Benetti Carlo GAM

GAM: E le stelle stanno a guardare

GAM : “L’Europa si preoccupa del rallentamento della crescita dall’inizio di questo secolo. Si sono succedute varie strategie per aumentare i tassi di crescita, ma la tendenza è rimasta invariata”.

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A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM (Italia) SGR


Sono le prime parole del Rapporto Draghi, il documento che è diventato l’obbligatorio passaggio per qualsiasi ragionamento sul “futuro della competitività europea” e sulle prospettive economiche dell’Unione nel prossimo futuro, sui nodi che dovranno essere sciolti da adeguate azioni di politica economica.

Quando il documento venne presentato, nel settembre 2024, i commenti (e le critiche) si concentrarono principalmente sulle soluzioni individuate e sulle imponenti risorse finanziarie ritenute necessarie per recuperare i ritardi con gli Stati Uniti. Il biasimo, come spesso accade, si concentrava sul dito che indicava la luna.

Il biasimo spesso va a braccetto con l’inerzia: mentre le stelle d’Europa stanno a guardare, Trump impone un brusco cambio di passo nelle relazioni internazionali e in quelle transatlantiche, irride il “Green Deal” europeo e la scommessa sulle energie rinnovabili, se la prende con l’ipertrofica burocrazia di Bruxelles e, naturalmente, con gli squilibri nei rapporti commerciali tra le due sponde dell’Atlantico.

Le stelle d’Europa non possono più stare a guardare, era anche il monito inascoltato di David Sassoli che in più occasioni, come parlamentare europeo e come presidente dell’Assemblea di Strasburgo esortava a “leggere la complessità con uno sguardo diverso, rilanciare il cantiere europeo, sostenere un’Europa capace di trovare pazientemente le giuste convergenze”. Il tempo dell’inerzia è finito, il Rapporto Draghi andrebbe riletto con attenzione, in particolare il capitolo dedicato all’innovazione e al ritardo tecnologico che i paesi europei hanno accumulato con gli Stati Uniti.

Il divario tecnologico si è creato a metà degli anni Novanta, la frammentazione politica ha impedito all’Europa di capitalizzare la prima rivoluzione digitale, le novità e le potenzialità di internet non si sono riversate nella creazione di nuove società o nella trasmissione della tecnologia digitale all’economia.

La prima grande trasformazione, allora, “è la necessità di accelerare l’innovazione e trovare nuovi motori di crescita”. Negli ultimi due decenni gli investimenti in R&I in Europa si sono concentrati in tecnologie mature, soprattutto nell’automotive, “cinque delle prime dieci aziende tecnologiche a livello globale in termini di investimenti nel settore quantistico hanno sede negli Stati Uniti e quattro in Cina. Nessuna ha sede nell’UE” (cap 2, pag. 22).

Le stelle d’Europa non possono più stare a guardare mentre Donald Trump annuncia una sorta di mega-partnership tra pubblico e privato, un programma di investimenti nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale che arriverà fino a 500 miliardi di dollari, con il duplice obiettivo di creare posti di lavoro e consolidare la primazia americana nel settore.

La reazione di Wall Street all’annuncio è stata immediata e da manuale, trascinato dai titoli tecnologici mercoledì l’indice ha toccato un nuovo massimo, il rendimento degli utili a termine è salito a 3,9% e nel campo di gioco delle obbligazioni le vendite del Treasury hanno spinto il rendimento del decennale al 4,65%, schiacciando il premio al rischio al pavimento.

Le valutazioni americane sfidano le leggi della gravità sostenute dalle prospettive di crescita, dai massivi programmi di investimenti e dal pervasivo, umanissimo sentimento del FOMO, “Fear of Missing Out”, la paura di perdersi la festa, avvertito in pari misura da milioni di anonimi investitori come da sir Isaac Newton che a causa del “FOMO” perse una fortuna.

Come Sir Newton alle prese con il prezzo della Compagnia dei Mari del Sud, ancora una volta gli investitori sono alle prese con il dubbio: su un piatto della bilancia pesano le ragioni che giustificano multipli elevati (prospettive di crescita degli utili, investimenti …), sull’altro ci sono il premio al rischio tornato ai livelli del 2002 e la concentrazione record del listino americano.

Per soprammercato, negli Stati Uniti si manifestano inediti rischi politici. La realizzazione del programma di Trump, o parti di esso, potrebbe rivelarsi meno favorevole all’economia rispetto a quanto prospettato: sono milioni i lavoratori privi di documenti regolari impiegati in mansioni che, negli Stati Uniti come negli altri paesi avanzati, pochi altri lavoratori vogliono svolgere. Il rimpatrio di un gran numero di queste persone metterebbe sotto pressione il mercato del lavoro e i costi salariali.

