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GAM: Colazione a Pechino

GAM: L’anniversario della visita segreta di Kissinger a Pechino nel luglio 1971, che cambiò radicalmente le relazioni tra Cina e Stati Uniti, fornisce l’occasione per commentare le condizioni dell’economia cinese: potrebbe essere la prima a mostrare sorprese positive


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A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM (Italia) SGR


Da pochi giorni è in libreria “Colazione a Pechino”, il libro di Siegmund Ginzberg, giornalista buon conoscitore della Cina. La storia e la cultura di un paese si rivelano anche nelle sue tradizioni alimentari e culinarie, la Terra di Mezzo non fa eccezione e anzi, annota Ginzberg, “la Cina è la sua cucina”.

Quando il corrispondente ottenne al telefono una notizia politica riservatissima da parte di una sua fonte governativa, si preoccupò della sicurezza della sua amica: i telefoni erano sempre sotto controllo, la rivelazione di un segreto di stato a un giornalista straniero avrebbe comportato la condanna ai campi di lavoro o peggio.

Ma la sua amica cinese lo aveva chiamato a mezzogiorno, sicura che gli addetti alla sorveglianza sarebbero stati a pranzo, appuntamento irrinunciabile per le guardie e una finestra di sicurezza per la sua rischiosa telefonata.

 “È comico” scrive Ginzberg “il più possente apparato di sicurezza al mondo che si blocca perché è ora di pranzo. Il comunismo è uno Stato di polizia dove tutti mangiano alla stessa ora”. Qualche anno prima, gli assetti di potere internazionali avevano cominciato a trasformarsi radicalmente con commensali che gustavano un’anatra alla pechinese.

L’8 luglio 1971, durante una cena al palazzo presidenziale di Islamabad, Henry Kissinger simulò un malore. Ai giornalisti venne detto che il consigliere per la sicurezza nazionale sarebbe rimasto un paio di giorni in una località sotto l’Himalaya per riprendersi, in realtà quelle quarantotto ore erano sufficienti per volare a Pechino.

Nessuno era al corrente del viaggio di Kissinger verso un paese con cui gli Stati Uniti non avevano contatti diplomatici da due decenni, ne erano al corrente solo il presidente Nixon e il colonnello (poi generale) Alexander Haig. Dal 9 all’11 luglio 1971 il Consigliere per la sicurezza americano ebbe intensi colloqui con Zhou Enlai, il capo del governo.

L’agenda dell’incontro segreto era la preparazione della storica visita di Nixon che avvenne nel febbraio dell’anno successivo. Nelle sue memorie Kissinger racconta che l’atmosfera era tesa, le prime ore di colloquio non avevano portato a nessun passo avanti. Fu il primo ministro cinese ad allentare la tensione.

Alla fine della mattinata disse “andiamo a pranzo altrimenti l’anatra si raffredda”. L’anatra arrosto di Pechino era il piatto principale del pranzo, una delle foto iconiche di quel pranzo coglie il gesto del primo ministro cinese che serve personalmente a Kissinger un pezzo di anatra sulla torta di loto, interpretando la tradizionale ospitalità del padrone di casa.

I colloqui del pomeriggio, racconta Kissinger, furono più rilassati e fluidi, le due parti trovarono l’intesa sulla visita di Nixon che avrebbe trasformato la storia del mondo. Dopo la “diplomazia del ping pong” fu il momento della “diplomazia dell’anatra”.

Quella colazione e quei dialoghi furono una “prima volta” anche per Kissinger, la sua unica esperienza di diplomazia comunista era quella con i leader dell’Unione Sovietica, a Pechino “ciò cui ci trovammo di fronte fu uno stile diplomatico più simile alla diplomazia cinese tradizionale che alle pedanti formulazioni cui eravamo abituati nei nostri negoziati con gli altri Stati comunisti”.

