GAM : “Non c’è che una stagione: l’estate. Tanto bella che le altre le girano attorno” scrive Ennio Flaiano.
A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM
Natalia Ginzburg invece detestava le vacanze estive, da ragazzina non sopportava la costrizione alle lunghe vacanze in montagna, nella noia e senza le amiche della città: “… molti come me in qualche istante della loro esistenza si sono sentiti esclusi e mortificati dall’estate, giudicati per sempre indegni di raccogliere i fruiti dell’universo”.
Per coloro che la pensano come l’autrice del Lessico familiare e per quanti provano invece simpatia per le parole di Flaiano, l’agosto vacanziero è terminato, la campanella della ripresa delle lezioni suona per tutti.
Sui mercati l’estate è trascorsa senza scossoni, l’intelligenza artificiale e gli investimenti in capex hanno continuato a trainare gli indici S&P 500 e Nasdaq, la gran parte delle società dell’indice maggiore ha registrato sorprese positive sugli utili. Negli Stati Uniti le azioni restano ai massimi, in buona compagnia con i bitcoin, l’oro, l’offerta di moneta. Ma è ai massimi storici anche il debito federale e l’inflazione non sembra cedere.
Cede invece l’occupazione.
Negli Stati Uniti è stato pubblicato il primo rapporto sul lavoro negli Stati Uniti dopo il brusco licenziamento, il 1° agosto, della presidente del Bureau of Labor Statistics, ritenuta responsabile di infedeli revisioni dei dati.
“Cura disastrosa per un problema immaginario” ha commentato il Financial Times, la sostituzione del messaggero non ha però cambiato il messaggio, in agosto i nuovi posti di lavoro creati sono stati appena 22.000, un dato che avvalora il rallentamento emerso nei mesi scorsi e intensifica le pressioni sulla Federal Reserve verso un allentamento delle politiche.
Il tasso di disoccupazione è salito al 4,3%, i prezzi dei futures sui Fed Funds scontano ora un taglio dei tassi nella riunione della prossima settimana con una probabilità del 100% e il consenso di mercato è su tassi inferiori al 3% entro la fine del 2026.
Il taglio dei tassi è stato anticipato dallo stesso Powell a fine agosto. Il discorso del presidente della Fed all’annuale Simposio a Jackson Hole ha segnato una discontinuità negli obiettivi delle politiche della banca centrale: Powell ha difeso le scelte intraprese nel corso dell’anno, ha commentato le dinamiche dello scenario economico e, poiché i fatti sono cambiati, cambiano anche le idee e così l’indebolimento del mercato del lavoro è diventato prioritario rispetto ai rischi procurati dai dazi alla stabilità dei prezzi.
Le attese sul taglio settembrino hanno fatto aumentare il prezzo dei titoli del Tesoro: il rendimento a due anni, sensibile alle aspettative sui tassi, è sceso a 3,48% mentre è rimasto indifferente il rendimento delle scadenze più lunghe. L’attenzione del mercato si sta spostando dalle politiche monetarie a quelle fiscali, la sostenibilità dei deficit diventa più rilevante dei tassi. I rendimenti obbligazionari globali a lungo termine sono in aumento un po’ ovunque, le scadenze a trent’anni del Tesoro americano sono prossime al 5%, la pari scadenza inglese è stata sopra il 5,7%. La Gran Bretagna ha collocato quattordici miliardi di una scadenza decennale al 4,88%, plastica evidenza della diffidenza verso il debito assunto per finanziare la spesa corrente.
I mercati sono preoccupati per le condizioni del debito, per i fabbisogni e per gli enormi impegni di spesa futuri assunti con le nuove emissioni. Il caso della Francia è rappresentativo di un malessere che innerva l’intero Occidente dove finanze pubbliche “tirate” procedono a fianco di instabilità politica e pubbliche opinioni polarizzate, sempre meno sensibili al sentire collettivo, al “bene comune”, per dirla con un’espressione del secolo scorso ormai desueta.
La Germania mostra deboli segnali di ripresa ma le sfide strutturali, a cominciare dal costo dell’energia e dall’eccessiva dipendenza dalla Cina, restano irrisolte. L’economia tedesca sembra ancora indifferente al programma di spesa del governo, l’annunciato cambio di paradigma non ha ancora avuto riscontri nelle statistiche, lo spettro dei dazi si aggira per l’Europa.
Privi della rete protettiva dei “quantitative easing” fornita dalle banche centrali, i governi devono fare i conti con la propria responsabilità verso gli elettori.