Inoltre, nel mirino dei possibili rimpatri non ci sono solo gli sventurati portati in catene sul cargo: si parla dell’abolizione, o di restrizioni, nel programma di visti “H-1B”, quelli riservati ai lavoratori qualificati. Il nocciolo duro del trumpismo pretende che anche i lavori ad elevate competenze professionali e ben pagati siano svolti dai figli dello zio Sam e non da matematici, fisici, ingegneri provenienti dall’India, dal Pakistan, dalla Gran Bretagna o dall’Italia. Si tratta di migliaia di professionisti che contribuiscono al successo delle società tech e alla primazia tecnologica americana. Assieme ai dazi, in queste ore motivo di tensione con il Canada e la Colombia, anche i rimpatri costituiscono una faglia di preoccupazione.

La crisi con la Colombia sembra rientrata, il Canada ha invece ribadito che risponderà ai dazi americani sospendendo da febbraio la fornitura di energia, una misura che avrebbe un impatto immediato negli stati del Michigan, Wisconsin, New York. Una ritorsione costosa per il Canada e costosa per gli Stati Uniti, non deriva mai nulla di buono dalle guerre commerciali.

Negli Stati Uniti, dunque, con le prospettive positive crescono i rischi. Per l’investitore, una possibile soluzione dal vago sapore doroteo è quella di tenere assieme un po’ tutto: conservare l’esposizione al listino americano e al settore tecnologico affiancando però l’esposizione anche ad altre aree geografiche, e il primo “altrove” è l’Europa.

Un’economia americana dinamica e in crescita è un vantaggio anche per il Vecchio Continente: il nuovo corso della politica americana accelera la reazione dell’Unione Europea. Lagarde a Davos ha presentato la sfida come “esistenziale”, nel linguaggio dei leader si avverte l’urgenza di accelerare verso un maggiore coordinamento delle politiche, da quella estera a quella energetica, quest’ultima magari affrontata qualche grano di buon senso in più, ovvero impostando l’obiettivo della decarbonizzazione con piani di transizione realistici, che tengano conto dei costi sopportabili dal sistema industriale e dai consumatori.

Perché parlare di innovazione tecnologica significa parlare di transizione energetica: la digitalizzazione, lo sviluppo delle applicazioni dell’AI, le stesse criptovalute (destinate a un futuro scintillante con un presidente che emette “in proprio” un suo “meme-coin” e lucra sulla sua popolarità) sono attività fortemente energivore.

In Europa si stima che la domanda dei data center cresca nei prossimi cinque anni dagli attuali dieci gigawatt a circa trentacinque, la stima degli investimenti necessari si aggira attorno ai 250-300 miliardi di dollari in infrastrutture. Una sfida imponente in cui il recupero del divario tecnologico con gli Stati Uniti comporta la rivoluzione dell’ecosistema energetico europeo, l’aumento della domanda di energia dovrà procedere di pari passo con gli impegni presi sulla sostenibilità e la minimizzazione delle emissioni CO2 nell’atmosfera.

Energia abbondante e a buon mercato è la precondizione per l’avanzamento nell’AI, l’altra condizione è la disponibilità di fonti di finanziamento e l’accesso al credito. Le prospettive verosimili del prossimo futuro sono l’allentamento del costo del denaro da parte delle maggiori banche centrali, da qualche mese gli spread del credito si sono ristretti e, attualmente, sono a valori storicamente bassi.

Una condizione che limita il possibile “upside” in termini di rendimenti obbligazionari ma restano intatte le condizioni generali che confermano le buone ragioni dell’investimento azionario nel settore bancario.

I gruppi di private equity hanno notato e approfittato delle valutazioni a sconto: per l’Europa il 2024 è stato un anno effervescente, sono andate in porto operazioni per un importo globale superiore ai 130 miliardi di dollari.

Oltre ai listini dei paesi dell’Unione Europea merita attenzione anche la borsa di Zurigo. I tassi di interesse svizzeri sono di nuovo vicini allo zero, la Banca Nazionale Svizzera è stata più aggressiva rispetto a Fed e BCE. Storicamente, la crescita americana è stata di supporto al settore manifatturiero svizzero, soprattutto del segmento delle società a piccola e media capitalizzazione, nel 2025 potrebbe verificarsi l’accelerazione nel settore che a sua volta favorirebbe un cambiamento nel mercato, aiutato anche dalla possibile ripresa dei consumi favoriti da più alti salari reali.

In definitiva, diversificare dagli Stati Uniti verso l’Europa significa puntare sui settori favoriti dalla transizione digitale ed energetica, sulle società con prospettive di alta crescita di utili e di quote di mercato.

Fonte: InvestmentWorld.it


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