Tra i nodi da sciogliere c’erano la questione indocinese e Taiwan, dove nel 1971 erano ancora stanziate forze militari americane. Ma non ci furono minacce, richieste o ultimatum, scrive Kissinger, la questione di Taiwan aveva perso tutta la sua urgenza e messa da parte.

A distanza di cinquant’anni l’ambigua condizione giuridica di Taiwan resta irrisolta, nel frattempo la Cina è diventata una potenza economica e militare, partner commerciale e insieme avversario strategico.

Gli americani sono vincolati alla difesa dell’isola da trattati diplomatici, un eventuale atto di forza militare di Pechino metterebbe alla prova la reputazione degli Stati Uniti, in un attimo la Cina diventerebbe la potenza dominante in Asia, gli alleati degli Stati Uniti metterebbero in dubbio la loro fedeltà. Sarebbe il crollo definitivo di ciò che resta della Pax Americana.

La guerra in Ucraina complica ulteriormente le cose: le rivendicazioni territoriali dell’azzardo russo in Ucraina reggono sempre meno la prova della sincerità, appaiono più strumentali a spezzare la dualità di Stati Uniti e Cina e restituire alla Russia il ruolo di protagonista alla pari.

Secondo il disegno di Mosca, il nuovo ordine mondiale sarà fondato su tre sfere di influenza, la Cina “padrona” dell’area indo-pacifica, la Russia che con la leva del gas mantiene la sua influenza e un sostanziale potere di veto sull’Unione Europea, gli Stati Uniti confinati nel continente americano e avviati al declino secolare.

Una struttura del mondo elementare e gerarchica, con i vari paesi consapevoli del posto occupato in questo complessivo equilibrio dei poteri. L’esito di questo disegno è tutt’altro che scontato, la Russia deve fare i conti con l’oste a Pechino; l’appuntamento importante è in ottobre, quando il Partito Comunista Cinese si riunirà nel XX Congresso per eleggere la leadership del prossimo quinquennio.

La rielezione di Xi Jinping a presidente è quasi certa ma il “quasi” comprende il consenso acquisito e conservato con le performance dell’economia. Il libro di Ginzberg spiega che in Cina “governare” vuol dire anche “cucinare bene”, Xi deve prestare la massima attenzione al consenso della classe media del paese, dovrà scegliere con cura le ricette per cucinare le pietanze e i contorni del successo economico dopo che il duro lockdown di Shanghai e l’inefficienza della logistica hanno scosso la fiducia dei cittadini nel partito.

A proposito di cucina, merita ricordare che le proteste spontanee dai balconi e dalle finestre non vennero innescate dal lungo periodo di privazione della libertà ma dalla inadeguata distribuzione del cibo. Era vietato uscire dalle case anche per la spesa ma le autorità locali non avevano pianificato la distribuzione efficiente degli alimenti: i cittadini erano esasperati dalla scarsità e dalla pessima qualità del cibo distribuito.

Nonostante quegli errori e gli alti costi economici, la politica della tolleranza zero prosegue e, con essa, aumentano i rischi di sfilacciamento del “contratto sociale” del Partito con la nuova classe media: benessere e crescita economica in cambio dell’accettazione dell’assenza di diritti civili o politici. La classe media urbana e istruita aumenta e aumentano le sue aspettative, la “colazione a Pechino” esige una performance economica costantemente positiva.

La performance dell’economia cinese nel secondo trimestre è stata ampiamente al di sotto delle attese e degli obiettivi stabiliti dal governo: il dato appena positivo di +0,4% è il peggior risultato trimestrale in trent’anni dopo quello registrato all’inizio della pandemia.

Con una crescita di appena 2,5% nella prima metà dell’anno, è poco probabile che venga traguardato l’obiettivo del 5,5% per il 2022. Soprattutto, esso dimostra plasticamente quanto costi all’economia della Cina e del mondo la tetragona volontà del governo di mantenere la politica della “tolleranza zero” verso il Covid 19 nel tentativo di sradicare il virus dal paese.

