Benetti Carlo GAM

GAM: La “fase Bloomsday” dell’economia

GAM : Oggi è il Bloomsday. Il 16 giugno 1904 è il giorno raccontato da James Joyce nell’Ulisse, la giornata di Leopold Bloom che comincia con il risveglio e la colazione a base di rognone e termina con la sera, dopo un ininterrotto girovagare per le strade di Dublino.

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A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM


In quella giornata del 16 giugno Leopold è un vagabondo come l’Odisseo mitologico, si perde per le strade e nell’interiorità della coscienza, asseconda la successione caotica dei pensieri, si intrattiene con chi incontra e intanto desidera tornare a casa dalla moglie Molly, moderna Penelope.

L’Alpha e il Beta celebra il Bloomsday a modo suo, con un gioco di similitudini tra il testo e lo scenario economico e finanziario, disarticolato come i pensieri di Leopold e come lui alla ricerca di un significato nel caos.

La prima, grande similitudine, è la “fase Bloomsday” in cui si trova l’economia mondiale, intrappolata nelle antinomie di un lungo stato di attraversamento, le vecchie certezze non esistono più ma non se ne sono ancora consolidate di nuove, la memoria del passato non è di nessun aiuto nella comprensione del presente, le molte novità si stratificano in contraddizioni.

Joyce fu testimone della dissoluzione degli imperi europei, il suo era un mondo frammentato in cui i nazionalismi prendevano il sopravvento e alimentavano ambizioni di espansionismo territoriale. Non è molto diverso il nostro caotico scenario in cui i venti di guerra si fanno più violenti, le analisi e i commenti si disperdono come i pensieri di Leopold.

Le micro-narrazioni (le valutazioni eccessive della tecnologia, la de-dollarizzazione in funzione anti-americana, i promessi investimenti infrastrutturali in Europa, l’eccesso di produzione in Cina…) sono inserite nella più grande Narrazione, quella della fine del secolo americano, del cambio epocale di paradigma accelerato dalla seconda presidenza Trump.

Una Narrazione a sua volta ricca di contraddizioni accelerate da Donald Trump che, ricordando la storia recente, potrebbe celebrare a sua volta un personale 16 giugno.

Fu in quel giorno del 2015 che il sessantanovenne uomo d’affari annunciava nella Trump Tower la candidatura alle presidenziali dell’anno dopo. L’annuncio non venne preso molto sul serio, i candidati erano ancora molti e tra i Repubblicani il favorito era Jeb Bush, ex governatore della Florida e fratello di George W. Bush (“Come diavolo potete votare per questo tizio?” chiedeva Trump ai sostenitori).

Fu un discorso eccentrico in cui c’era già molto del Trump che conosciamo, attaccò l’immigrazione messicana e promise la costruzione del muro lungo il confine meridionale degli Stati Uniti. “Il sogno americano è morto” disse “ma se sarò eletto presidente lo riporterò in vita”.

Trump si presentava agli elettori come uno dei simboli più riconoscibili della ricchezza nel mondo. Essersi reso sinonimo di opulenza è stato uno dei segreti della sua popolarità, per molti americani Trump rappresentava l’incarnazione stessa del successo negli affari. Ma Trump ha rappresentato anche l’altra faccia della medaglia: debiti dilaganti, trucchi finanziari, insolvenza, bancarotta.

Quale sia il sogno americano che aveva in mente lo stiamo vedendo in questi mesi di autoritarismo domestico e di rottura della tradizionale politica estera; forse anche a causa del nuovo corso trumpiano si sono acuite le tensioni in Medio Oriente.

Gli attacchi di Israele hanno costituito “un duro colpo per l’economia globale in un momento già fragile” scrive Mohamed El-Erian, le tensioni sul prezzo del petrolio allungano ombre di preoccupazione sulle prospettive della crescita e dell’inflazione.

Ed è naturalmente aumentato il nervosismo dei mercati: il prezzo del petrolio è salito, le borse sono scese, le stime di crescita dei maggiori istituti economici internazionali potrebbero essere riviste ulteriormente al ribasso. La Banca Mondiale scrive che, nell’assunto di uno scenario immutato nei prossimi due anni, la crescita media globale dei primi sette anni del decennio sarà la più lenta di qualsiasi decennio dal 1960. I governi fanno premio sulla sicurezza delle forniture e tendono a diminuire la dipendenza ma, in questo modo, si indeboliscono gli organismi internazionali.

