Benetti Carlo GAM

GAM : Games of Drones

GAM : Nelle relazioni internazionali il potere non è mai scomparso. Negli ultimi decenni è rimasto nascosto dietro istituzioni, trattati e commercio globale. Oggi è tornato a mostrarsi senza maschera.

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A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM


In una scena di Game of Thrones, Lord Petyr “Littlefinger” Baelish sfida la Regina Cersei con un’osservazione pungente: “le grandi casate dimenticano spesso una verità fondamentale, la conoscenza è potere”.

La risposta di Cersei è gelida, ordina alle guardie di afferrarlo e di tagliargli la gola.

Ma mentre un coltello si avvicina al volto del terrorizzato Littlefinger, la regina revoca l’ordine, “fermi, ho cambiato idea”.

Poi gli si avvicina e con fredda spietatezza gli sussurra “il potere è potere”.

In questo tempo di umanità smarrita, sembra che molte leadership mondiali si siano formate più sulle vicende di questa spietata saga fantasy che sulle letture di filosofi del liberalismo come Karl Popper o della giustizia sociale come John Rawls.

Il potere è potere quando le relazioni diplomatiche regrediscono alle logiche di potenza del Novecento, quando il nuovo disordine globale sembra non fondarsi più, o almeno non soltanto, sul PIL e sulla creazione di ricchezza.

Nella logica della regina Cersei la forza torna a essere il primario principio regolatore, “power is power”.

Il principio della forza sembra prevalere soprattutto nel martoriato Medio Oriente, dove la storia recente sgrana un dolente rosario di tragedie: il fiasco in Libia nel 2011, la guerra civile in Siria, la sanguinosa ascesa dello Stato Islamico nel 2013, la catastrofe nello Yemen in corso dal 2015, il collasso del Libano, il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano (che ha riacceso le tensioni con Teheran e ha portato alla politica della “massima pressione”), gli orrori del 7 ottobre 2023, la tragedia di Gaza, la crisi nel Mar Rosso, l’escalation di Israele con l’Iran.

Uno dei semi del caos che affligge il Medio Oriente venne piantato centodieci anni fa. Nel maggio 1916, Francia e Gran Bretagna stipularono in segreto un accordo per spartirsi i territori ad est di Suez appartenenti all’Impero Ottomano. “Aree di influenza” artificiali, tracciate a tavolino, che posero le premesse del Medio Oriente come lo conosciamo oggi.

L’accordo Sykes-Picot, che prende il nome dai due diplomatici che lo definirono, e soprattutto le Conferenze internazionali negli anni successivi (Losanna, Londra, Sanremo), sancirono il dominio occidentale su quella parte di ex Impero Ottomano. Ma quelle discussioni e accordi tracciavano frontiere arbitrarie senza tenere conto delle differenze etniche e religiose delle popolazioni, piantarono così il seme avvelenato dell’instabilità, furono all’origine della “questione araba”, degradata nei conflitti arabo-israeliani e israelo-palestinesi, della questione petrolifera e della questione dell’unità del mondo islamico arabo-sunnita.

Nel 1977 John Kenneth Galbraith definiva Età dell’Incertezza quegli anni segnati dallo smarrimento: la crisi petrolifera del 1973 metteva fine ai “Trenta Gloriosi” anni della crescita del secondo Dopoguerra, i paesi avanzati si scoprirono improvvisamente vulnerabili al ricatto energetico. L’incertezza descritta da Galbraith era il dubbio razionale di chi non riusciva più a prevedere la direzione dello sviluppo economico e della diffusione del benessere.

Nel 2022, in GAM, avevamo aggiornato questa visione parlando di “Iper-incertezza”, riflettendo un contesto dove la velocità e la complessità degli shock globali rendevano pressoché impossibile ogni proiezione.

Oggi anche quella definizione sembra inadeguata, siamo entrati nell’Età del Caos.

Si tratta di un cambiamento strutturale, non di differenze semantiche: non siamo più di fronte a un futuro difficile da decifrare, ma a una frammentazione violenta dell’ordine mondiale e alla moltiplicazione dei centri di potere. Gli Stati Uniti si ritirano nella ridotta del nazionalismo isolazionista, gli spazi di influenza politica ed economica lasciati sguarniti vengono colmati da nuove alleanze e nuovi attori.

L’incertezza di Galbraith era figlia di un sistema che cercava ancora un equilibrio, il caos attuale nasce dal rifiuto del vecchio equilibrio e dall’incapacità (e inadeguatezza) di costruirne uno nuovo. Le regole del diritto internazionale, argine comune alle crisi, vengono ignorate o calpestate, prende il sopravvento una sorta di “anarchia geopolitica” dove la forza militare e la rottura sistematica di storiche relazioni diplomatiche e legami economici sono diventate le uniche costanti. Power is power, direbbe la regina Cersei.

