Benetti Carlo GAM

GAM: La Via della Seta

GAM: Chimerica è il brutto ma suggestivo neologismo con cui lo storico dell’economia Niall Fergusson descriveva la relazione simbiotica tra Stati Uniti e Cina, moderno ircocervo economico per metà debitore e per metà creditore, due economie separate dall’Oceano Pacifico e unite da scambievoli vantaggi.


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A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM (Italia) SGR


Oggi ricorre un anniversario significativo, ventidue anni fa esatti, l’11 dicembre 2001, la Cina venne accolta a pieno titolo nel WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Fu il primo cruciale passaggio verso la realizzazione di Chimerica ma all’epoca la notizia non ebbe la risonanza che avrebbe meritato; poche settimane prima la tragedia dell’11 settembre aveva appena aperto un nuovo capitolo della Storia. Ma se ci voltiamo indietro e guardiamo agli stravolgimenti economici, politici e sociali che hanno innervato questi due decenni, ci sono pochi dubbi che la vera data iconica che ha cambiato la direzione della storia e che segna il vero inizio del nuovo secolo sia proprio quell’11 dicembre di ventidue anni fa.

Nell’arco di tempo racchiuso tra l’Impero Romano e la Rivoluzione Industriale, la Cina è stata una delle economie più potenti del pianeta, per secoli il suo prodotto interno lordo ha rappresentato circa il 30% dell’economia globale. La spirale discendente cominciò con le guerre dell’oppio; negli anni Settanta del secolo scorso il reddito pro capite cinese era pari a un terzo di quello dell’Africa subsahariana.

La storia cambiò con Deng Xiaoping e il suo “socialismo con caratteristiche cinesi”, nei quattro decenni successivi la rapida trasformazione industriale ha fatto della Cina l’hub manifatturiero del mondo e la seconda economia del pianeta.

L’ingresso nel WTO in quel martedì 11 dicembre 2001 segnava la fine della prima parte della lunga marcia iniziata da Deng nel 1978 e, nello stesso tempo, era l’inizio di una nuova storia che avrebbe sconvolto il mondo.

Per ottenere l’accesso ai mercati internazionali Pechino dovette aprire il paese alla concorrenza delle società straniere, eliminare oltre 7.000 tariffe, quote contingentate alle importazioni e altre barriere. Il pay-off è stato però estremamente generoso: l’ammontare degli investimenti diretti nel paese raddoppiò, le esportazioni esplosero. Prendiamo Walmart, ad esempio, il gigante americano della distribuzione: nella prima fase dopo l’accordo importava dalla Cina merce per quindici miliardi di dollari, dieci anni dopo quel valore era passato a poco meno di cinquanta miliardi di dollari.

Sono stati “vent’anni di imprecazioni e di gloria”, per dirla con il capitano Coignet della Guardia napoleonica; la Cina nel WTO ha sconvolto gli equilibri e ha cambiato il profilo dell’economia globale, ha sperimentato una spettacolare storia di crescita con tassi a doppia cifra. Ma le pratiche disinvolte di imitazione e di elusione delle regole ha creato attriti crescenti con gli altri paesi, in particolare con gli Stati Uniti.

L’ingresso della Cina nel WTO fu anche una convinta scommessa politica. Si pensava che le maggiori libertà economiche avrebbero portato a maggiori libertà civili e a un lento approdo a forme di governo democratiche. La fine della Storia di Fukuyama era ancora una prospettiva, il compimento ultimo del progresso sociale sarebbe stato l’ordinamento democratico e un sistema economico di libero mercato.

Quella scommessa è stata persa: la presenza del governo cinese nella vita dei cittadini e delle aziende si è fatta molto più pervasiva, il regime si è fatto ancora più autoritario, il ciclopico outlet manifatturiero del mondo è diventato un formidabile avversario strategico e la Cina ha trasformato l’enorme surplus commerciale in strumento di pressioni politiche. Pechino si oppone all’ordine mondiale americano e si candida alla leadership dei paesi del sud del mondo, le diadi democrazia-oligarchia, mercato-dirigismo, stato-individuo rischiano di diventare le nuove faglie che potrebbero dividere il pianeta.

In questo ampio disegno globale si iscrive l’uscita dell’Italia dagli accordi della Via della Seta, l’iniziativa di Pechino nata con lo scopo di estendere l’influenza economica e soprattutto politica con imponenti investimenti in infrastrutture. Con la nota consegnata al governo cinese nei giorni scorsi l’Italia si affranca da una iniziativa marcatamente politica cercando di mantenere, naturalmente, le buone relazioni commerciali.

