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GAM: Crescita Schumpeteriana

GAM: L’11 dicembre 2001 è una data iconica nella storia economica contemporanea, l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio ha segnato una cesura tra un “prima” e “dopo”, ha cambiato le regole del gioco, ha generato attriti; oggi la nuova leadership affronta la sfida economica più difficile di questi due decenni.


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A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM (Italia) SGR


Per lo storico Eric Hobsbawm, lo sgretolamento dell’impero sovietico ha segnato la fine del “secolo breve”, il Novecento cominciato con la Grande Guerra nel 1914.

La pensa in maniera opposta l’economista americano Bradford DeLong che definisce il Novecento “il secolo lungo”, cominciato con la prima globalizzazione negli ultimi tre decenni dell’Ottocento e terminato attorno al 2010, con la Grande Crisi Finanziaria e la fine della “Pax Americana”.

Nel suo piccolo, L’Alpha e il Beta ritiene che l’anno che meglio rappresenti il passaggio tra due epoche, la cesura tra un “prima” e un “dopo”, sia il 2001 quando, a breve distanza tra loro, si sono verificati due episodi che sono diventati emblematici.

La tragedia dell’11 settembre 2001 è impressa nella memoria di tutti, data iconica che segna la nuova ansa della Storia descritta negli anni Novanta dalla teoria dello “scontro di civiltà” di Bernard Lewis e Samuel P. Huntington. L’altra data, tre mesi dopo, è molto meno nota ma le sue conseguenze molto più rilevanti.

L’11 dicembre 2001 la Cina venne ammessa nel WTO, l’Organizzazione del Commercio Internazionale, l’avvenimento che segna un cambio di passo nella storia economica contemporanea, che divide un “prima”, quando la Cina era il sesto esportatore del mondo e aveva un reddito pro-capite attorno ai mille dollari, e un “dopo” in cui Pechino è divenuta la seconda economia mondiale, il maggior esportatore del mondo e il reddito pro-capite è oltre i dodicimila dollari (nella ricca regione di Shenzen è attorno ai venticinquemila dollari).

Con il libero accesso ai mercati internazionali gli scambi commerciali sono cresciuti impetuosamente in entrambe le direzioni, la Cina è formidabile esportatore e nello stesso tempo avido compratore.I termini dei protocolli di adesione del 2001 riflettevano lo Zeitgeist degli anni della Grande Moderazione, un senso di diffuso ottimismo alimentato da crescita, bassa volatilità dei cicli economici, inflazione sotto controllo.

 “Se credete in un futuro di più grande apertura e libertà per il popolo della Cina … se credete in un futuro di più grande prosperità per il popolo americano, voi dovrete certamente essere a favore di questo accordo… io farò tutto quello posso per convincere il Congresso e il popolo americano a sostenerlo”.

Così si esprimeva il presidente Bill Clinton a favore dell’ammissione della Cina nel WTO. L’idea sottostante era che l’apertura alle libertà economiche avrebbe comportato una analoga apertura verso le libertà civili, c’era chi preconizzava l’approdo della Cina all’economia di mercato già nel 2015.

Una scommessa persa, la presenza del governo cinese nella vita dei cittadini e delle aziende è molto più pervasiva di allora, la sua economia è saldamente controllata dallo Stato, l’integrazione nell’economia mondiale non è senza attriti. L’ammissione al WTO comprendeva accordi commerciali multilaterali e plurilaterali ai quali la Cina aveva promesso di aderire ma in realtà non l’ha mai fatto.

Le “SOE”, le imprese a mani dello Stato (State-Owned Enterprise) che costituiscono la colonna portante del sistema economico cinese, si trovano in posizione dominante e hanno un accesso privilegiato a sussidi e finanziamenti a basso costo ma negli accordi del 2001 il loro ruolo è del tutto assente.

Obama provò una strategia diversa, la sua idea del Partenariato Trans-Pacifico (TPP) pensava alla Cina ma senza coinvolgerla nei negoziati: se mai la Cina volesse aderire ai vantaggi del TPP dovrebbe prima adottare una più rigorosa disciplina con le aziende di Stato.

Il Vietnam lo ha fatto, ha valutato le convenienze e ha aderito al Comprehensive and Progressive TPP (CPTPP), l’accordo commerciale tra i restanti firmatari del TPP dopo che Trump ha deciso il ritiro degli Stati Uniti.In questi vent’anni l’economia cinese ha portato alla dimensione globale i due grandi stili di crescita che costituiscono i pilastri dello sviluppo moderno.

La “crescita smithiana”, quella dei vantaggi comparativi e della specializzazione produttiva, ha portato la Cina a diventare l’hub manifatturiero del mondo, non sarà facile per il “friend reshoring” ricostituire le stesse economie di scala e l’esperienza della manodopera specializzata accumulata nei decenni.

La “crescita schumpeteriana”, la distruzione creatrice e l’innovazione, è sostenuta dall’aumento nella conoscenza tecnologica; il costante progresso digitale e lo scambio delle idee e delle nuove scoperte ha alimentato il processo deflazionistico dello scorso decennio.

