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GAM: Il nuovo mondo … “just in case”

GAM: La guerra in Ucraina accelera la fine della globalizzazione come la conosciamo, l’economia “just in time” lascia il posto all’economia “just in case”, con perdita di efficienza e aumento dei costi. In uno scenario inflazionistico, la difesa del risparmiatore passa per strumenti di investimento che diano protezione “reale”


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A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM (Italia) SGR


Senza nemmeno salire su una DeLorean, Putin ha riportato indietro le lancette dell’orologio della Storia. Si rivolge alla pubblica opinione rievocando la Grande Guerra Patriottica, di quella guerra il suo esercito utilizza le tecniche e la stessa artiglieria pesante. Ma le similitudini terminano qui, la Storia non si ripete mai, “abbiamo creduto di poter trattare la Storia come un esperimento di fisica che si può ripetere migliaia di volte, ma nella Storia si può farlo solo una volta” scrive Arthur Koestler in “Buio a mezzogiorno”.

La Storia procede inesorabilmente in avanti e anche quando sembra si stia tornando indietro nel tempo, in realtà se ne sta solo modificando o accelerando il corso futuro. La guerra in Ucraina cambia la direzione del futuro immediato prima di tutto in Russia.

Più avanza il tempo più l’iniziativa del governo russo prende i contorni dell’azzardo, gli obiettivi della campagna militare appaiono meno congruenti con gli obiettivi politici di lungo termine, i consumatori avvertono le conseguenze dell’isolamento internazionale, aumenta la possibilità che si incrini il consenso dell’opinione pubblica.

Le pratiche di contenimento del dissenso, anche loro vecchie di decenni, devono rinnovarsi e adeguarsi a giovani generazioni abituate alla comunicazione digitale. L’azzardo di Putin fa rientrare con prepotenza la Russia nella ridefinizione dei blocchi di influenza economica e ideologica, rompe la dualità di Stati Uniti e Cina per un mondo che, secondo Mosca, dovrebbe essere diviso in tre grandi aree di influenza di potere: la Cina nell’area indo-pacifica, la Russia in Europa, in grado di condizionare le decisioni della stessa Unione Europea, gli Stati Uniti destinati al declino secolare.

Un ordine mondiale fatto di “gerarchie dove ciascun paese conosce quale sia il proprio posto all’interno di un equilibrio dei poteri complessivo” scrive l’Economist della scorsa settimana. Ma, naturalmente, l’esito di questo disegno è tutto da vedere, molto dipenderà dal ruolo della Cina, le scelte di Xi Jinping saranno decisive per la direzione del corso della Storia del prossimo futuro.

In questa grande incertezza prende velocità il passaggio, già messo in moto dalla pandemia, verso una nuova fase della globalizzazione. Il mercato globale che abbiamo conosciuto fino ad oggi, con tutti i suoi limiti e incompiutezze, cambia radicalmente: il veloce spostamento delle merci, la frammentazione dei processi produttivi (l’iphone ne è esempio paradigmatico), l’efficienza dei costi e dagli alti margini sono probabilmente destinati a finire.

Termina l’esperienza dell’economia “just in time”, resa possibile dalla tecnologia digitale e dagli alti standard di efficienza nei trasporti e nella logistica. Un modello produttivo molto efficiente che esige però, come precondizione, alti livelli di cooperazione internazionale. La pandemia aveva già sferrato un colpo duro, la guerra in Ucraina supera definitivamente il modello della frammentazione delle catene del valore globale.

Il ritorno al confronto tra blocchi di influenza, come nei decenni della Guerra Fredda, apre la nuova fase dell’economia “just in case”. Le catene delle forniture vengono riconfigurate non sulla base dell’efficienza dei costi ma della affidabilità e del controllo, gli approvvigionamenti vengo avvicinati e così si riduce la dipendenza dalle spedizioni da altri paesi.

