GAM : È stata una cerimonia di apertura scenografica, emozionante, narrativa.
A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM
L’amato stadio di San Siro si è trasformato in un teatro di luci sul quale è andato in scena un lungo racconto di storia, cultura e musica, capace di tenere assieme modernità e tradizione, Ghali e Bocelli, la montagna e la città. L’interpretazione di Laura Pausini, personale e misurata, ha offerto una rilettura impeccabile dell’Inno nazionale mentre le telecamere inquadravano il Presidente Mattarella.
Le cerimonie di apertura dei giochi olimpici sono sempre un racconto di identità e culture diverse ma, alla fin fine, coreografie, balli e musiche raccontano sempre la stessa storia: l’attesa degli atleti, la speranza di prevalere, gli anni di lavoro, di pianificazione, di studio che precedono la gara e il risultato.
Tra le cronache minori dei Giochi, hanno fatto notizia anche i maglioni indossati dagli atleti della squadra norvegese, è piaciuta la moderna reinterpretazione del capo indossato per la prima volta alle Olimpiadi di Cortina d’Ampezzo del 1956: una rilettura della tradizione con materiali, tagli e funzionalità contemporanei. È una dichiarazione di metodo prima ancora che di gusto: rispetto delle radici, disciplina progettuale, attenzione alla durata nel tempo.
A proposito di Norvegia, la stessa capacità di pianificazione, studio e fiducia nel tempo lungo emerse con chiarezza nel 2012, nelle scelte dei gestori del fondo sovrano norvegese.
Come il maglione della squadra olimpica, anche il fondo sovrano della Norvegia è il risultato di una continuità nel tempo: all’interno di una robusta disciplina di investimento, i gestori sanno continuamente adattarsi a mercati e contesti in evoluzione senza snaturare il disegno originario; la performance del 2025 è stata di poco sopra il 15%, sostenuta da tecnologia, finanza e materie prime. Ma è interessante ricordare quello che accadde nel 2012, quando l’Europa era attraversata dalla crisi del debito sovrano e i gestori del fondo decisero di aumentare l’esposizione azionaria globale, con particolare enfasi sui mercati europei. Quell’anno il GPFG registrò una performance superiore al 13%, la componente azionaria diede un risultato intorno al 18%. L’esposizione all’Europa era poco sotto la metà della componente azionaria (era a 53% nel 2011).
I gestori del fondo ebbero ragione, le performance del biennio 2012-2013 dimostrano come un investitore con orizzonte adeguato e ampia diversificazione possa attraversare crisi cicliche e beneficiare della ripresa. In quell’anno, altri investitori istituzionali ridussero il rischio sui titoli europei, il GPFG invece mantenne (e in alcuni casi aumentò) l’esposizione azionaria nonostante la percezione di un forte rischio sistemico, in coerenza con l’approccio di lungo periodo del fondo: non “timing” ma consapevole scelta di investimento in uno scenario sorretto anche da politiche monetarie accomodanti.
È una lezione di disciplina che vale ancora oggi: regole chiare, governance robuste e orizzonte di lungo termine permettono di trarre vantaggio da fasi di mercato non lineari. L’Alpha ei il Beta lo ricorda spesso: i mercati tendono a premiare chi resta investito più di chi tenta di indovinare i minimi. L’esperienza del fondo norvegese nel 2012 ricorda ancora una volta che le strategie di investimento non possono essere guidate da reazioni emotive di corto respiro, devono restare ancorate al metodo, a criteri di equilibrio e diversificazione.
Nel 2012 l’Europa era simbolo di rischio, oggi è attraversata da contraddizioni e dal timore dell’irrilevanza in un contesto geopolitico e competitivo sempre più complesso.
L’Europa entra nello stadio dei mercati finanziari non da favorita ma, in ogni caso, con squadre esperte: molte società solide, leadership industriali consolidate e una rinnovata volontà di competere.
Molte aziende europee operano in settori maturi, industria, lusso, farmaceutica, infrastrutture, energia, meno spettacolari della discesa libera o dello snowboard, ma capaci di premiare costanza e disciplina nel tempo. La Banca Centrale Europa è entrata in una fase di normalizzazione prudente, la graduale riduzione dei tassi fornisce un ambiente in cui questi modelli di business tornano ad avere fiato. L’Alpha e il Beta del 26 gennaio scorso ricordava l’avvento dell’hard power, il ritorno alle logiche di potenza novecentesche ridisegna gli equilibri globali.
