GAM : La bandiera bianca è quella che sventola Donald Trump mentre canta vittoria.
A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM
Il “Liberation Day” aveva in realtà liberato soprattutto una gran confusione sui mercati finanziari e ha costretto Trump e i suoi a correggere la rotta. In ultimo, anche la Cina si aggiunge ai paesi ai quali le misure tariffarie sono state portate al 10%, benché in questo caso la misura si aggiunga al 20% imposto in precedenza.
In queste settimane il governo cinese ha tenuto il colpo e, nonostante le dichiarazioni del presidente americano, “non ha concesso a Trump neppure una telefonata”, due giorni a Ginevra sono stati sufficienti a riportare sulla terra le tariffe dagli irragionevoli livelli annunciati. Dai colloqui sono però rimaste fuori le vere questioni che pesano sulle relazioni tra i due paesi, ad esempio la difficoltà delle aziende americane a lavorare in Cina o le deboli tutele della proprietà intellettuale.
Donald Trump “ha iniziato una guerra commerciale con Adam Smith e ha perso” scrive il Wall Street Journal, l’invito via social a Walmart ad accollare le tariffe sui propri margini evitando di scaricarle sui prezzi finali fa a pugni con le regole del libero mercato e smentisce la narrazione dei dazi presentati come una tassa sui paesi esportatori.
Dunque, si profila uno scenario di tariffe generalizzate al 10% per tutti e una più alta applicata alla Cina.
I mercati hanno celebrato l’accordo tra le due maggiori economie del mondo cancellando le perdite da inizio anno, il dollaro ha recuperato terreno con le principali valute.
Ma le notizie dal fronte della guerra commerciale non cambiano lo scenario di incertezza, la diversificazione al di fuori degli Stati Uniti, come L’Alpha e il Beta ha suggerito negli ultimi mesi, resta la scelta più efficiente. Le tariffe al 10% non sono neutrali per le prospettive dell’economia, sono “ancora quattro volte superiori alla tariffa media degli Stati Uniti prima dell’insediamento di Trump” ricorda il WSJ, tutt’altro che positive per l’economia, per i prezzi e per la competitività delle aziende americane.
Peggiora la fiducia dei consumatori, la lettura preliminare di maggio a 50,8, rilevata dall’Università del Michigan, corrisponde a un calo del 3% dal 52,2 di aprile, è un valore prossimo al minimo di 50,0 rilevato nel giugno 2022, ma all’epoca l’inflazione e i tassi in aumento facevano temere la recessione.
Per il momento l’inflazione non costituisce una minaccia, il dato di aprile è stato in linea con le attese ma nel sondaggio dell’Università del Michigan i consumatori si aspettano che i prezzi aumenteranno. La Federal Reserve resta dunque in “vigile attesa”, la grande incognita resta l’impatto delle tariffe sul lavoro e sui prezzi.
Per il Segretario al Tesoro Bessent, il clima di incertezza è però voluto, si tratterebbe di una “incertezza strategica” utilizzata da Trump, “uomo del deal”, come leva nei negoziati.
In realtà Trump sta utilizzando un vecchio trucco del marketing: si comunica un prezzo e quindi, con una serie di argomenti, lo si porta a valori più bassi. Il bias dell’effetto ancoraggio è utilizzato nelle vendite porta a porta come nel lancio di prodotti innovativi: Steve Jobs presentò il nuovo i-pad nel 2010 al prezzo di mille dollari, per poi concludere che sarebbe stato accessibile a “soli” 499 dollari.
Il dubbio se tali pratiche di marketing siano adatte anche alla gestione della più grande economia del mondo è lecito e Moody’s sembra rispondere indirettamente abbassando il merito di credito del debito federale, la “grande e bella legge” in esame al Congresso molto probabilmente aggraverà i conti pubblici.
Una “incertezza strategica” nella quale le aziende non sono in condizione di elaborare credibili piani di sviluppo per il prossimo futuro, se i dazi all’importazione possono cambiare nell’ordine delle decine di punti percentuali è davvero impossibile pianificare acquisti, costi e margini in società che dipendono fortemente dalle catene di approvvigionamento globali.
L’incertezza delle aziende è l’incertezza degli investitori, anche quelli più prudenti orientati alla preferenza per le obbligazioni (vedi L’Alpha e il Beta di lunedì scorso “Zeitgeist, lo spirito del tempo”).
È qui che entrano in gioco, tra i molti altri possibili strumenti di diversificazione, le obbligazioni catastrofali, obbligazioni emesse da compagnie assicurative o riassicurative che vogliono condividere nei mercati finanziari il rischio della copertura di eventi catastrofici come uragani, terremoti o inondazioni. Il sottoscrittore dell’obbligazione catastrofale riceve un tasso d’interesse che generalmente è molto sopra la media dei rendimenti di mercato tradizionale a sostanziale parità di rischio.
