Benetti Carlo GAM

GAM: Dazi nostri

GAM : In principio, le minacce dei dazi non vennero prese sul serio.

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A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM


Quelle parole tonitruanti che minacciavano tariffe commerciali a destra e a manca assomigliavano ai fendenti nell’aria della spada di Don Chisciotte, tattiche da immobiliarista per spuntare condizioni di vantaggio.

Quando quelle minacce vennero messe in pratica, con la firma presidenziale sotto gli ordini esecutivi, venne ricordata la “Trump put”, il presidente che si è sempre fatto vanto delle performance azionarie favorite dalla sua azione politica avrebbe continuato a compiacere Wall Street, correggendo quelle iniziative o mosse sgradite ai mercati.

Ma quando Trump e i suoi hanno cominciato a parlare di trasformazione strutturale, di ricablaggio dell’economia americana, la fiducia è scolorita della diffidenza. Se il Presidente e il Segretario al Tesoro accettano con disinvoltura la recessione come sopportabile costo temporaneo, le famiglie, le imprese e i mercati cominciano a preoccuparsi.

Sull’economia e sui mercati si è innescata una reazione a catena: oggi termina uno dei peggiori trimestri di Wall Street negli ultimi vent’anni, l’ultimo sondaggio di Bank of America presso i gestori registra l’aumento della sfiducia e un tiepido appetito per il rischio. I flussi del risparmio vanno dal “growth” al “value”, da ovest ad est, favorendo così i risultati delle borse europee superiori a quelli di Wall Street; l’aumento dei prezzi di beni e servizi amplifica i timori che l’economia stia per affrontare un periodo di crescita tiepida e di inflazione elevata.

La reazione a catena non si è interrotta venerdì scorso. Il peggioramento dei dati di inflazione e del sentiment dei consumatori, ai livelli più bassi dal 2021, preavverte il possibile calo dei consumi e il malumore si è manifestato in un’altra giornata negativa per le azioni americane. L’indice Dow Jones è sceso dell’1,7%, il Nasdaq, termometro del settore tecnologico, ha perso il 2,7%, lo S&P 500 è crollato di quasi il 2%, dieci degli undici settori dell’indice hanno chiuso la giornata in territorio negativo.

“Oro scatenato”, titola Il Foglio, la “barbara reliquia” ha toccato un nuovo record, salgono i prezzi delle obbligazioni, il rendimento del Treasury a dieci anni è sceso a 4,25%, gli spread nel credito di minore qualità si allargano e la settimana che comincia oggi promette ancor maggiore volatilità.

Martedì 2 aprile entreranno infatti in vigore le aliquote sulle importazioni di auto e verrà annunciata una nuova salva di misure tariffarie. Nella narrativa trumpiana sarà il “Liberation Day”, le tariffe costituiscono il pilastro della nuova economia americana e pazienza se la prima salva di dazi ha alterato le prospettive dell’economia reale e agitato i mercati.

È molto probabile che si verifichi una escalation nella guerra commerciale, i partner degli Stati Uniti si sono già dichiarati pronti ad applicare misure di ritorsione, l’Unione Europea contrasterà le tariffe americane con dazi che colpiranno le merci americane per un valore di ventotto miliardi di dollari (se approvati dagli Stati membri dell’Unione entreranno in vigore il 12 aprile).

Le misure ritorsive cinesi si applicheranno a un valore di circa ventidue miliardi di dollari, in gran parte prodotti agricoli che faranno male a una parte della constituency elettorale di Trump. Il Canada sta già applicando dazi su oltre venti miliardi di dollari di merci americane e ha recentemente fatto seguito con una nuova serie di misure per altri ventuno miliardi di dollari.

C’è ancora molta incertezza sugli annunci di domani, vedremo se la “Trump put” sia davvero “out of the money”, per il momento sappiamo con certezza che l’aumento dei costi ricadrà in buona misura sui consumatori attraverso prezzi più alti e pressioni al ribasso sulla crescita economica.

