GAM : Diversità va cercando, ch’è sì cara. Nel primo canto del Purgatorio, Virgilio indica Dante a Catone come un uomo che “libertà va cercando”.
A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM
Dante è un “cercatore di libertà”, parola densa di significati ed emozioni, organica a tutte le funzioni dell’agire umano, è scelta, autorealizzazione, relazione con la libertà degli altri. I risparmiatori, in sedicesimo, sono a loro volta cercatori di libertà, nell’accezione semantica della decisione e della scelta.
Parafrasando Virgilio, gli investitori sono “cercatori di diversità” nella composizione dei loro portafogli. Come viandanti nella nebbia, riconoscono i vantaggi della diversificazione, sanno che è il solo rimedio all’incertezza radicale, il criterio più efficiente per avere portafogli di investimento performanti nel lungo termine, lo attesta il manuale e lo ripetono con pedanteria queste colonne.
Oggi è certamente più facile avere un portafoglio diversificato rispetto a quando Harry Markowitz ne definì l’impalcatura matematica: i mercati più lontani sono facilmente accessibili in tutte le piattaforme, gli strumenti indicizzati consentono di investire in migliaia di titoli spendendo poco.
Grande è la confusione sotto il cielo ma la situazione è tutt’altro che eccellente. Anche la diversificazione, signora mia, non è più quella di una volta; è facile costruire un portafoglio che sembri diversificato ma, ricorda l’Economist, “costruirne uno che sia effettivamente diversificato è diventato molto più difficile”.
Per essere efficaci, le classi di attivo devono avere bassa correlazione, quanto meno correlati sono i rendimenti degli asset tanto migliore è il profilo rischio-rendimento del portafoglio.
Nel tempo però, le correlazioni tra le classi di attivo sono aumentate, mercati che un tempo si muovevano in modo quasi indipendente ora si muovono con maggiore sincronia, salta all’occhio ad esempio la correlazione positiva tra azioni e obbligazioni che avevano invece una correlazione inversa. Il ruolo delle obbligazioni era quello di ammortizzatore del rischio, di protezione nei periodi di cedimento degli indici di borsa. Le cose sono cambiate nel 2022: l’inflazione ha spinto in alto i tassi d’interesse e per le borse fu uno degli anni peggiori dalla crisi del 1929.
Attività tradizionalmente distinte hanno così cominciato a muoversi nella stessa direzione facendo perdere efficacia all’evergreen dei portafogli, quel “60/40” che consentiva a gestori e consulenti di distribuire i pesi relativi tra titoli azionari e obbligazioni, dosando con sapienza il rischio.
Le condizioni dello scenario sono cambiate: l’inflazione non smette di preoccupare, la guerra dei dazi alimenta i dubbi sulle prospettive dei prezzi nel lungo termine, i rendimenti obbligazionari restano alti. Altrettanta incertezza, se non maggiore, circonfonde il mercato azionario che negli Stati Uniti è vulnerabile alla concentrazione nelle mega-cap tecnologiche e alle valutazioni tirate.
Tra le classi di attivo con le quali ampliare con efficacia la diversificazione dei portafogli ci sono naturalmente le obbligazioni governative americane a breve termine: offrono un rendimento annualizzato sopra il 4% senza rischio (perlomeno, con il rischio della fiducia nel governo americano). Altrettanto disponibili ci sono le obbligazioni societarie investment grade che presentano rendimenti attorno al 4,5%. Nelle scorse settimane abbiano approfondito la diversificazione geografica e settoriale, oggi vediamo le materie prime.
La storia dell’umanità è sovrapponibile a quella della lotta per il controllo delle materie prime e delle risorse energetiche: dalla legna e dal carbone fino al nucleare, le materie prime hanno scandito l’evoluzione culturale, tecnologica, economica e sociale dell’Homo Sapiens. Il fenomeno della globalizzazione ha molte facce e una di queste, forse preponderante, è stata l’esplosione del commercio internazionale di combustibili, minerali e prodotti alimentari.
Gli eventi politici ed economici di cui siamo testimoni stanno sconvolgendo il mercato globale delle materie prime. Da un po’ di tempo sono “tutti pazzi per l’oro”, la sua lucentezza continua a sedurre investitori smarriti, quando crolla la fiducia nelle leadership politiche è sempre cresciuta quella nel metallo giallo. L’incertezza radicale e gli acquisti delle banche centrali hanno portato l’oro sugli scudi, ora si parla anche della possibile revisione contabile che il Tesoro americano potrebbe applicare alle proprie riserve auree. L’attuale valore contabile di 42 dollari potrebbe essere aggiornato ai valori di mercato spingendo i prezzi ancora più in alto (a meno che il Tesoro non decida di venderne una parte, vedi anche L’Alpha e il Beta del 17 febbraio scorso).
Non solo oro e argento, tutte le materie prime sono oggetti di produzione e, nello stesso tempo, soggette alla speculazione, agli investimenti, alle strategie di copertura del rischio. Il legame tra finanza e materie prime è antico, ma negli ultimi decenni si è intensificato, i mercati delle commodities sono sempre più influenzati dalle dinamiche finanziarie globali.
Dagli anni Duemila le materie prime hanno cominciato ad essere un’asset class attraente anche per gli investitori non professionali, sono almeno tre i possibili vantaggi della diversificazione anche in materie prime:
- hanno rendimenti positivi nel lungo termine; i fondi comuni e gli ETF investono in materie prime attraverso contratti futures con accordi standardizzati, il rendimento del contratto non rappresenta necessariamente un’esposizione diretta alla merce fisica e c’è la componente del rendimento del collaterale (in genere attività monetarie a breve);
- presentano correlazioni basse con le azioni e le obbligazioni; mediamente, un portafoglio che comprenda anche le materie prime ha rendimenti corretti per il rischio più elevati di un portafoglio composto dalle sole azioni e obbligazioni;
- offrono riparo dall’inflazione; le materie prime e i titoli energetici sono molto reattivi ai prezzi e storicamente sono stati una buona difesa dagli shock inflazionistici. L’indice delle materie prime ha quasi sempre mostrato una relazione positiva e significativa con l’inflazione inattesa.
Il mercato delle materie prime è dominato dalle aziende che producono o consumano direttamente le materie prime e dagli investitori, fondi comuni di investimento, banche, trader che negoziano i contratti ma non hanno intenzione di entrare in possesso del bene fisico.
L’influenza della finanza sulle materie prime non è senza conseguenze: le commodities sono diventate luogo di forti speculazioni, e quando i prezzi sono del tutto sganciati dai fondamentali dell’offerta e della domanda cresce la volatilità e il mercato si fa ancor più imprevedibile.
Per questo la gestione del rischio è cruciale. Secondo Maximilian Tomei, CEO di Galena e partner di GAM Investments, il 2025 si giocherà sull’approccio attivo e l’ampia diversificazione, “la forza del prezzo del dollaro e del petrolio conterrà la domanda nei mercati emergenti e inciderà sul valore del petrolio: dinamiche che offriranno l’opportunità di posizionarsi opportunamente”.
“Le materie prime restano una categoria d’investimento sottovalutata” dice Maximilian che sarà ospite di GAM al Salone del Risparmio 2025, “a nostro giudizio farà meglio di altre asset class qualora si manifesti un evento di credito o di liquidità”.
Fonte: InvestmentWorld.it
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