GAM : Ci sono state sorprese nel fine settimana ma non nella riunione della Federal Reserve.
A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM
Come previsto, i tassi sono stati lasciati fermi nella forchetta 4,25-4,5% ed è stato confermato il mantenimento dell’attuale ritmo di inasprimento quantitativo.
Gli economisti della banca centrale hanno abbassato le previsioni di crescita (sono diminuite le vendite al dettaglio e le nuove costruzioni) e aumentato quelle dell’inflazione, le ragioni della cautela le ha spiegate Powell senza giri di parole, sono tutte nell’incognita dei dazi, quali entreranno davvero in vigore, in quale misura, come i costi saranno distribuiti tra importatori, produttori nazionali, rivenditori e consumatori.
Nonostante le aspettative di ribasso della crescita e aumento della disoccupazione, i membri del Comitato che governa i tassi esitano a tagliare per il timore dell’inflazione.
Forse anche la memoria degli errori commessi nel 2021 concorre a rendere Powell e i suoi colleghi più cauti nel trattare i rischi di inflazione, ma tra i membri del Comitato si è aperta una spaccatura. Il presidente della Federal Reserve, il cui mandato scadrà nel maggio 2026, ha parlato di “sana diversità di vedute all’interno del comitato”, opinioni che però, ha aggiunto “sono destinate a diminuire una volta che saranno disponibili ulteriori dati sull’economia”.
Le previsioni dei membri del FOMC divergono maggiormente via via che ci si sposta nel futuro. Il mercato stima che i tassi dei Fed Fund saranno compresi tra il 3,0% e il 3,25% entro la fine del 2026, significa che gli operatori sono più preoccupati per la crescita rispetto ai banchieri centrali (fonte Federal Reserve. I rendimenti passati non sono indicativi di rendimenti futuri così come di presenti o futuri trend)
A giudicare dal grafico a pallini, dieci dei diciassette componenti prevedono due tagli di un quarto di punto entro dicembre, gli altri sette ne prevedono solo uno; in definitiva, tutti si aspettano un rallentamento della crescita e l’aumento dell’inflazione, le differenze sono relative all’intensità. Ma nei pensieri di Powell non ci sono solo la possibilità di rallentamento della crescita e i rischi del ritorno dell’inflazione.
I messaggi dalla Casa Bianca sono inequivocabili, con linguaggio poco istituzionale Trump chiede, anzi pretende, che i tassi vengano abbassati, presto e molto. Powell dovrà difendere sé stesso e l’indipendenza della banca, evitare gli errori commessi dal predecessore Arthur Burns che fu compiacente con le pretese di Nixon, non contrastò l’aumento dei prezzi ritenendolo transitorio e aprì il vaso di Pandora della Grande Inflazione degli anni Settanta.
Poi c’è la questione del dollaro. Tradizionalmente la Federal Reserve ha avuto un atteggiamento di benevola negligenza nei confronti del biglietto verde ma negli ultimi cinque mesi il crollo di valore è stato significativo e atipico: il dollaro, le obbligazioni e le azioni e le obbligazioni si sono mossi assieme, un fenomeno insolito per gli Stati Uniti e tutto di natura politica, dovuto alle turbolenze tariffarie e alla conseguente incertezza relativa all’economia.
Lo abbiamo scritto nelle scorse settimane, se l’economia americana dovesse sorprendere, anche il dollaro sorprenderebbe al rialzo ma, intanto, la perdurante debolezza del biglietto verde e la diversificazione extra Stati Uniti favoriscono le azioni internazionali, le obbligazioni europee e gli asset dei mercati emergenti.
Le sorprese, dicevamo, si sono verificate nel fine settimana, l’attacco degli Stati Uniti ai siti nucleari iraniani complica ulteriormente una partita complessa e aumenta il livello di instabilità.
Il prezzo del petrolio è salito ai livelli più alti degli ultimi cinque mesi e l’andamento nei prossimi giorni dipenderà dalla reazione della Repubblica islamica, potrebbe rivalersi con attacchi ai giacimenti petroliferi nella regione, in Arabia Saudita o in Qatar, oppure mettendo in pratica la minaccia di bloccare lo stretto di Hormuz dove transita circa un terzo delle forniture mondiali di greggio.
I mercati scontano un più elevato premio al rischio geopolitico, la paura è che l’aumento dei prezzi del petrolio si estenda agli altri mercati dell’energia provocando una nuova ondata di inflazione.
La regola aurea dell’investitore è sempre quella di non reagire in modo eccessivo. Le Lezioni del professor Paolo Legrenzi, pubblicate sul sito di GAM Italia, hanno ricordato più volte che gli investitori tendono a reagire in modo eccessivo alle notizie negative, con costi sui risultati di lungo periodo. La strategia migliore, raccomanda il professor Legrenzi, è muovere poco il portafoglio e mantenere l’attenzione sugli obiettivi di lungo termine.
