GAM : Alla fine, Trump ha sterzato. Difficile dire prima di chi o di cosa, considerando il disastro in borsa e sui Treasury, ma ha sterzato in un costoso e imprevedibile “gioco del pollo”.
A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM
La corsa delle auto l’una contro l’altra è stata resa celebre da James Dean in Gioventù bruciata, chi sterza per primo è il “pollo”, il pauroso senza coraggio in un gioco estremo che è anche un esempio della Teoria dei Giochi.
I due giocatori sono obbligati a adottare una strategia opposta, non esiste una strategia dominante a proprio vantaggio. Nel caso di una sterzata simultanea la gara finisce in parità, se invece nessuno sterza per non fare la figura del pollo, la gara finisce in tragedia. Dopo la sbandata del Treasury, l’amministrazione ha evitato il peggio cambiando direzione, Trump ha annunciato la moratoria sui dazi di tre mesi e l’alleggerimento delle tariffe sugli oggetti di elettronica importati dalla Cina.
La moratoria attenua le tensioni ma non dimentichiamo che restano i dazi al 10% applicati in modo sistematico su tutte le merci importate e le tariffe del 25% su acciaio e alluminio. Saranno novanta giorni in cui agirà la segreta diplomazia finanziaria, quella che ha portato alla formidabile domanda estera di titoli del Tesoro americano dopo il gramo esito dell’asta di martedì 8 aprile.
La sospensione è un lenitivo alle tensioni commerciali ma non argina il pericolo che il rischio economico diventi rischio sistemico, si profila la possibilità che una crisi di fiducia negli Stati Uniti di Trump metta in discussione i pilastri dell’ordine monetario globale.
Perché è di questo che si parla in città, Trump e Vance hanno messo sul piatto l’asset più prezioso, la credibilità, in una partita che stanno giocando maldestramente. Qualcuno crede, o vuol far credere, che il continuo cambio delle regole del gioco sia “arte della negoziazione”, ai più sembra pericolosa incoerenza nelle prospettive politiche ed economiche.
I mercati detestano l’incertezza, sono ecosistemi adattivi, si adeguano facilmente alle fasi di crescita o di calo degli utili, ma qui non si tratta di adattarsi alle prospettive di maggiore o minore inflazione o di calo degli utili nel breve termine. Le aziende e i mercati non hanno il tempo di valutare le conseguenze di una decisione che questa viene cambiata, ricalibrata, modificata in una girandola che intralcia la pianificazione degli investimenti nel medio e lungo termine.
In questi giorni Trump e i suoi non si sono dati troppa cura degli spettacolari crolli del mercato azionario, il presidente lo ha anche detto chiaramente, le tariffe avrebbero causato “un po’ di disturbo, ma a noi va bene così”. È stata la crisi dei Treasury a suonare l’allarme, perché i tassi e i rendimenti riguardano Main Street, l’economia del bullone e della lamiera, ne vanno di mezzo le decisioni di investimento e i programmi di assunzioni, le ipoteche, i prestiti, gli interessi sui pagamenti a rate delle carte di credito.
Mister Bond Market ha tutte le carte in mano, per dirla con parole familiari a Trump, il mercato obbligazionario continua a “far paura a chiunque”. Nel 1993 James Carville, all’epoca capo dello staff di Clinton, ammise al Wall Street Journal che fu il mercato obbligazionario a costringere il presidente ad abbandonare ambiziosi piani di spesa, i rendimenti erano passati dal cinque all’otto percento.
I movimenti del Treasury sono stati spettacolari: grandezze finanziarie che si spostano normalmente di pochi punti base sono entrate in un frullatore che nel giro di pochi giorni ha portato i rendimenti da 4,30% a 3,9%, poi sono risaliti verso 4,40%, hanno ritracciato verso 4,30% e potrebbero superare di nuovo la soglia di 4,5%.
Movimenti così bruschi che suscitano dubbi sull’affidabilità degli asset americani, il Treasury ha trascinato con sé anche il dollaro e si torna a discutere del suo status di bene rifugio. Le tensioni sui dazi e il “rischio controparte” alimentato da questa amministrazione rende pericolosamente concreta la crisi di fiducia negli Stati Uniti come punto di riferimento della finanza globale.
E qui emerge una (ulteriore) contraddizione negli obiettivi economici di questa amministrazione: il desiderio di un dollaro debole, per favorire le merci e il lavoro americani, senza però perdere lo status di moneta globale.
Due obiettivi inconciliabili spiega Dani Rodrik: conservare il ruolo dominante nell’integrazione globale comporta il costo della rinuncia a parte del controllo dell’economia nazionale in quanto la valuta e i titoli di stato diventano “porti sicuri” per la domanda globale. Un assetto finanziario che era funzionale alla Pax Americana ma che nel nuovo mondo multipolare diventa causa di squilibri e di tensioni commerciali.
Gli Stati Uniti hanno beneficiato dei flussi di attività finanziarie in dollari e, scrive l’economista Michael Pettis, “non è una coincidenza che gli Stati Uniti, con i loro mercati finanziari profondi, flessibili e ben governati abbiano quote di PIL manifatturiero ben al di sotto della media mondiale, a differenza di economie come la Cina”. A fronte della profondità e liquidità del mercato finanziario americano, ci sono infatti gli avanzi commerciali della Cina e la sua quota di PIL manifatturiero al di sopra della media mondiale.
Non è la prima volta che il biglietto verde affronta una fase di turbolenza, non è la prima volta che se ne anticipa la fine. Per il momento c’è molto rumore, non segnali, il dollaro si trova “nell’universo parallelo dello scontro commerciale con la Cina” scrive Robin Brooks, non durerà all’infinito, la fine della centralità del dollaro è “fortemente esagerata” (vedi L’Alpha e il Beta del 24 aprile 2023 “Viandanti nella nebbia”).