Le prime obbligazioni catastrofali, o “Cat Bond”, vennero create nei primi Anni Novanta.
Nel 1992 la Florida venne devastata dall’uragano Andrew, quasi ventiseimila abitazioni furono distrutte, oltre centomila danneggiate, vennero danneggiate o distrutte cinquantanove strutture sanitarie, trentuno scuole, ottantaduemila aziende. L’uragano Andrew costò alle società di assicurazione oltre ventisette miliardi di dollari del 1992, circa sessantatre miliardi ai valori di oggi, un costo che molte compagnie non riuscirono a sostenere e furono costrette al fallimento.
Quel disastro costituì uno spartiacque, ci si rese conto che i rischi di eventi climatici estremi non potevano più essere gestiti dal solo settore assicurativo. Prese così forma una idea innovativa, trasferire parte di quel rischio ai mercati finanziari. Gli investitori si assumevano un rischio diverso da quelli a loro familiari in cambio di rendimenti elevati.
In questi trent’anni il cambiamento climatico ci sta abituando agli eventi estremi, ma anche nei mercati finanziari tradizionali gli eventi estremi non mancano, parlare di Cat Bond significa parlare di uno strumento con una fonte di rischio diversa, ideale per chi cerca rendimento, decorrelazione dai mercati e un approccio più ampio alla gestione del rischio.
Se durante la durata del bond non si verifica l’evento o gli eventi climatici definiti nell’emissione (ad esempio un terremoto oltre una certa magnitudo o un uragano che colpisce una specifica area), l’investitore riceve interessi elevati e la restituzione del capitale alla scadenza. Se invece l’evento si verifica davvero, il capitale (in parte o del tutto) viene usato per pagare i sinistri.
In questa fase di mercato sta crescendo l’interesse per i Cat Bond soprattutto da parte di investitori istituzionali o investitori sofisticati: lo dicevamo la settimana scorsa, se lo spirito del tempo è quello dell’incertezza, questo tipo di strumento offre rendimento e decorrelazione.
Sono almeno tre le ragioni che suscitano l’interesse degli investitori istituzionali verso i cat bond:
- Rendimento: offrono tassi d’interesse spesso superiori al 7–8%, anche a doppia cifra per i rischi più alti;
- Decorrelazione: sono obbligazioni legate a eventi fisici, non a dinamiche di mercato; per questo sono efficienti in un portafoglio diversificato, non seguono l’andamento dei tassi o del ciclo economico;
- Rischio “puro” e concentrato: l’incertezza sui tassi genera volatilità nei mercati obbligazionari, i Cat Bond offrono premi al rischio superiori con un rischio non sistemico ma concentrato e assicurabile, l’evento naturale. In una fase di normalizzazione monetaria, sono una fonte di yield competitivo.
Si stanno verificando in contemporanea fenomeni diversi che sostengono il mercato delle obbligazioni “cat”: crescono l’urbanizzazione e la popolazione nelle aree soggette a catastrofi naturali, aumenta il valore degli immobili, crescono dunque i valori assicurati che a loro volta fanno crescere la domanda di trasferimento del rischio da parte delle società di assicurazione e riassicurazione.
Crescono così anche i volumi delle nuove emissioni, un fenomeno che conferma il ruolo sempre più importante dei Cat Bond nei mercati del trasferimento del rischio.
In GAM Investment prevediamo che anche nel 2025 si presentino nel mercato molte nuove emissioni proprio perché il settore assicurativo continua a fare i conti con i fenomeni naturali estremi e con la regolamentazione sempre più stringente che richiede maggior capitale a riserva. Un modello di domanda/offerta che fa ragionevolmente pensare che gli spread rimangano elevati rispetto agli standard storici.
Tutte le rose hanno le spine e in questo caso la spina è il verificarsi del disastro naturale: non ci sono pasti gratis, il sottoscrittore dell’obbligazione catastrofale sa che il rendimento elevato compensa dalla possibilità che il verificarsi di un dato evento climatico estremo comporti perdite significative del capitale. Non è uno strumento adatto a chi cerca stabilità assoluta perché la stabilità nel tempo dei rendimenti può essere bruscamente interrotta dal disastro naturale. Ma per investitori istituzionali, family office o investitori sofisticati che abbiano un orizzonte temporale medio-lungo e adeguata tolleranza al rischio, si tratta di un’efficiente forma di diversificazione.
I cat bond, che nascono all’indomani di un uragano devastante, raccontano una storia di innovazione e adattamento. In un’epoca in cui i rischi sembrano moltiplicarsi, non è paradossale che proprio il rischio estremo, se compreso e isolato, possa diventare un elemento di stabilità di medio lungo termine nei portafogli più evoluti.
Fonte: InvestmentWorld.it
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