In queste eccezionali condizioni, i paesi emergenti costituiscono un luogo dell’investimento che merita qualche considerazione. L’aumento dei prezzi del petrolio e il possibile impatto inflazionistico avrebbe un effetto negativo su economie sensibili ai prezzi energetici e l’aumento dell’incertezza comporterebbe l’uscita id capitali, in cerca dei porti sicuri.
La prima considerazione è dunque che nei mercati emergenti le strategie attive sono le uniche efficaci, non tutte le economie sono state creati uguali. Le differenze nelle istituzioni politiche, nei sistemi economici e finanziari, nelle reti commerciali e nelle alleanze diplomatiche ampliano le distanze ed esigono specifici approfondimenti. “Una scommessa sull’industria dei ricambi automobilistici messicana comporta rischi completamente diversi da un prestito garantito in dollari a un’azienda turca” scrive Robert Koenigsberg di Gramercy Fund Management.
No, con indici che mettono assieme vincitori e vinti, i mercati emergenti non sono i migliori candidati per approcci passivi o indicizzati, pensiamo al peso di quasi il 20% che le obbligazioni argentine avevano nell’indice nel 2001.
Guardare alle singole situazioni significa, ad esempio, notare che il peso messicano ha retto tutto sommato bene alla botta dei dazi e all’ostilità commerciale americana, un credibile indizio di fiducia nel paese. Un altro esempio sono gli accordi commerciali siglati nel dicembre 2024 tra il Mercosur e l’Unione Europea, vantaggiosi agli esportatori dei paesi aderenti all’intesa commerciale (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay). Un altro esempio è quello dei paesi dell’Est Europa che beneficeranno del massiccio programma di investimenti annunciato in Germania.
I mercati emergenti non sono neppure i migliori candidati per strategie di breve termine, il “buy the dip” non si attaglia a paesi in cui il susseguirsi degli eventi cambia velocemente le condizioni generali.
Ma è altrettanto vero che sono il luogo adatto per esposizioni di lungo termine: le fonti di rischio sono superiori a quelle dei mercati sviluppati ma, in fin dei conti, il rischio è la moneta che compra rendimento e per coloro che cercano diversificazione, crescita e rendimento a lungo termine le economie emergenti continuano a fornire una interessante opportunità.
Secondo il Fondo Monetario Internazionale, nel 2025 l’economia dei mercati emergenti e in via di sviluppo crescerà del 4,2%, contro un modesto 1,8% nei paesi avanzati. Si notano le performance attese dell’India, dove la crescita prevista è del 6,8%, trainata dalla digitalizzazione e dal settore dei servizi. Sopra il 5% la crescita attesa di Indonesia e Vietnam in virtù di politiche favorevoli agli investimenti e alla crescente delocalizzazione manifatturiera. I mercati emergenti non sono più solo fornitori di materie prime o manodopera a basso costo. Molti di essi sono leader nell’adozione tecnologica, in particolare nei settori fintech e “e-commerce”. La Cina è in competizione diretta con gli Stati Uniti, l’India è tra i primi paesi al mondo per adozione di pagamenti digitali e sta sviluppando un proprio ecosistema AI nazionale, in America Latina, piattaforme come MercadoLibre e Nubank stanno trasformando l’economia digitale.
Per l’investitore è importante notare come in molte economie emergenti i multipli azionari siano di molto inferiori rispetto a quelli dei mercati sviluppati. L’indice MSCI Emerging Markets scambia a un rapporto P/E medio inferiore del 30% rispetto all’MSCI World. Valutazioni più contenute offrono margini di rialzo maggiori, si tratta di economie che beneficiano anche di fattori strutturali di lungo termine come il dividendo demografico e una classe media sempre più robusta: secondo un rapporto della Banca Mondiale, entro il 2030 oltre due terzi della nuova classe media globale proverrà da Asia, America Latina e Africa.
La classe media delle economie emergenti è protagonista dei consumi e, in particolare, dei consumi nel settore del lusso. I consumatori cinesi restano tra i migliori clienti, hanno denaro da spendere, il dilemma semmai è quando e dove spenderanno. È in atto uno spostamento della domanda, Flavio Cereda di GAM Investments prevede un costante miglioramento dei numeri relativi al “cluster” cinese, i consumi dei beni di alta gamma saranno superiori all’andamento dell’economia cinese.
In sintesi, i mercati emergenti rappresentano una componente strategica per portafogli di investimento orientati al lungo termine. La combinazione di crescita economica, valutazioni interessanti, dinamiche demografiche favorevoli e innovazione tecnologica li rende particolarmente interessanti nel contesto multipolare di questo nuovo tempo.
Non sono privi di rischi, l’iniziativa guerresca degli Stati Uniti ha amplificato l’incertezza e i pericoli ma, ciò nonostante, i segnali di resilienza in paesi come Cina e India e la consuetudine storica di “shock-bounce” offrono un contrappunto positivo.
Fonte: InvestmentWorld.it
Iscriviti alla Newsletter di Investment World.it