I dazi sono il dito che indica la luna dell’enorme debito federale e degli squilibri commerciali. Problemi reali amplificati dal nuovo assetto globale, le misure tariffarie sono però lo strumento meno efficace per affrontare le cause degli squilibri e tanto meno risolverle. Sullo sfondo della guerra commerciale si staglia il rischio della ben più pericolosa guerra valutaria, avverte Fedele De Novellis di REF Ricerche, i prossimi novanta giorni saranno sotto il segno dell’incertezza con ascendente cautela.
Novanta giorni e novanta notti che metteranno alla prova la tempra e i nervi dei risparmiatori, come i celebri quaranta giorni e quaranta notti a San Vittore del protagonista della canzone di Giorgio Strehler, che nel 1944 a San Vittore ci finì davvero.
Dopo mesi di entusiasmo, gli scossoni hanno provocato un brusco risveglio che potrebbe portare a decisioni di investimento altrettanto brusche. Non mancheranno nuove sorprese (probabilmente anche nello spazio tra la scrittura e la pubblicazione di queste note) ma la peggiore insidia saranno le emozioni, perché il presente dell’attualità fa premio sulla memoria, fa perdere di vista la legge potente della regressione verso la media (vedi le Lezioni recenti del professor Paolo Legrenzi pubblicate sul sito di GAM Italia).
Gli episodi di breve termine non sono mai rappresentativi, il tempo smusserà l’eccezionalità di questi giorni, proprio come le settimane di panico del febbraio-marzo 2020 sono state assorbite dai mesi successivi.
“Questo non è il momento di accelerare acquistando sul ribasso” scrive Jason Zweig sul Wall Street Journal “ma neppure di frenare scaricando tutti i titoli nella paura di ulteriori ribassi”.
Alla vigilia di altri tre mesi di sorprese può valere la pena ricordare i prolegomeni dell’investimento, le regole che aiutano a gestire l’emotività nei momenti di maggiore preoccupazione, quando l’incertezza radicale mina il sempre fragile equilibrio tra rischio percepito, aspettative di rendimento, ricerca di stabilità nel tempo.
“Se devi farti prendere dal panico, fattici prendere con metodo” aggiunge il notista finanziario del Journal, la turbolenza di queste settimane fornisce una buona occasione per incontrare il proprio consulente e rivedere con lui o con lei gli obiettivi finanziari di lungo termine e la tolleranza al rischio. La “soglia del dolore” è sempre un concetto distante quando le cose vanno bene, la propensione al rischio dichiarata raramente coincide con quella avvertita nelle fasi di mercato negative.
Un paio di parametri aiutano a stabilire la “soglia del dolore” con buona approssimazione:
- l’orizzonte temporale: per quanto tempo ci si può privare delle somme investite. Quanto più rischioso è un investimento, tanto più tempo sarà necessario per assorbirne la maggiore volatilità. In un orizzonte di anni l’investitore ha modo di recuperare le eventuali perdite provocate da una fase negativa. A questo proposito Warren Buffet ricorda che “non ho mai provato a fare soldi con il mercato azionario, compro come se la borsa chiudesse domani e non riaprisse per i successivi cinque anni”;
- stabilire l’importo massimo che si è disposti a perdere. Ragionare sulle possibili perdite è sempre delicato ma è anche un modo diretto per evitare future delusioni e incomprensioni. “Se pensi di essere tra coloro che nei momenti di panico vendono tutto, dovresti evitare l’investimento in azioni” ammonisce Peter Lynch.
La “piramide degli investimenti” è uno strumento rudimentale ma di immediata comprensione, mostra il senso della diversificazione, il collocamento nel tempo delle classi di attivo con le quali è diversificato il portafoglio, il loro crescente grado di rischio.
La seconda regola aurea è riconoscere la propria inadeguatezza verso la complessità dei mercati e degli strumenti finanziari. Se invece si è (o ci si crede) esperti, la regola è riconoscere che l’insidia più temibile è quella delle proprie emozioni, paura ed euforia possono indurre a scelte che nel tempo si potrebbero rivelare costose. Le asimmetrie informative sono strutturali, le informazioni non sono disponibili a tutti nello stesso momento. Il paradossale “Comma 22” del risparmiatore è che coloro che ammettono la propria incompetenza e si affidano ad un esperto rivelano in realtà un grado elevato di alfabetizzazione finanziaria.
Anche la terza regola contiene un paradosso: è preferibile guardare poco il portafoglio, il “meno” vale di più. Guardare poco il portafoglio non significa approssimazione nella qualità delle informazioni: con truffatori che ancora riescono a convincere persone in buona fede di rendimenti sibaritici privi di rischio, è buona norma pretendere informazioni dettagliate. Ma compulsare con frequenza il portafoglio e confrontarne l’andamento con le notizie finanziarie può diventare problematico.
La condizione “always on”, sempre connessi, gioca contro l’investitore, lo espone a un ininterrotto flusso di notizie finanziarie. Gli psicologi comportamentali definiscono l’eccesso di notizie “information overload”, un “sovraccarico cognitivo” che rallenta la decisione e, anche in questo caso, può portare a decisioni sbagliate (vedi anche Paolo Legrenzi “Sei esercizi facili”, Cortina 2015 e “Perché gestiamo male i nostri risparmi”, Il Mulino 2013).
Con queste tre regole auree riportate alla memoria, affronteremo con maggior fiducia i prossimi novanta giorni che continueranno a essere segnati da incertezza e volatilità: l’ansia non si potrà mai eliminare ma si può cercare di tenerla a bada.
Fonte: InvestmentWorld.it
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