“Sono diminuiti gli incentivi alla cooperazione ma sono aumentati i costi della non cooperazione” ha detto Christine Lagarde nel viaggio in Cina di pochi giorni fa. A farne le spese sono le catene di fornitura, l’efficienza e la crescita dell’economia mondiale. Nell’allargamento tra gli incentivi e i costi ricordato da Lagarde c’è la posta in gioco, altissima, dell’immediato futuro.

Sono almeno due le grandezze da tenere d’occhio.

La prima è il dollaro, insensibile al rialzo dei differenziali con il resto del mondo. Un rialzo dei rendimenti americani è sempre stato motivo di rafforzamento del dollaro ma l’incertezza “geoeconomica” sta cambiando radicalmente lo scenario, i timori per l’aumento del deficit federale si confondono con la diffidenza verso gli asset americani. Il consenso del mercato è sulla persistenza di tale debolezza ma, nel caso di sorprese positive dall’economia americana, anche il biglietto verde potrebbe sorprendere.

L’altra grandezza da seguire con attenzione è il Treasury, la domanda estera è calata, il titolo decennale sembra aver perso il tradizionale status di “safe haven”, il porto sicuro in cui rifugiarsi quando c’è tempesta. La reazione del titolo americano alle notizie dal Medio Oriente è stata tiepida, la diminuzione del ruolo globale degli Stati Uniti costituisce evidentemente un incentivo a diminuire il sovrappeso negli asset americani.

Gli eventi in Medio Oriente ricordano la rilevanza acquisita dai rischi politici in un mondo sempre più instabile. Anche al netto delle tensioni globali acuitesi in queste ore, gli indicatori economici mandano segnali contraddittori, le curve si irripidiscono mentre aumentano oro e cryptoasset, la disoccupazione è bassa ma il mercato del lavoro mostra le prime crepe, l’inflazione resta una minaccia mentre si rivedono al ribasso le stime di crescita. Soprattutto, preoccupano le dimensioni dei debiti pubblici e la loro sostenibilità.

Come Leopold Bloom che gira per le strade di Dublino, i mercati vagano senza una direzione chiara, i possibili esiti sono diversi e molteplici, il condizionamento degli eventi politici imprevedibile.

L’incertezza non può essere eliminata ma l’investitore può contenerla e governarla attraverso diversificazione, monitoraggio continuo e pianificazione. Nei portafogli c’è spazio per le obbligazioni a breve termine, sensibili all’azione delle banche centrali e al riparo dalle aspettative di lungo termine e dalla conseguente volatilità, c’è spazio per le obbligazioni catastrofali, debolmente correlate ai tassi, per gli investimenti tematici, per le obbligazioni subordinate. Il flusso di capitali al di fuori degli Stati Uniti riporta l’attenzione verso la Cina, la debolezza del dollaro è di aiuto alle economie emergenti.

Attenzione però, la riallocazione degli asset fuori dagli Stati Uniti non faccia perdere di vista le potenzialità del mercato americano e del suo settore tecnologico.

E poi c’è l’Europa, dove la Germania vuole riprendere il ruolo di leader della crescita. L’accordo programmatico del governo Merz è composto da 146 pagine che, nella sostanza, raccontano la volontà di tornare a crescere approfittando dei nuovi, ampi margini di manovra fiscale.

Il pragmatismo degli investimenti pubblici ha fatto premio sul dogmatismo dello “Schuldenbremse”, il freno all’indebitamento che limita il disavanzo strutturale allo 0,35% del PIL. Il ritorno della Germania alla leadership economica dell’Unione costituirebbe “una svolta significativa per i titoli azionari europei alimentata da una rinascita della crescita del PIL europeo” scrivono Tom O’Hara, Jamie Ross e David Barker di GAM Investments.

Più volte in passato L’Alpha e il Beta ha ricordato l’immagine di Ulisse legato all’albero della nave, metafora della resistenza dell’investitore alle sirene dell’emotività, alla tentazione di agire impulsivamente.

Ma l’investitore assomiglia molto di più a Leopold Bloom, moderno Ulisse che non è forte e valoroso come l’eroe omerico, è un uomo comune, con le sue debolezze, indecisioni, smarrimenti.  Joyce ha costruito con sapienza la contrapposizione, le (molte) pagine del romanzo mostrano come l’epica possa essere trovata anche nella vita di tutti i giorni.

Fonte: InvestmentWorld.it


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