I mercati sembrano però dare prova di una certa assuefazione alla nuova età del caos, come il leggendario re del Ponto che assumeva microdosi quotidiane di veleno, i mercati si sono in parte “mitridatizzati” alle emergenze permanenti.

Nella scorsa settimana le borse hanno corretto senza panico, mentre redigiamo queste note prevale l’aspettativa di un disimpegno da una guerra che a tutti conviene sia breve. Come in effetti fu breve la “Guerra dei dodici giorni” del giugno del 2025.

La reazione più violenta all’attacco all’Iran sono stati i rialzi a doppia cifra delle materie prime energetiche, tutto dipenderà dalla durata: nel conflitto dello scorso giugno l’obiettivo era circoscritto e comunicato con chiarezza, la distruzione dei siti nucleari iraniani. Questa volta gli obiettivi si confondono e sovrappongono, la strategia di medio termine non sembra altrettanto chiara.

Il Global Economic Policy Uncertainty Index, proxy affidabile delle tensioni politiche, è storicamente correlato con la volatilità dei mercati misurata dall’indice VIX. Questa relazione si è interrotta nel 2022, un po’ perché “l’incertezza politica degli ultimi tempi è stata generalizzata, non specifica per un determinato mercato” e un po’ perché, scrive Julian Howard di GAM Investments “i mercati azionari sono diventati più immuni al gran numero di shock degli ultimi anni”.

I prezzi del petrolio sono tesi ma si trovano nella condizione di “backwardation”, ovvero il prezzo a breve è più alto rispetto a quello dei contratti futures con scadenze lunghe, un segnale di timori di shock dell’offerta e di scarsità immediata.

Per lo Stretto di Hormuz non transitano solo petroliere e cargo, da lì passa anche una parte del futuro dei mercati azionari. Nevralgico per la fornitura energetica globale, i mercati si interrogano su quanto durerà la fase acuta della crisi, la normalizzazione resta lo scenario base.

Ciò nondimeno la compiacenza è essa stessa un’insidia, non vanno trascurati i pericoli di rischi di coda di possibili escalation.

Anche con la riapertura dello Stretto, la percezione del rischio rimarrà elevata, con conseguenze sulle coperture assicurative, più care o addirittura revocate, sulle rotte delle navi mercantili, a rischio di inversioni di rotta o deviazioni, sul traffico aereo e i flussi commerciali che potrebbero continuare a subire interruzioni. Fenomeni che contribuiranno ad aumentare i costi e i ritardi lungo i principali corridoi commerciali globali est-ovest.

Gli esperti di Gramercy Fund Management prefigurano la possibilità di nuovi rischi stagflazionistici. “Con i prezzi del petrolio che superano i cento dollari al barile, sull’economia globale soffia un vento stagflazionistico più forte”, scrive sul Financial Times Mohamed El-Erian, presidente della società. Le preoccupazioni per l’inflazione hanno già spinto il rendimento del Treasury oltre il 4,1%, mentre il dollaro si è rafforzato.

Prezzi del petrolio più elevati, e il loro inevitabile canale di trasmissione verso l’economia reale, complicano il lavoro delle banche centrali che potrebbero essere costrette a mantenere condizioni finanziarie restrittive, con la traiettoria della disinflazione più incerta e irregolare.

In questi stessi giorni il governo cinese ha rivisto al ribasso le aspettative di crescita, portandole al 4,5–5,0%. Il rallentamento nelle forniture di petrolio iraniano, per quanto non decisive per il fabbisogno energetico del Paese (la Cina dispone di scorte consistenti) contribuisce comunque ad aumentare il costo dell’approvvigionamento energetico.

Per le scelte allocative di portafoglio, uno scenario così imprevedibile suggerisce prudenza selettiva, non disimpegno. Diversificazione ampia, anche sulle materie prime, lo raccomandiamo da tempo, non una riduzione indiscriminata del rischio. La storia recente dei mercati mostra che gli shock geopolitici vengono spesso assorbiti con relativa rapidità; diventano eventi di rottura strutturale soltanto quando la distruzione dell’offerta è persistente.

Il costo in vite umane resta sempre incommensurabile rispetto a qualsiasi conseguenza sui mercati finanziari. Nella sua tragicità, questo è un evento ad alto impatto ma non è ancora un evento sistemico.

Le variabili decisive restano il tempo e il prezzo del petrolio. In un’epoca dominata dal rumore geopolitico, gli investitori ricordino una regola semplice: osservare i segnali, i meccanismi della trasmissione economica, non inseguire i rumori degli headline.

Anche nell’età del caos, i mercati continuano a premiare chi resta paziente e capace di distinguere tra rischio reale e paura momentanea.

Fonte: InvestmentWorld.it


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