GAM : “Nihil sub sole novum” direbbe il disincantato Qoelet, nulla di nuovo sotto il sole.
A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM
Si torna (ma abbiamo mai smesso?) a parlare di dazi, questa volta nel frullatore è entrato il Vecchio Continente.
Con le trattative commerciali in corso tra le due sponde dell’Atlantico, la dichiarazione di Donald Trump del 23 maggio (due giorni dopo la telefonata con Putin, a sua volta successiva all’adozione del nuovo pacchetto di sanzioni dell’Unione Europea verso la Russia), è stata una vera sorpresa. I dazi al 50% sarebbero entrati in vigore il 1° giugno poi, prima dell’apertura dei mercati, l’annuncio della proroga al 9 luglio.
È possibile che Trump, “uomo del deal”, provi a ripetere con Bruxelles il “gioco del pollo”, vince chi cede per ultimo (ne abbiamo parlato poche settimane fa, nell’Alpha e il Beta del 14 aprile “Novanta dì, novanta nott” e del 3 marzo “Lezione di storia”).
Anche in questo caso “nihil sub sole novum”, è la tattica intimidatoria che il presidente americano ha utilizzato in questi mesi, alzare la posta per poi valutare il da farsi in base alle reazioni.
Niente di nuovo anche nella reazione delle borse, il primo annuncio presidenziale sui dazi al 50% ha interrotto la fase positiva seguita all’intesa con la Cina e il nervosismo ha ripreso il sopravvento, la notizia della proroga al 9 luglio ha orientato al verde le aperture del lunedì mattina. Tutto già visto, tutto già commentato con rassegnato disincanto.
Il principio di realtà bussa sempre alla porta. Nella psicoanalisi il “principio di realtà” è il principio che domina la vita psichica dell’adulto, segue e subentra al “principio di piacere” che segna invece la vita psichica del bambino. In realtà il principio di piacere non viene mai perso del tutto, la vita adulta non è estranea alle pulsioni, alla soddisfazione dei desideri, ma è grazie al principio di realtà che la parte cosciente della psiche prende il sopravvento e orienta la soddisfazione dei desideri nei limiti del possibile. Non si tratta di tensioni contrapposte, il principio di realtà ridimensiona quello di piacere, fa tenere conto delle reali condizioni dell’agire.
Forse nel presidente Trump il principio di realtà fa un po’ più fatica a prevalere su quello di piacere eppure, quando i limiti del possibile prendono le forme del mercato obbligazionario, anche Trump fa i conti con la realtà, perché il mercato dei bond “fa paura a chiunque” diceva James Carville.
Il principio di realtà ha bussato alla porta della Casa Bianca con Moody’s.
L’agenzia di rating ha abbassato il giudizio sul debito americano: la più grande economia del mondo ha perso la tripla A, Moody’s ha messo sotto la lente il deficit che non mostra segni di rallentamento, soprattutto in seguito dell’approvazione dell’imponente disegno di legge di spesa che aggiungerà altri trilioni di dollari al debito federale nei prossimi anni.
Anche Moody’s ritiene evidentemente azzardato governare una grande economia utilizzando le tecniche di negoziazione del mondo degli affari, non c’è nessun “rischio calcolato” quando si genera incertezza. Il principio di realtà ha bussato alla porta della Casa Bianca anche con il dollaro, con il Treasury e, altrettanto pericolosamente, con il mercato obbligazionario giapponese.
Il brusco aumento dei rendimenti dei titoli a più lunga scadenza del governo di Tokyo ha fatto perdere ai risparmiatori quasi il 20% in poche settimane e l’accaduto non riguarda solo i detentori di quei titoli ritenuti “sicuri”. Le tensioni nel mercato obbligazionario giapponese potrebbero peggiorare le cose: se le banche e gli investitori cominceranno a vendere le obbligazioni americane, i rendimenti potrebbero salire ulteriormente, il Treasury è già oltre la soglia di 4,5% e le scadenze più lunghe sono tornate sopra il 5%.
L’esito dell’asta dei Treasury della settimana scorsa non è stato incoraggiante, erano in collocamento sedici miliardi di dollari di obbligazioni ventennali ma la debolezza della domanda ha trasformato un appuntamento ordinario in un evento sorprendente, il prezzo finale d’asta è stato più basso del previsto, così che sarà più caro il finanziamento del debito federale.
