GAM : Il mondo di ieri, i mercati di domani

GAM : Il 4 ottobre 1957 il mondo conobbe il “momento Sputnik”. Un satellite grande come un pallone da basket e pesante poco più di ottanta chili superò la gravità terrestre, l’Unione Sovietica aveva conquistato lo spazio.


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A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM


Per gli Stati Uniti fu uno shock: scoprirono quanto fosse avanzata la tecnologia di Mosca, il “momento Sputnik” accelerò la corsa allo spazio. Per Hannah Arendt, invece, quel satellite in orbita segnò un confine, il passaggio dall’età moderna a una nuova era tecnologica e automatizzata.

Un passaggio che i contemporanei, all’epoca, non colsero. Nel corso della Storia, spiega la Arendt, accade che chi vive una transizione se ne accorga solo raramente. Gli uomini di tutte le epoche guardano al presente con le loro categorie mentali e non si rendono conto che quelle stesse categorie sono già divenute anacronistiche.

Il “momento Sputnik” del nostro tempo è probabilmente il 2001.

L’11 settembre fece della sicurezza nazionale un criterio superiore di legittimazione del potere. Il governo degli Stati Uniti ampliò gli strumenti investigativi e di sorveglianza, in nome dell’emergenza venivano indeboliti i diritti individuali e le libertà civili. La democrazia liberale cominciò a trasformarsi dall’interno: alcune misure di sorveglianza diventarono permanenti, la “Guerra al Terrore” normalizzò lo stato d’eccezione e il confine tra guerra e pace si fece meno netto. L’11 settembre mise fine anche all’ottimismo degli anni Novanta. Il crollo dell’Unione Sovietica era stato interpretato come il compimento della storia, il consolidamento della democrazia liberale e l’affermazione definitiva dell’integrazione economica globale. Il folle volo degli aerei contro gli edifici incrinò radicalmente quella prospettiva: alle promesse di benessere della globalizzazione subentrarono la percezione della vulnerabilità e la politica dell’emergenza.

Uno smarrimento che ricorda quello raccontato da Stefan Szweig ne “Il mondo di ieri”, appassionata testimonianza della fine della Mitteleuropa liberale nella quale era cresciuto: un mondo che aveva creduto nella continuità del progresso, nella forza civilizzatrice della cultura, nell’interdipendenza tra i popoli e nel convincimento che la ragione potesse attenuare i conflitti. Certezze spazzate via dalla Prima Guerra mondiale. Anche noi, come Zweig e i suoi contemporanei, abbiamo scambiato per ordine naturale quelli che erano soltanto equilibri provvisori.

“Rideremo ancora”, scrisse Art Buchwald, “ma non saremo mai più giovani”. L’editorialista del New York Times esprimeva la perdita di innocenza che seguì l’11 settembre: la fine di una stagione di ottimismo e la consapevolezza che il mondo non avrebbe più potuto essere letto attraverso le categorie rassicuranti degli anni precedenti.

Nell’ultimo decennio ci sono stati altri momenti significativi. Nel 2016, il referendum sulla Brexit e l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca misero in discussione la legittimità politica della globalizzazione, i rancori e i malcontenti di ampie porzioni degli elettorati evidenziarono che l’integrazione economica non aveva evitato le disuguaglianze e la perdita delle sicurezze economiche.

Seguirono lo shock economico globale del 2020 e, nel 2022, il ritorno della logica di potenza nelle relazioni internazionali. La lezione di Zweig conserva una sua attualità: come la fine della Belle Époque non fu percepita come la fine di un ordine globale, allo stesso modo la globalizzazione è stata considerata una traiettoria quasi irreversibile, la fiducia nell’apertura dei mercati, nella cooperazione internazionale e nella progressiva convergenza degli interessi nazionali ha finito per assumere il carattere di una certezza implicita. Abbiamo scoperto che non lo era.

Nel nuovo scenario, l’integrazione internazionale non è più considerata una traiettoria inevitabile. Quote crescenti degli elettorati dei Paesi avanzati guardano con diffidenza a un modello di sviluppo fondato sugli scambi e sulla cooperazione; governi e imprese, dal canto loro, rimettono al centro la sicurezza degli approvvigionamenti, l’autonomia strategica e il controllo delle tecnologie.

