GAM: Torna nei cinema il sequel del film Top Gun, non ci sono più l’America di Reagan e l’Unione Sovietica, in questi trent’anni sono successe un po’ di cose anche nell’economia e nei mercati.
A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM (Italia) SGR
Il ritorno di Maverick e del pubblico nelle sale dei cinema coincide con l’esaurimento dell’”effetto pandemia”, l’anabolizzante che ha sostenuto il settore tecnologico e gli indici azionari negli ultimi due anni
Il capitano Pete Mitchell, nome di battaglia “Maverick”, è tornato. Lungamente atteso, è atterrato nelle sale dei cinema “Top Gun: Maverick”, sequel del film cult che, nel 1986, fu epitome degli anni Ottanta dell’”edonismo reaganiano”, della felicità privata, dei tagli delle tasse di Arthur Laffer.
Il sorriso sfrontato di Tom Cruise interpretava plasticamente il desiderio di superare definitivamente il faticoso decennio precedente: furono gli anni dell’affermazione personale, l’Io prendeva il posto del Noi, le fotocopie mandavano in cantina i ciclostili, i libri di formazione erano “Il nome della rosa” di Umberto Eco, “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera, “Il pensiero debole” di Gianni Vattimo.
Nel sequel del 2022 ritroviamo naturalmente personaggi e icone del primo film, ci sono Tom Cruise “Maverick” e Val Kilmer “Iceman”, non c’è Anthony Edwards “Goose” ma c’è il suo talentuoso figlio Miles Teller, ci sono la moto, il giubbetto e la partita di volley. Non ci sono invece situazioni che non hanno retto la prova del tempo, il corteggiamento di Cruise a Ellis Mc Gillis nel pub e la scommessa con l’amico oggi sarebbero ritenute sconvenienti.
In ogni caso, il risultato finale di uno degli eventi cinematografici più attesi degli ultimi due anni sembra convincente, i critici che stroncarono il lavoro di Tony Scott (la pellicola cult fu però premiatissima al botteghino) riconoscono che il regista Joseph Kosinski e gli sceneggiatori hanno mantenuto un buon equilibrio tra la storia passata e quella contemporanea. Soprattutto, sembra aver avuto successo la vera “mission impossible” affidata allo charme di Tom Cruise, riportare gli spettatori nelle sale dei cinema dopo il doppio colpo della pandemia e dell’affermazione dell’home entertainment.
In questi trent’anni non tutti siamo andati a letto presto, sono successe un po’ di cose anche nell’economia e nei mercati. La crescita strepitosa è un ricordo e gli attuali livelli dei debiti pubblici sconsigliano le soluzioni supply-side che andavano di moda all’epoca del primo Top Gun. Il sequel esce in un tempo in cui hanno preso forma e si stanno ampliando almeno quattro grandi movimenti trasformativi:
il continuo irrobustimento della classe media nella regione indo-pacifica e la formazione di nuovi equilibri geopolitici globali;
una parte sempre più rilevante di consumatori usa abitualmente i canali online per gli acquisti più diversi, dalla spesa settimanale agli arredi per il giardino;
aumentano contestualmente i pagamenti elettronici e si affermano canali extra-bancari;
cresce la sensibilità di aziende e consumatori verso la sostenibilità ambientale: la decarbonizzazione e i criteri ESG sono il nuovo paradigma.
Di questi quattro macro-trend, due hanno in comune la matrice della crescita “disruptive” nella civiltà digitale. In un recente articolo, due giovani economisti della World Bank osservano che a livello globale l’uso delle tecnologie per i pagamenti online nel 2020 è aumentato del 34%, il commercio elettronico e la pubblicità digitale sono cresciuti del 19% e 17% rispettivamente.
Il passaggio del tempo è il vero nemico di Maverick ha scritto un critico. Non solo per lui, c’è un’intera generazione di gestori, analisti, trader che nel 1986 non erano nati o erano bambini e se qualcuno di loro ha visto Top Gun, nessuno ha mai visto l’inflazione, il loro romanzo di formazione è stato quello della grande discesa dei tassi, del lungo ciclo rialzista delle borse, della “Greenspan put” rinnovata dai successori, la Fed sempre pronta al salvataggio nei momenti più complicati.