La reazione negativa del mercato non si è fatta attendere, Wall Street ha registrato un calo dell’1,5%, i rendimenti obbligazionari sono saliti e, contro intuitivamente, il dollaro è sceso. I “bond vigilantes” sono tornati e chiedono un premio al rischio per gli Stati Uniti, percepiti più rischiosi perché:
- il debito pubblico potrebbe andare fuori controllo con un Presidente evidentemente poco avvezzo alle regole economiche e ai vincoli contabili: la legge “grande e bella” approvata alla Camera aumenterà ulteriormente il debito federale, i tagli di spesa del DOGE sono punture di spillo (ma non per le famiglie colpite da quei tagli!); la perdita del rating AAA è plastica rappresentazione della nuova condizione degli Stati Uniti;
- l’economia americana sta andando bene e il mercato del lavoro è ancora tonico, ma i dazi minacciano di ravvivare l’inflazione e mantenere la Federal Reserve nell’atteggiamento cauto del “wait and see”: tassi elevati innescano il circolo vizioso dell’aumento dei costi del servizio al debito che a loro volta comportano ulteriori aumenti del debito e, annota James Mackintosh del Wall Street Journal “i politici sembrano riluttanti ad attuare tagli alla spesa o aumenti delle imposte sufficienti a controllare il deficit”.
La conseguenza più vistosa è l’indebolimento del dollaro: nonostante i rendimenti siano tornati interessanti, la domanda di asset americani resta tiepida. In questi mesi lo abbiamo ripetuto spesso, la diffidenza verso gli asset americani restituisce valore alla regola aurea della diversificazione. Nella ricerca di opportunità al di fuori degli Stati Uniti, gli investitori tornano a guardare con interesse anche alla Cina e ai mercati emergenti.
Nei paesi emergenti sono in azione dinamiche di lungo periodo che stanno trasformando quelle economie: ad esempio, sta acquistando slancio la corsa verso la sostenibilità, un effetto delle pressioni internazionali e della crescente sensibilità delle pubbliche opinioni interne. Meera Patel di GAM Investments ricorda che i 24 paesi che compongono l’indice MSCI Emerging Markets rappresentano il 54% della popolazione mondiale, nell’ultimo decennio hanno contribuito per il 66% alla crescita del PIL globale: “con una aspettativa di vita media di 75 anni e un’età media di 34 anni, insieme a una classe media in crescita, il mercato potenziale in tutti i settori è vastissimo” scrive Meera.
A fine gennaio il settore della tecnologia venne scosso dall’arrivo di DeepSeek, il sistema cinese di AI a basso costo. DeepSeek ha sollevato il velo di Maya dell’illusione della linearità nel progresso tecnologico ma, soprattutto, ha ricordato al mondo che quell’avanzamento è il prodotto di un eco-sistema di società, imprese, laboratori di ricerca che sono in diretta competizione con gli Stati Uniti.
La guerra commerciale non fermerà la Cina, il governo di Pechino è concentrato sulla doppia crescita di domanda interna e innovazione con formidabili investimenti nell’energia pulita, nell’AI e nella robotica, nei trasporti a guida autonoma, nell’aerospazio.
In Cina e nelle economie emergenti le piattaforme in rete forniscono servizi quotidiani come la consegna di generi alimentari, lo sviluppo delle infrastrutture di telecomunicazione è un fattore chiave di crescita mentre è in corso la transizione dalla produzione manifatturiera alle tecnologie avanzate, ovvero un’aspettativa di incremento dei salari e del reddito disponibile.
La Cina è ben posizionata anche nella transizione energetica e negli investimenti in energia pulita, “domina le catene di approvvigionamento di pannelli solari, metalli per batterie e idrogeno verde” scrive sempre Meera Patel di GAM Investments, esperta di investimenti sostenibili nei mercati emergenti. Sono numerose le opportunità di investimento nelle società all’avanguardia nelle pratiche e nelle tecnologie sostenibili, “la transizione in corso verso l’energia pulita e il miglioramento degli standard di governance nei mercati emergenti offrono un terreno fertile per gli investitori più attenti”. Tra i primi dieci paesi emergenti otto sono investment grade, il rapporto tra debito sovrano e PIL è meno della metà di quello dei mercati sviluppati un fattore che consente alle banche centrali di tenere sotto controllo l’inflazione con politiche ortodosse.
Dal punto di vista dell’investitore, il settore tecnologico cinese appare altrettanto interessante che negli Stati Uniti ma molto più a sconto. Agli investitori in cerca di rendimenti e maggiore diversificazione i mercati obbligazionari e azionari emergenti presentano motivi di riflessione, consentirebbero di acquisire un’esposizione più ampia a paesi ed economie in piena trasformazione.
“[Del pane] fanne sette e anche otto parti, perché tu non sai quale male può avvenire sulla terra”, anche il sapiente Qohelet conosceva il valore della diversificazione.
Fonte: InvestmentWorld.it
Iscriviti alla Newsletter di Investment World.it