La reazione agli eccessi sta però diventando un’oscillazione altrettanto eccessiva nella direzione opposta. Sono rimessi in discussione il libero scambio e la libertà di navigazione lungo rotte vitali per l’economia mondiale; commercio, investimenti, innovazione tecnologica e relazioni internazionali sono sempre più subordinati alla competizione delle grandi potenze.

Il tentativo di correggere le fragilità della globalizzazione è arrivato a demolire le condizioni che ne avevano sostenuto la prosperità. L’inquietudine degli intellettuali mitteleuropei dei primi decenni del Novecento risuona ancora oggi come un ammonimento a diffidare delle certezze collettive quando esse sembrano più solide.

Il cambiamento investe inevitabilmente anche l’economia e i mercati finanziari.

Nell’arretramento della globalizzazione si è esaurito il lungo superciclo disinflazionistico iniziato a metà degli anni Ottanta: il cambiamento di regime ha coinciso con il ritorno dell’inflazione e con una revisione delle prospettive per la politica monetaria. Non siamo, almeno per ora, di fronte a una riedizione degli anni Settanta, ma le persistenti tensioni sui prezzi delle materie prime energetiche restano un fattore di rischio in grado di alimentare nuove pressioni inflazionistiche e costringere le banche centrali a rivedere tempi e obiettivi.

Infinite tristezze vagano tra gli uomini, scrive Esiodo nella descrizione del mito di Pandora.

L’apertura della giara che Zeus le aveva affidato riversò nel mondo dolori, malattie, paure. È una delle immagini più note della cultura occidentale e racconta una verità semplice: troppe volte gli uomini scoprono le conseguenze delle proprie azioni soltanto dopo averle compiute.

L’attacco all’Iran il 28 febbraio ha riversato dolori e incertezze nei mercati delle materie prime energetiche e, oggi, facciamo i conti con tre shock che attraversano i mercati e si alimentano vicendevolmente: il primo è quello energetico, il secondo è la faglia del debito, il terzo è l’imponente volume di investimenti nell’intelligenza artificiale che porta con sé possibili rischi sistemici (vedi L’Alpha e il Beta del 5 ottobre scorso “Ok il prezzo è sbagliato, la grande corsa al Capex AI”).

La guerra rende l’inflazione persistente, i governi sono costretti a rifinanziare il debito a costi crescenti e con effetti progressivi sulla spesa per interessi e sulla riduzione dello spazio fiscale, proprio nel momento in cui le economie avrebbero bisogno di investimenti e sostegno.

Debiti e disavanzi pubblici sono diventati motivo di attenzione: il brusco rialzo dei rendimenti dei titoli governativi non riflette soltanto le decisioni delle banche centrali, investitori e imprese richiedono rendimenti maggiori per compensare l’incertezza legata a sanzioni, conflitti e decisioni governative. Un circolo vizioso che non sfugge ai bond vigilantes.

Anche il Fondo Monetario, nell’Outlook pubblicato la scorsa settimana, insiste sulla necessità di ricostituire margini di sicurezza nei bilanci pubblici. Il problema è che molti governi devono affrontare contemporaneamente interessi sul debito più onerosi, esigenze di difesa, transizione energetica, invecchiamento demografico e pressioni sociali.

L’Outlook, intitolato “Resilience Under Strain, Urgent Choices” (Resilienza sotto pressione, scelte urgenti), presenta un’economia mondiale che continua a crescere nonostante gli shock geopolitici. La novità è la maggiore concentrazione della crescita e due forze contrapposte: la guerra in Medio Oriente, che alimenta i costi energetici e l’inflazione, e il boom degli investimenti nell’intelligenza artificiale, che sostiene domanda, commercio e produzione.

Il dato che merita attenzione è la distribuzione della crescita: una trentina di economie rappresenta il 95% della crescita globale, erano cinquantaquattro nell’aggiornamento dello scorso aprile. È una concentrazione marcata, la crescita mondiale è sempre meno il risultato di una diffusione uniforme dell’attività produttiva e sempre più quello di pochi centri capaci di attrarre capitale, tecnologia e investimenti.