L’Europa rischia il ruolo del proverbiale vaso di coccio se non rafforza la propria autonomia strategica. Per affrancarsi da questa possibile deriva, l’Europa “ha una sola opzione chiara” scrive Tom O’Hara di GAM Investments “aumentare in modo significativo gli investimenti nella propria autonomia strategica … e rivedere radicalmente le proprie priorità”.
Le leadership europee sono chiamate a una prova di maturità, la frammentazione decisionale resta un limite ma il contesto geopolitico sta producendo un effetto paradossale: per decenni sono stati rinviati temi che ora diventano ineludibili. Difesa comune, politica industriale, sicurezza energetica e autonomia tecnologica sono condizioni operative per restare rilevanti.
L’Unione Europea si trasforma in un “hub” che coordina flussi di capitali e stabilisce priorità strategiche. È un modello imperfetto e lento, ma capace di orientare investimenti pubblici e privati su orizzonti di lungo termine. Per i mercati è una traiettoria che conta più delle dichiarazioni: non accelera, ma stabilizza.
Se guardiamo all’economia europea con il grandangolo, da una prospettiva “top down” diremmo nel nostro lessico familiare, vedremmo il superciclo degli investimenti già in corso: investire nei settori di leadership globale è la via più sicura per restare nel gioco della competizione, l’investitore può riconoscere aree di valore nel settore aerospaziale, nei beni strumentali, nei semiconduttori, nella difesa. Settori ancora sottovalutati che presentano credibili prospettive di crescita nel lungo termine.
In ogni Olimpiade ci sono discipline che tolgono il fiato, come la discesa libera o il salto con gli sci, momenti in cui la tecnica incontra il coraggio. Per l’Europa, quel momento è la transizione energetica e industriale. Investire in rinnovabili, reti elettriche, semiconduttori, difesa e digitalizzazione rappresenta il nostro “salto dal trampolino”: un’evoluzione complessa ma decisiva. È una sfida che non ammette esitazione, perché dalla precisione di questo salto dipende il posizionamento del Vecchio Continente nel futuro scenario globale.
Le infrastrutture di elettrificazione, automazione e ingegneria pesante rappresentano circa l’8% del benchmark europeo. Due gruppi tedeschi e uno svizzero sono leader nella distribuzione energetica globale e nell’automazione industriale, tecnologie al crocevia della sicurezza energetica e del reshoring.
Nel mercato azionario europeo esiste anche un lato elegante, nella similitudine con i giochi olimpici potrebbe ricordare il pattinaggio artistico. È il segmento fatto di marchi storici e riconoscibili, di leadership di nicchia costruite nel tempo e barriere all’ingresso elevate, dove il vantaggio competitivo non si misura solo in quote di mercato ma in desiderabilità, reputazione e capacità di dettare lo stile. Il settore del lusso ne è l’espressione più compiuta: maison con storie blasonate, filiere integrate, potere di prezzo e una clientela globale che attraversa i cicli economici con olimpica indifferenza.
In definitiva, in uno scenario complesso, l’Europa offre coreografie più lente ma armoniose, dove la creazione di valore passa dalla qualità più che dall’ipercrescita. I multipli restano inferiori a quelli del mercato americano, i dividend yield più elevati; in un contesto di normalizzazione dei tassi e di progressiva rotazione settoriale, queste caratteristiche tornano ad avere valore.
La lezione del fondo sovrano norvegese è lì a dimostrare che le fasi di maggiore incertezza sono spesso quelle in cui si costruiscono le performance di lungo periodo. Sale sul podio chi ha preparato la gara con disciplina, diversificazione, controllo delle emozioni che, nel nostro lavoro, significa capacità di restare investiti nelle fasi avverse, quando il consenso è fragile.
L’Europa rimane una componente essenziale di un portafoglio globale ben diversificato: meno esposta agli eccessi, più ancorata ai fondamentali.
Fonte: InvestmentWorld.it
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