.149 tonnellate, il 45%), ma spiegabile se messo in relazione con la domanda di sicurezza degli investitori, sia individuali che pubblici. Le banche centrali dei paesi BRICS ed emergenti dal 2022 hanno aumentato le proprie riserve auree di oltre mille tonnellate all’anno.
Non mancano le preoccupazioni anche sul lato dell’economia reale: i venti contrari alla crescita sono alimentati dalle tariffe, dalle limitazioni all’export delle terre rare da parte della Cina, dai livelli del debito, una sorta di faglia di Sant’Andrea che attraversa nascostamente le economie e che comprime la capacità di ricorrere a stimoli fiscali.
L’euro si è apprezzato quest’anno di circa il 15% sul dollaro (rispetto alla media storica con le principali valute, l’euro è ai valori più alti da venticinque anni) e all’orizzonte si prefigura la possibilità di una Federal Reserve più sensibile all’amministrazione e, se così fosse, la politica dei tassi potrebbe diventare più accomodante e la configurazione della curva, orientata da considerazioni extra-economiche, potrebbe farsi erratica.
Uno scenario di difficile lettura nel quale, nonostante tutto, gli investitori cercano chiarezza.
Qualche utile spunto potrebbe venire da una direzione insolita, dai tre cardini che hanno guidato il linguaggio musicale di Giovanni Pierluigi da Palestrina di cui quest’anno ricorre il cinquecentesimo anniversario della nascita. Non si conosce il giorno esatto, l’anno è desunto solo da una cronaca che attesta che, quando morì, Palestrina aveva 69 anni.
Palestrina è stato il massimo esponente della scuola polifonica romana del Rinascimento, i suoi maggiori lavori sono il corrispettivo musicale degli affreschi di Michelangelo o dei drammi di Shakespeare. Palestrina diede alla polifonia elegante compostezza, negli anni della Controriforma la sua arte riuscì a comporre con mirabile equilibrio la bellezza e la regola, l’ispirazione e la tradizione.
I tre principi della sua opera, Claritas, Proportio, Perfectio, possono ispirare anche noi, disincantati operai nella vigna dei mercati finanziari. Cinquecento anni dopo, quegli stessi tre cardini che reggono l’intera opera del “principe della musica” forniscono altrettante parole di aiuto a risparmiatori smarriti tra volatilità, euforia e paura.
I mercati del 2025 compongono una polifonia inquieta. Il “cantus firmus” è nelle aspettative quasi messianiche riposte nei progressi dell’intelligenza artificiale che, abbiamo visto sopra, alimentano valutazioni estreme. L’oro, eterno rifugio della paura e dell’incertezza geopolitica, può assomigliare al registro grave del coro.
Wall Street oscilla tra la fede cieca nella tecnologia e la consapevolezza che la melodia potrebbe interrompersi da un momento all’altro. La debolezza del dollaro raffredda gli entusiasmi dell’export europeo, sposta il ritmo dell’economia come un cambio di tonalità improvviso. L’incertezza si è cronicizzata, ci troviamo tutti, gestori, consulenti, investitori in uno stato di smarrimento: da un alto ci sono le valutazioni tirate, dall’altra l’incertezza sui tassi, da un lato l’innovazione che procede, dall’altro gli eccessi negli investimenti e nelle aspettative.
La “Claritas” di Palestrina è la chiarezza che attraversa ogni voce, rende udibile l’insieme senza oscurare il dettaglio. Nei mercati quella trasparenza appare compromessa: le informazioni scorrono in un ininterrotto flusso in tempo reale, si mescolano in un rumore di fondo che non è di aiuto e invece distrae. Gli investitori, frastornati dall’eccesso di informazioni, rischiano di perdere di vista la chiarezza del disegno complessivo. La lezione del compositore invita all’accortezza: ogni nota, come ogni decisione, deve essere collocata in un contesto armonico, non isolata nel disordine.
Con la “Proportio” nessuna voce prevale, l’armonia delle parti fa sì che ogni linea melodica si sostenga sull’altra in perfetto bilanciamento.
Dopo anni di espansione monetaria seguiti da strette aggressive, i mercati sono alla ricerca di nuove proporzioni: tra crescita e inflazione, tra rendimento e rischio, tra economia reale e finanza digitale. Gli investitori disciplinati, come un coro ben intonato, dosano a loro volta le esposizioni, diversificano senza accentuare troppo il peso di una classe di attivo rispetto all’altra, mantengono la misura nonostante sul mercato prevalgano gli estremi.
Sappiamo che la perfezione non è di questo mondo ma, nell’accezione rinascimentale, la “Perfectio” non è una condizione statica e impossibile da raggiungere. Al contrario, è la tensione verso l’armonia ultima. Palestrina costruisce l’illusione di un equilibrio eterno, in realtà è un continuo aggiustamento di voci.
Ma il lavoro dei gestori e dei consulenti non è proprio un aggiustamento continuo, un movimento teso alla ricerca di nuovi equilibri? Non esiste (ovviamente!) una condizione di stabile perfezione, esistono movimenti asintotici verso di essa. Gli investitori che inseguono la perfezione in modo assoluto, ad esempio chi si aspetta rendimento senza però correre rischi, oppure chi scommette sulla liquidità, resteranno il più delle volte fuori tono. Coloro che, invece, accettano l’imperfezione e la correggono con pazienza, trovano nel tempo la consonanza. Troppo spesso la “perfectio”, intesa come tensione verso il futuro, è sostituita dal “momentum”, un eterno presente che può essere assai costoso per i portafogli.
Lo scenario è così contraddittorio che è difficile resistere alla tentazione di “fare qualcosa” o “fare qualcosa di diverso”, ma si tratta di desiderio di azione dettato più dall’emozione che dalla strategia.
I tre cardini del “principe della musica” potrebbero essere un elegante contrappunto ai princìpi di finanza comportamentale, ampiamente sviluppati dal professor Paolo Legrenzi nella sua lunga produzione de “I soldi in testa”, la newsletter settimanale pubblicata, e sempre disponibile, sul sito di GAM Italia.
La fedeltà al metodo e gli ammonimenti della finanza comportamentale sono più preziosi di qualsiasi esercizio previsivo:
- l’ancoraggio al presente è una trappola: le reazioni emotive alle notizie e alle sollecitazioni del “qui e ora”, perdendo di vista gli obiettivi di lungo termine, portano facilmente a commettere errori. L’invito del professore è di allargare la finestra temporale: non guardare solo a “quanto rende questo anno” o “quanto perdo oggi”, ma pensare in termini pluriennali, con obiettivi di vita;
- un altro ammonimento delle Lezioni dell’amico Legrenzi riguarda l’importanza di diversificare lo spazio (le asset class diverse per area geografica) ma senza trascurare la diversificazione del tempo (gli orizzonti temporali e gli obiettivi del risparmio).
Restituire la primazia al metodo significa riconoscere, con umiltà, che non si decide tutto oggi, che non si capisce tutto subito. E allora va bene sentirsi smarriti, lo siamo un po’ tutti, ma lo smarrimento deve essere lo stimolo per ragionare sulla diversificazione del portafoglio con meno rumore, con più lucidità, con un orizzonte che si amplia. Se riusciamo in questo esercizio, magari con l’aiuto di un consulente esperto, riusciremo a navigare queste acque complesse senza perdere di vista l’obiettivo: non solo rendimenti, ma protezione del futuro.
Con chiarezza e proporzione, appunto.
Fonte: InvestmentWorld.it
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