Vent’anni di performance economiche che hanno messo in pratica, “con caratteristiche cinesi”, le idee dell’economista austriaco Joseph Schumpeter, in particolare quelle meno note dedicate al ruolo delle istituzioni che finanziano le industrie o indirizzano le politiche di innovazione.

La Cina ha colto il senso della competizione tecnologica che per Schumpeter è la forza motrice dello sviluppo economico. Quest’anno però, il tasso di crescita della Cina è uno dei più lenti degli ultimi due decenni, la nuova leadership eletta al Congresso fronteggia la sfida economica più difficile dal 2001, il rallentamento della crescita è stato molto superiore al previsto e le condizioni internazionali avverse.

Aumenta il numero degli esponenti del governo che chiedono al presidente Xi Jinping di accelerare l’uscita dall’emergenza, di fornire maggiori stimoli all’economia, le due priorità sono tornare a crescere e attenuare le proteste dei molti che non sopportano più i duri lockdown, e pazienza se dall’altra parte della bilancia c’è il rischio che una riapertura troppo rapida esponga al contagio una popolazione anziana e con un ancora insufficiente tasso di copertura.

La settimana che comincia oggi è importante non solo per i dati sull’inflazione americana e le riunioni della Fed e della BCE: il 15 dicembre si terrà a Pechino l’annuale Conferenza Centrale sul Lavoro. Rigorosamente a porte chiuse, verranno discussi gli obiettivi di crescita del prossimo anno, le politiche per gestire le fragilità del settore immobiliare, le misure di allentamento della politica dello Zero-Covid 19.

L’allentamento delle restrizioni è naturalmente una buona notizia per l’economia globale e per i mercati finanziari che scrutano i segnali di recupero e interpretano le dichiarazioni dei rappresentanti del governo.

Impazienti, i mercati non aspettano e scontano il futuro, dai minimi di ottobre le azioni cinesi sono cresciute del 30%, ma anche dopo il rally le azioni cinesi restano a buon mercato, scambiano a valori di P/E molto inferiori alla loro media storica. “Anche se attribuissimo uno sconto al rallentamento della crescita e al profilo di rischio più elevato, pensiamo che le azioni cinesi siano ancora sottovalutate” scrive Wendy Chen di GAM Investmemts.

Le valutazioni sono ancora a buon mercato perché non escludono la possibilità dei rischi sanitari. Per il governo il peggio è passato e il Quotidiano del Popolo scrive che “il virus è diventato più debole, ma noi siamo diventati più forti”.

La buona notizia delle graduali riaperture è contrastata dal basso tasso di vaccinazione delle persone di età superiore ai 60 anni e fonte di preoccupazione è la possibile combinazione dell’influenza con la variante Covid e lo stress che genererebbe al sistema ospedaliero.

Le scelte politiche potrebbero essere costrette a imprevedibili cambiamenti, a tentennare tra riaperture e chiusure. In ogni caso le riaperture faranno tornare i turisti cinesi, lungamente attesi dai retailer e dalle aziende del lusso, un ritorno che corrobora le buone prospettive del settore.

Il settore immobiliare e le conseguenze che potrebbe avere sulla stabilità finanziaria restano al centro dell’attenzione. Gli anni della crescita irruenta sono molto probabilmente alle spalle, il rischio è l’innesco della spirale tra l’aumento del numero dei costruttori in difficoltà, il crescente sentiment negativo nel settore e la conseguente ricaduta sulle condizioni finanziarie generali.

Anche i compratori si sono fatti a loro volta più cauti, le vendite di case continueranno a diminuire costituendo un freno alla crescita. Dall’altra parte ci sono almeno tre circostanze che attutiscono i rischi di un pericoloso avvitamento del settore:

    le ultime misure governative comprendono un programma di prestiti della banca centrale e l’abolizione di restrizioni sulla raccolta di fondi dal mercato azionario e dalla finanza ombra, si sta manifestando un sostegno governativo diretto;

    l’indice nazionale del clima immobiliare sta ritracciando dai livelli di maggiore tensione; l’indice è basato sull’analisi del ciclo economico, utilizza metriche economiche generali e specifiche del settore, esclude l’impatto dei fattori stagionali. Generalmente, scrive Jian Shi Cortesi di GAM Investments, “il livello più appropriato dell’indice di clima immobiliare nazionale è 100”;

    La sottoscrizione dei mutui in Cina è relativamente conservativa, i compratori di solito pagano un acconto del 20- 30% sul valore della prima casa, del 40-70% se si tratta di una seconda casa; le famiglie cinesi non sono indebitate in modo eccessivo, il numero degli insolventi non è paragonabile a quello americano degli anni della crisi (non esistono mutui sub-prime in Cina).

In termini più generali e guardando al medio periodo, la crescita schumpeteriana in Cina è descritta dalla forte rappresentazione negli indici di borsa dell’information technology, dell’hard technology e dei titoli industriali, settori verso i quali si sta concentrando l’attenzione e l’azione del governo.

Fonte: AdvisorWorld.it


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