Aumentano affidabilità e controllo ma, parimenti, aumentano i costi. Caratteristica distintiva dell’economia “just in time” era l’iper-efficienza, il modello “just in case” comporta maggiori costi che concorreranno per la loro parte alla dinamica dei prezzi. Con l’inflazione, fenomeno sconosciuto nell’avvento della globalizzazione, e con il rallentamento della crescita si ripresentano le paure della stagflazione, quella perversa condizione economica di alta inflazione e crescita bassa o stagnante sperimentata negli anni Settanta.

Sollecitati dal rincaro dei beni di consumo, dai tassi in aumento e dal peggioramento delle relazioni internazionali, i consumatori americani avrebbero buone ragioni per avvertire insicurezza, un rischio concreto di cui tenere conto in una economia sostenuta principalmente dai consumi.

Le conseguenze del conflitto in Ucraina e gli effetti sull’economia globale saranno duraturi ma l’effetto immediato ed evidente è nel prezzo delle materie prime e, su tutte, di quelle energetiche. Gli aumenti nei prezzi dell’energia incrinano la fiducia di famiglie e imprese, la sensazione di impoverimento contrae i consumi e induce a risparmiare di più.

L’indicatore del sentiment economico in Germania, l’indice ZEW, è precipitato a -39,3, il maggior crollo dall’inizio delle rilevazioni nel 1991. Affiorano le paure della recessione, in assenza di una rapida soluzione alla guerra l’Europa sopporterà le conseguenze più pesanti.

Ma gli scenari economici non presentano quasi mai contorni definiti, richiamano più la tecnica di Pollock che le linee precise di Mondrian. A fronte dell’incertezza degli esiti della guerra e delle conseguenze sull’inflazione, la crescita economica globale rallenta ma non si interrompe; negli Stati Uniti il valore di 58,6 dell’indice ISM manifatturiero in febbraio è stato superiore al dato di gennaio, l’economia americana resta sul sentiero di crescita e conferma la forza della domanda che concorre a sostenere i prezzi delle materie prime.

Le attese degli utili restano positive, prosegue la creazione di nuovi posti di lavoro. Powell è stato di parola. L’aumento di 25 punti base del tasso ufficiale segnala la volontà dei banchieri centrali a riprendere il controllo dell’aumento dei prezzi e, soprattutto, delle aspettative dell’inflazione, la più alta in quarant’anni. La Federal Reserve deve recuperare terreno ma per il momento, con tassi reali negativi, è ancora “dietro la curva”.

La rilevazione di febbraio, +7,9% non tiene ancora conto dell’impennata dei prezzi causata dall’invasione dell’Ucraina, nei prossimi mesi l’inflazione sarà più alta e la Fed dovrà mostrare ai mercati “la faccia feroce”. Powell ha già anticipato altri interventi nel prossimo futuro e non ha escluso la possibilità di incrementi superiori al tradizionale quarto di punto, i membri del Comitato, ha ribadito il presidente, sono “molto consapevoli della necessità di riportare l’economia alla stabilità dei prezzi e determinati a usare tutti gli strumenti per fare esattamente questo”.

Scopriremo con il tempo se la “faccia feroce” della Fed sarà autentica o se invece sarà come quella dei marinai di Francesco II “Franceschiello”: i banchieri di palazzo Eccles prevedono che nel prossimo futuro l’aumento dei prezzi resterà sopra il livello target ma che l’attività economica, d’altro canto, diminuirà.

Nella divergenza tra dinamica dei prezzi in salita e attività economica in discesa si misurerà davvero la determinazione e la “faccia feroce” dei banchieri centrali americani. In questa stessa divergenza si annida il rischio di errori di policy. L’esercizio che attende i banchieri centrali, negli Stati Uniti e in Europa, è mantenere l’equilibrio tra le forze contrarie e quelle favorevoli, bilanciare i maggiori costi delle materie prime, del mercato del lavoro, della riorganizzazione delle catene della fornitura, soprattutto evitare il rischio che l’attenzione all’aumento dei prezzi si trasformi in ossessione.