Il Rapporto del Fondo Monetario mette in evidenza anche i rischi:

  1. che la crisi in Medio Oriente duri a lungo: lo scenario di base assume una riapertura dello Stretto di Hormuz nel marzo 2027 e un ritorno graduale verso lo stato prebellico entro ottobre; ma se la normalizzazione non avvenisse, il rincaro dell’energia graverebbe ancora di più su inflazione e qualità della crescita;
  2. gli investimenti in IA: le delusioni rispetto alle aspettative potrebbero far correggere le valutazioni e le imprese potrebbero ridurre gli investimenti. Vale anche lo scenario opposto, se i guadagni di produttività grazie alla tecnologia fossero più rapidi, lo scenario potrebbe migliorare. Il Fondo Monetario ammette come plausibili entrambe le possibilità;
  3. il cortocircuito di debito e tassi elevati: un aumento dei rendimenti sovrani può rendere più costoso il finanziamento pubblico e privato. Se si accompagnasse a una correzione finanziaria o a nuove tensioni commerciali, la debolezza della domanda potrebbe amplificarsi.

Nel rapporto dello scorso aprile (“L’economia globale all’ombra della guerra”), il Fondo Monetario aveva rinunciato al tradizionale scenario di base, preferendo una salomonica previsione di riferimento (“reference forecast”), plastica conferma dei limiti dei pronostici economici. Il vero test per il 2027 sarà capire se l’economia mondiale riuscirà a trasformare la resilienza di breve periodo in una crescita più diffusa, oppure se l’attuale equilibrio sia troppo dipendente dalla normalizzazione geopolitica e dalla prosecuzione del boom dell’IA.

Nello scenario di resilienza vulnerabile e di crescita polarizzata delineato dal FMI, le obbligazioni restano esposte al rischio della persistenza delle pressioni inflazionistiche e delle decisioni delle banche centrali mentre le società quotate non saranno tutte colpite allo stesso modo. Potranno cavarsela bene le aziende produttrici di beni strategici nei Paesi che intendono ridurre la dipendenza dall’estero, quelle attive nel settore tecnologico, oppure quelle meno esposte a sanzioni e restrizioni commerciali.

Faranno più fatica le società dipendenti da fornitori concentrati in aree politicamente sensibili, oppure esportatrici verso mercati nei quali l’accesso potrebbe essere limitato.

Nella maggiore dispersione dei rendimenti azionari, aziende appartenenti allo stesso settore o allo stesso indice potrebbero avere performance differenti, la selezione dei titoli e la gestione attiva acquistano dunque ancor più importanza rispetto a fasi di mercato in cui l’espansione economica e l’integrazione dei mercati sostengono una crescita diffusa.

Gli esiti possibili di questo scenario sono molteplici e dalle conseguenze troppo diverse: più che inseguire i settori favoriti dal ciclo economico o dalle narrazioni dominanti, l’investitore dovrebbe concentrarsi sulla solidità finanziaria delle aziende e sulla sostenibilità degli utili, mantenendo un approccio disciplinato e un orizzonte di lungo periodo.

Le ultime edizioni dell’Alpha e il Beta hanno presentato le strategie più efficienti per proteggere i portafogli d’investimento. Nel portafoglio devono trovare spazio strategie alternative e asset reali: strumenti come le obbligazioni catastrofali, le Insurance-Linked Securities, le materie prime e i mercati privati “lavorano” per ridurre la volatilità e slegare il portafoglio dall’andamento dei mercati tradizionali.

In un mercato in cui la crescita sembra essere più selettiva e le aspettative più esposte a delusioni, resta valida la distinzione di Benjamin Graham tra investimento, ovvero un’operazione che “dopo un’analisi approfondita, promette la sicurezza del capitale e un rendimento adeguato” e speculazione, ovvero tutte le operazioni che non soddisfano quei requisiti.

Graham ricorda anche che “nel breve termine il mercato è una macchina per votare (riflette la popolarità), ma nel lungo termine è una bilancia (riflette il valore reale)”: il tempo è sempre il prezioso alleato dell’investitore.

Fonte: InvestmentWorld.it


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