L’agenda autunnale delle leadership occidentali è costituita dal rischio del rallentamento economico, dalla sostenibilità dei debiti pubblici, dalle difficoltà poste ai governi da opinioni pubbliche irretite dai movimenti nazionalisti che flirtano con derive autoritarie, xenofobe, suprematiste. Risuonano di drammatica attualità le pagine de “Il tramonto dell’Occidente” di Oswald Spengler. Il filosofo della storia tedesco respinge l’idea che il progresso dell’umanità proceda secondo un movimento lineare, ritiene invece che le civiltà abbiano cicli di vita simili a quelli degli organismi viventi: nascita, maturità, decadenza e morte. Il libro venne pubblicato nel 1922, in quel periodo di violento disordine che seguì la fine della Grande Guerra. Forse anche per questo “Il tramonto dell’Occidente” ebbe così ampia diffusione e influenza sulle classi borghesi e intellettuali tedesche.
Spengler colloca l’inizio della fase della decadenza della civiltà occidentale alla fine del XIX secolo, quando l’economia e il denaro cominciano a prevalere sulla politica, l’avanzamento tecnologico fine a sé stesso non offre più un orizzonte di senso. Quelle condizioni si sono esacerbate negli ultimi anni, il trumpismo ne è effetto, non causa: ha radicalizzato la frammentazione sociale, ha sfruttato le disuguaglianze economiche, si è avvantaggiato della disaffezione delle classi lavoratrici nei confronti delle élite politiche, ha fatto leva sul risentimento e sulla sfiducia verso le istituzioni democratiche. Il risultato è quello di politiche nazionaliste, protezioniste, isolazioniste che non risolvono ma semmai aggravano le condizioni delle fasce più deboli.
Mentre l’Occidente è alle prese con l’indebolimento economico e lo sfilacciamento del tessuto democratico, a Pechino le debolezze vengono celate dietro manifestazioni di forza. Le celebrazioni della fine della Seconda Guerra Mondiale sono state occasione di incontro dell’altra metà del mondo, antagonista degli Stati Uniti nella competizione per la leadership economica del pianeta.
Impazienti a ridefinire l’ordine globale e i nuovi equilibri, le autocrazie irridono apertamente l’inefficienza e le ipocrisie degli ordinamenti democratici. Inoltre, sulla spinta delle curiose azioni diplomatiche degli Stati Uniti, Paesi fino ad oggi divisi tentano prove di distensione.
Cina e India mettono da parte l’antica inimicizia e cercano nuove intese commerciali, la Russia di Putin, dopo il vertice in Alaska che ha messo fine al suo isolamento internazionale, si ripresenta con piena dignità nella ribalta dei BRICS, venditore a sconto di petrolio a Cina e India.
Lo scenario autunnale che si presenta all’investitore è dunque costituito da valori azionari ai massimi storici, da un mercato obbligazionario innervato dai timori sui debiti pubblici, dalla debolezza del dollaro, dalla determinazione dei maggiori paesi emergenti ad occupare gli spazi abbandonati dagli Stati Uniti.
Persistono i timori sull’inflazione e l’oro si conferma il grande vincitore, ancora sostenuto dagli acquisti delle banche centrali e con performance relative superiori a quelle dello S&P 500, un fenomeno che non è rivelatore di ottimismo, diciamo.
La diversificazione fuori dagli Stati Uniti e dall’Europa porta evidentemente ai mercati emergenti (vedi anche L’Alpha e il Beta del 23 giugno scorso).
Nella loro globalità, i mercati emergenti sono stati a lungo considerati a buon diritto vulnerabili ai rischi specifici dei singoli paesi. Da tempo però si presentano con sistemi economici e finanziari irrobustiti e disciplinati, il dividendo demografico comporta prospettive di crescita superiori a quelle delle economie avanzate. Il loro contributo alla crescita globale è stimato raggiungere il 65% nel prossimo decennio e nove economie emergenti si collocheranno tra le maggiori venti al mondo.
Il rapporto medio tra debito pubblico e PIL è di poco sopra il 60% e non dimentichiamo l’aiuto degli attesi tagli dei tassi della Federal Reserve: l’alleggerimento delle condizioni finanziarie potrebbe dare l’avvio a un ciclo virtuoso in cui i tassi più bassi stimolano il credito, gli investimenti e la domanda dei consumatori.
Il previsto indebolimento del dollaro statunitense è un’altra condizione favorevole. “Storicamente” scrive Ygal Sebban di GAM Investments “i titoli azionari dei mercati emergenti hanno mostrato una forte correlazione inversa con il dollaro e, con la Fed che probabilmente inizierà a tagliare i tassi, la pressione al ribasso sul dollaro statunitense è destinata a continuare”.
A livello microeconomico, le valutazioni dei listini emergenti scontano aspettative di crescita più lente, non hanno ancora incorporato il “momentum di crescita più forte rispetto ai mercati sviluppati” scrive Ygar, un divario che suggerisce potenzialità di rialzo.
Secondo il nostro esperto, si sta aprendo una nuova fase di opportunità grazie a fondamentali credibili, valutazioni interessanti, cicli politici favorevoli e grazie al rinnovato interesse degli investitori che cercano occasioni di investimento al di fuori degli Stati Uniti.
Buone ragioni per la diversificazione di lungo termine nei mercati emergenti.
Fonte: InvestmentWorld.it
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