La Belt and Road Initiative è stato un affare soprattutto per la Cina che ha avuto accesso a risorse come petrolio, gas e minerali. Dal 2013, quando venne avviato il progetto, la Cina ha scambiato con i paesi aderenti all’iniziativa merci per circa diciannove miliardi di dollari, una diversificazione delle fonti di approvvigionamento che si è rivelata cruciale mentre crescevano le tensioni con gli Stati Uniti.

Quest’anno l’anniversario dell’11 dicembre cade in una fase delicata per l’economia cinese, il progetto della Via della Seta arranca mentre in patria calano la spesa in consumi, gli investimenti delle imprese, le esportazioni; e mentre la maggior parte dei paesi è alle prese con l’inflazione, in Cina si moltiplicano i segnali di deflazione.

L’iniziativa della Via della Seta perde forza, il rallentamento della crescita ha fermato gli investimenti, il governo cinese non riesce a incassare i crediti che ha con i paesi a basso reddito aderenti alla Belt and Road Initiative, flussi di denaro preziosi per alleviare il debito interno, concentrato nelle amministrazioni locali. Nei prossimi anni, scrive la Banca mondiale, i soldi che rientreranno in Cina saranno più di quelli che la Cina spenderà all’estero.

Si allungano anche le ombre della deflazione, minaccia che si era presentata in luglio; a novembre i prezzi alla produzione su base annua sono scesi del 3%, quelli al consumo dello 0,5%, il calo più marcato degli ultimi tre anni. La deflazione complica l’agenda del governo, la Cina si trova in una sorta di long-Covid economico, la riapertura delle frontiere e la ripresa della mobilità a inizio anno non hanno sostenuto la domanda dei consumatori come ci si aspettava e il governo, attento al debito, esita a promuovere ingenti misure di stimolo o salvataggi delle società immobiliari. Moody’s ha portato a negativo l’outlook sul rating cinese, le ragioni sono le più deboli prospettive di crescita e le probabilità che siano necessari interventi a sostegno delle amministrazioni locali.

Anche il renmimbi non aiuta le ambizioni di Xi Jinping. La delusione della mancata ripartenza ha indebolito la moneta del popolo facendo peggiorare le ragioni del cambio con il dollaro, il recente apprezzamento non è dovuto a meriti interni ma al movimento del dollaro nei confronti delle altre valute.

La debolezza del cambio non ha comunque impedito alla valuta cinese di crescere nell’uso come moneta di scambio nelle transazioni commerciali globali: la quota del renmimbi è passata da 1,9% di gennaio a 3,6% in ottobre.

La Cina è alla testa del movimento dei paesi del sud del mondo federati nel desiderio di affrancarsi dall’influenza del dollaro, acuito dopo le sanzioni imposte alla Russia nel 2022.

L’obiettivo ambizioso del governo cinese è ridurre la dipendenza dal dollaro americano e portare il renmimbi alla dignità di valuta internazionale. Una strada ancora lunga, il 3,6% del renmimbi è molto lontano dalle quote del dollaro (47,2%) e dell’euro (23,3%) e, inoltre, il renmimbi conserva il peccato originale della non convertibilità, le aziende che regolano le loro esportazioni con la valuta cinese possono impiegarla solo per acquistare merci in Cina e in pochi altri paesi.

È una difficoltà strutturale dell’economia cinese e del suo regime, da un lato l’influenza economica diventa strumento di pressione per imporre l’uso della propria valuta ai paesi aderenti alla Belt and Road Initiative, dall’altra parte la non convertibilità mantiene il renmimbi in una condizione di minorità.

La Via della Seta, così come le alleanze “BRICS”, sono ambiti di cooperazione economica che la Cina utilizza per sottrarsi all’accerchiamento americano e, soprattutto, sono strumenti di influenza politica per modificare gli equilibri globali.

Nel libro bianco pubblicato a settembre si legge che l’ordine mondiale pensato a Pechino è un modello di globalizzazione più equo e inclusivo rispetto a quello imposto dalle potenze occidentali “egemoniche”. Un disegno di relazioni internazionali “ideologicamente superiore” scrive un editoriale del China Daily, grandiosa visione di un mondo migliore di cui la Via della Seta sarebbe il perno.

La posta in gioco della diplomazia internazionale è fare in modo che la Via della Seta agevoli una connettività pacifica tra paesi e continenti, evitare che si trasformi in una nuova “cortina di ferro” economica e ideologica in uno scenario di guerra fredda.

Nessuno parla più di rapporto di simbiosi tra Stati Uniti e Cina e tantomeno di Chimerica, eppure le due metà dell’ircocervo continuano a essere mutualmente dipendenti; le relazioni tra le due metà, per quanto sfilacciate e diffidenti, devono adattarsi al nuovo ambiente. Del resto, è la lezione di Darwin, non è il più forte che sopravvive ma chi si adatta meglio al cambiamento.

Fonte: InvestmentWorld.it


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