La leadership cinese è di fronte a una alternativa del diavolo, continuare la politica dello “zero Covid” comporta costi economici e sociali elevati ma, d’altro canto, rimuoverla significherebbe rischiare milioni di vittime e pressioni insopportabili sulle strutture sanitarie.

“Meno dello 0,1% dei cinesi è stato infettato da Covid” ricorda la collega Jian Shi Cortesi di GAM Investments, una condizione che “rende la popolazione cinese altamente vulnerabile al Covid rispetto ai Paesi che stanno raggiungendo l’immunità di gregge”. Le infezioni continuano ma il governo ha affinato le tecniche di confinamento realizzando mini-lockdown là dove si rivelano i contagi, una nuova strategia che sembra più efficiente come rivelano le statistiche delle chiusure.

Il Pil è per definizione un indicatore “ex post”, guardando invece avanti sembrano resistere gli indicatori predittivi, “leading”: ad esempio quello dei responsabili degli acquisti. In giugno l’indice PMI è tornato sopra 50, la soglia che separa l’espansione dalla stagnazione. Il valore di 54,7 del PMI dei servizi in giugno è stato superiore al 47,8 del mese precedente e alle previsioni di 50,5.

In vista dell’appuntamento autunnale con il Congresso, la leadership è impegnata nella promozione e sostegno dell’attività economica, la Cina è l’unica grande economia che mantiene una politica monetaria espansiva. Non vengono risparmiati gli aiuti al settore immobiliare, in questo momento il più vulnerabile, le sanzioni comminate ad alcune banche testimoniano la volontà del governo a interrompere il credito facile.

A tre filiali della Bank of Qingdao è stata comminata una multa di complessivi 1,6 milioni di yuan, 1,1 milioni di yuan alla filiale di Qingdao della China Merchants Bank. Le sanzioni puniscono l’emissione di mutui ipotecari con transazioni false, l’emissione di mutui ipotecari a fronte di documentazione falsa, prestiti di sviluppo immobiliare a progetti con capitale insufficiente e così via.

Un segnale di ordine in un settore cresciuto in modo disordinato. Il governo punta invece con decisione allo sviluppo del settore digitale e alla competitività globale delle sue società e, poiché molte di esse sono giovani start-up, sono state introdotte misure specifiche come gli sconti fiscali sull’IVA e agevolazioni per il credito alle imprese medio-piccole.

Il bilancio pubblico sostiene la grande parte del sostegno all’attività economica e compensa i costi dei lockdown là dove si presentano focolai di Covid 19, in giugno sono state emesse obbligazioni per trecento miliardi di yuan finalizzate a progetti infrastrutturali.

Rob Mumford di GAM Investments scrive nel suo report che in giugno le azioni cinesi (indice MSCI China 10/40) hanno messo a segno un soddisfacente +7,2% mentre i listini occidentali soffrono l’inflazione, l’intensificazione delle politiche monetarie restrittive e le prospettive della recessione.

Le prospettive di medio periodo migliorano e la Cina si presenta come uno dei mercati azionari a più buon mercato, il sentiment del mercato è ancora ribassista in un contesto che può preludere a possibili sorprese al rialzo: le valutazioni non stanno ancora incorporando l’uscita dai lockdown massivi e gli effetti delle misure a sostegno all’economia.

Non dimentichiamo poi che il controllo del governo cinese sull’economia è molto invasivo: la leadership vuole presentarsi al Congresso con le carte in ordine ovvero crescita economica e Covid 19 debellato.

Diventano dunque particolarmente interessanti i settori compresi nel perimetro delle politiche dello sviluppo: l’avanzamento digitale, la produzione dei veicoli elettrici, le energie rinnovabili e gli investimenti “green”. Anche per quanto riguarda la Cina non c’è fretta ma potrebbe essere la prima economia a dare sorprese positive.

Fonte: AdvisorWorld.it


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