Come ricordano i colleghi del team multi-asset di Milano nella newsletter “La Musa dei Mercati”, la Federal Reserve ha rivisto al ribasso la crescita del Pil nel 2025, da 2,1% a 1,7%; l’OCSE stima per quest’anno e il prossimo un calo del Pil globale nell’ordine dello 0,2%-0,3%.

La reazione a catena messa in moto dalla narrativa trumpiana accelera la Storia anche in Europa: mentre gli Stati Uniti flirtano con la stagflazione, da mesi il mercato azionario europeo sta superando quello americano, il mantra “America first” è stato l’innesco, gli ambiziosi piani di investimento in Germania e in Europa stanno fornendo il carburante alle prospettive delle borse europee.

Da tempo l’Europa si scontra con tassi di crescita deludenti e anche per il 2025 le prospettive non sono benevole, il Fondo Monetario prevede una crescita dell’Unione Europea attorno al 1%, sarà dello 0,9% per gli economisti intervistati da Bloomberg.

Con parresìa, con il linguaggio franco della verità, il Rapporto di Mario Draghi sul “futuro della competitività europea” ha messo in evidenza i limiti dell’Unione e i settori dove intervenire con urgenza: i mercati dei capitali, gli eccessi normativi, il ritardo tecnologico, la demografia contraria, i costi dell’energia. Non c’è da stupirsi se, in queste condizioni, le borse europee hanno avuto scarsa lucentezza.

Ma le cose sembrano cambiare, la retorica “primatista” di Trump ha portato l’agenda Draghi tra le priorità delle leadership europee: a forza di sentirsi ripetere che “non pagate abbastanza per la vostra difesa” e che “l’America è stufa di pagare al posto vostro”, i leader europei hanno (finalmente) preso in mano il proprio destino e cominciano a spendere. Il gioco si è fatto duro e i duri cominciano a giocare direbbe il John Belushi di Animal House: Merz in Germania e la Commissione in Europa parlano, anche loro con parresìa, di investimenti massicci e di debito.

E si comincia a vedere qualche segnale: in marzo la produzione manifatturiera tedesca è leggermente aumentata, la domanda è rimasta sotto pressione e sono ancora assenti i nuovi ordini ma, complessivamente, il risultato netto è stato un aumento della produzione, una lieve ripresa del tasso di crescita rispetto a febbraio. La più grande economia dell’Eurozona potrebbe uscire dalla recessione manifatturiera mentre Friedrich Merz avvia una rivoluzione costituzionale (e culturale) che consentirà alla Germania di spendere cinquecento miliardi di euro in infrastrutture e difesa.

Bruxelles non è da meno, la Commissione Europea sta studiando il modo per snellire le regole sul capitale delle banche dopo aver accolto gli inviti delle banche centrali di Germania, Francia, Italia e Spagna che ne hanno lamentato l’eccessiva onerosità. La revisione di quelle misure darebbe alle banche europee la possibilità di migliorare l’emissione di titoli e, sempre nell’ambito finanziario, la Commissione potrebbe agevolare le operazioni di fusione e acquisizione.

I mercati avvertono il cambio di passo che rende l’Europa più interessante agli occhi degli investitori. Cambiano le prospettive, l’idea che il 2025 sarebbe stato un altro anno americano è superata dai fatti: nulla fa pensare che l’amministrazione Trump riavvolga il nastro e sgomberi il terreno dalla paura della stagflazione.

Al contrario, Trump rincara la dose convinto che le tariffe “abbasseranno i prezzi” (sic!) e genereranno entrate fiscali “tra i seicento miliardi e un trilione di dollari nei prossimi due anni …cifre che ridurranno di molto il debito”, numeri del tutto arbitrari ha chiarito il think tank indipendente Tax Foundation.

Il presunto “Giorno della Liberazione” è tutto qui, in numeri a caso e affermazioni grossolane, lontanissime dai manuali; le tariffe sono uno strumento inefficiente, in tutto il secondo dopoguerra sono state abbandonate dai paesi maggiori (salvo casi specifici) e i bilanci pubblici vengono finanziati con le imposte sul reddito e sul valore aggiunto.