Il mercato sconta ulteriori cinque o sei rialzi della Fed da qui a fine anno, si interroga sul peso degli effetti della guerra sulla crescita e sulla capacità dei banchieri centrali di governare i rischi della stagflazione. Nei portafogli di investimento, una buona regola di comportamento è non fare affidamento sulle previsioni: lo abbiamo ricordato poche settimane fa, quando prevale l’incertezza e sono molteplici i possibili esiti le previsioni non aiutano.

In queste pagine abbiamo tratteggiato lo scenario del passaggio dalla più efficiente economia “just in time” alla più costosa economia “just in case”. Le società hanno da tempo orientato piani e iniziative verso la duplicazione delle tecnologie, verso la preferenza per l’affidabilità a scapito dei risparmi di costi ma, per quanto verosimile, meglio non dare ancora per scontato neppure questo cambiamento strutturale.

Parlare di rischi di rallentamento non significa che l’esito nella recessione sia scritto sulla pietra, gli avvenimenti in Ucraina e gli esiti degli sforzi diplomatici porteranno maggiore chiarezza nelle prossime settimane. Al momento l’incertezza politica avvolge e rende imperscrutabile lo scenario economico, Christine Lagarde lo ha ammesso esplicitamente, non escludiamo che la Federal Reserve e la Banca d’Inghilterra riconsiderino l’urgenza di un atteggiamento aggressivo nei confronti dell’inflazione: le prospettive di minore crescita stanno già piegando all’ingiù i rendimenti della parte lunga delle curve, uno scenario di supporto alle azioni “growth”.

In uno scenario inflazionistico e di repressione finanziaria, la difesa del risparmiatore passa per strumenti di investimento che diano protezione “reale”: le azioni sono una classe di attivo liquida e diversificata, nel passato ha dato prova di resistenza ai cicli di rialzo dei tassi migliore delle obbligazioni proprio perché direttamente associata alla crescita economica.

Gli altri bastioni della difesa in una fase di marcata volatilità sono la diversificazione “intelligente”, quella cioè attenta alle proprietà di correlazione e decorrelazione delle classi di attivo, e la gestione attiva, in momenti di elevata incertezza la selettività è lo strumento affilato che sceglie, distingue, differenzia.

Pochi giorni fa, nel corso di una conversazione con un gruppo di esperti consulenti finanziari, è riemersa la differenza tra rischio e volatilità, due grandezze familiari a chi si occupa professionalmente di mercati finanziari. In termini semplici, si può definire rischio la possibilità che un calo nel valore dell’investimento o la sua scarsa liquidità non rendano disponibile tutto il denaro investito in un momento di necessità.

La volatilità è invece il movimento erratico del mercato, un’esperienza familiare a tutti gli investitori che abbiano conosciuto fasi di forte turbolenza. La gestione di patrimoni mobiliari è essenzialmente “gestione dei rischi”, diceva Benjamin Graham e in effetti il rischio è il motore della performance, la moneta che compra il rendimento. La comprensione della differenza tra rischio e volatilità è importante per sopportare l’incertezza e l’erraticità dei mercati in queste settimane.

Altrettanto importante è l’aiuto che consulenti e i banker possono dare ai risparmiatori da loro assistiti nel riesaminare gli obiettivi di lungo termine e i rischi intesi come probabilità di traguardarli, nel considerare gli scopi della liquidità tenuta sul conto corrente, se strumentale a spese imminenti o funzionale a cogliere le opportunità di aggiustamento dei portafogli. Per la liquidità e i titoli obbligazionari l’inflazione è come la kryptonite per Superman, corrode il valore del capitale e delle cedole, veleno a lento rilascio i cui danni si avvertono nel lungo termine, quando è sempre troppo tardi.

Fonte: AdvisorWorld.it


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