È probabile che il 2 aprile diventi invece il “Liberation Dismay”, il giorno dello sgomento per una “liberazione” inesistente e semmai costosa. Comincia una fase nuova in cui sarà Wall Street a pagare il pegno maggiore a politiche messianiche di numeri a casaccio e tesi economiche strampalate.

Non sarà una fase breve, non sappiamo come sarà il “Liberation Day” ma sappiamo che la politica dei dazi non porta da nessun’altra parte diversa dalla debolezza economica e prezzi in aumento. Per non farci mancare nulla, i tagli ai posti di lavoro nelle agenzie federali mettono nei guai migliaia di famiglie, con ricadute negative sugli indici della fiducia delle imprese e dei consumatori.

I mercati europei stanno facendo meglio di quelli americani scrivevamo sopra. Katie Martin sul Financial Times ricorda qualche statistica, negli ultimi dodici anni l’indice tedesco Dax ha superato lo S&P 500 solo in due casi e le prospettive del 2025 restano estremamente favorevoli a Francoforte. Anche l’andamento del dollaro è “da libro di storia”, una simile debolezza in questa fase dell’anno si è verificata “solo sei volte dal 1969”.

Mentre si opacizza l’eccezionalismo americano si manifesta il dilucolo dell’eccezionalismo europeo, scrivevamo la settimana scorsa.

Ma mettere in evidenza le prospettive della crescita economica e del mercato azionario europei non significa ribaltare il tavolo dell’asset allocation: quei tassi di crescita del settore tecnologico americano non potevano essere una storia infinita ma, detto questo, non si tratta neppure una storia finita e i dazi faranno male anche alle aziende europee, automotive in testa.

In Europa c’è però un settore che potrebbe sopportare un po’ meglio le bordate dei dazi.

Alcune grandi case del lusso hanno già impianti negli Stati Uniti, valuteranno se e come estendere la produzione anche ai modelli iconici attualmente confezionati in Europa. Altre Case hanno aumentato in questi mesi le spedizioni negli Stati Uniti per accumulare scorte esenti dalle misure tariffarie. Ferrari ha annunciato un aumento del prezzo delle nuove vetture e gli ordini sono sufficienti ad assorbire la produzione dei prossimi due anni; ricordiamo che Ferrari non appartiene al settore “automotive”, è una società del lusso che fa auto, non è la stessa cosa.

I CEO delle grandi griffe fanno affidamento sul “pricing power”, sulla capacità dei marchi di adeguare i listini ai nuovi costi senza paura di compromettere il fatturato.

Chi non osa afferrare la spina non dovrebbe desiderare la rosa scriveva Anne Bronte, nel caso del settore del lusso le spine sono quelle dell’incertezza: i clienti più spendaccioni restano i cinesi e gli americani, questi ultimi favoriti dall’effetto ricchezza del rally azionario ma che potrebbero essere frenati dal calo della fiducia e dalle più grame prospettive dell’economia americana.

Dopo anni di aumenti aggressivi dei prezzi, potrebbe diventare più difficile, almeno per alcuni marchi, trasferire sui prezzi finali i maggiori costi di importazione.

Flavio Cereda di GAM Investments avverte che l’aumento dei prezzi taglia fuori il segmento cosiddetto “Aspirational Luxury Consumers”, quella fascia di consumatori che acquistano con una certa regolarità almeno un articolo di lusso all’anno spendendo cifre tra i tremila e i diecimila euro.

Parimenti, gli aumenti dei listini non scoraggeranno gli acquisti della clientela “Beyond”, i clienti al vertice della piramide dei consumi del lusso che hanno una spesa personale annua superiore ai cinquantamila euro: sono pochi, circa l’1% della clientela totale del lusso, ma contribuiscono per un quinto della spesa nel settore, con una capacità di spesa di duecento volte superiore a quella del consumatore medio.

Fonte: InvestmentWorld.it


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