Nel frattempo, nel settore tecnologico si è esaurito l’”effetto pandemia”, i lockdown e le limitazioni alla mobilità sono stati condizioni singolari che negli ultimi due anni hanno eccezionalmente sostenuto i titoli tecnologici e gli indici azionari. L’evento pandemico ha fatto da catalizzatore e acceleratore dei cambiamenti, dei quali il più visibile e pervasivo è stato la familiarità con la tecnologia, nell’organizzazione del lavoro e nell’intrattenimento domestico.
Il nuovo catalizzatore del cambio di regime è la percezione che l’inflazione non sarà transitoria e il ritardo dell’azione della Federal Reserve costituisce un fattore di incertezza. Per il meccanismo dello sconto degli utili futuri, i titoli “growth” sono vulnerabili all’aumento dei tassi e l’esaurimento dell’effetto pandemia non è stato indolore, da inizio anno l’indice Morningstar US Technology Sector è sceso di circa il 27%, l’indice Morningstar Communications Services è sceso di poco meno del 30%.
Nel breve termine il mercato è una macchina che vota, nel lungo termine una bilancia che pesa diceva Benjamin Graham; L’Alpha e il Beta ha sempre ricordato che, per quanto allarmanti siano le cronache finanziarie e i titoli dei giornali, l’investitore dovrebbe tenere gli occhi puntati sul lungo termine e, magari con l’aiuto di un esperto di fiducia, scansare la tentazione dell’“extrapolation bias”, “distorsione cognitiva che rischia di ancorare il futuro a un presente cristallizzato”, la tendenza ad amplificare e proiettare nel futuro i fatti più recenti e più freschi alla memoria (vedi L’Alpha e il Beta del 23.5.2022, “L’alba dentro l’imbrunire”).
Nella Lezione “I soldi in testa” del 2 giugno scorso, il professor Paolo Legrenzi ha ricordato gli effetti delle insidie cognitive sulle scelte degli investitori soprattutto quando non si confrontano con un esperto: “l’eccessiva paura per le perdite è un esempio noto” scrive Paolo Legrenzi “perché discende dall’asimmetria tra piacere/dolore e guadagni/perdite”.
In questa Lezione l’amico Paolo fa notare come entri in gioco un altro fattore, più insidioso perché meno riconosciuto e difficile da correggere, quello delle aspettative, “importanti nei periodi di grande cambiamento storico come quello attuale caratterizzato dalla fine delle politiche espansive e dal ritorno dell’inflazione”.
Ma, ecco l’insidia, in un campione di 6.500 famiglie, la maggioranza degli intervistati pensa che un aumento dei tassi comporti un aumento dell’inflazione, “l’economia ingenua funziona in modo opposto a quella degli economisti: solo il 30% delle persone interpellate concorda con quello che è scritto nei manuali” annota Legrenzi. Una condizione che pone un’ulteriore difficoltà alla gestione razionale degli investimenti! L’ampiezza del recente sell-off ha spinto il sentiment del mercato in area fortemente negativa, a questi livelli il rendimento teorico del settore tecnologico è uno dei più alti degli ultimi anni (l’accento va naturalmente messo sulla parola “teorico”).
L’esaurimento dell’effetto pandemia esalta l’utilità della gestione attiva: il favore al settore tecnologico resta ma, nelle scelte dei sotto-settori, meglio scendere di quota verso società con profili di crescita più equilibrati, preferibili a quelle dalle elevate prospettive di crescita e più penalizzate in questa fase. Ad esempio, un promettente sotto-settore è quello del cloud computing, un mercato dal valore di oltre 230 miliardi di dollari la cui crescita è sostenuta dagli investimenti delle società nelle loro infrastrutture IT.
I servizi cloud ottimizzano le dotazioni informatiche di tutti i settori, pubblici e privati, servizi e manifatturiero. Il segmento che investirà maggiormente nel cloud computing è quello del commercio al dettaglio: le catene di distribuzione adeguano i loro sistemi IT per organizzare le forme di lavoro collaborative, la gestione dei siti e gli acquisti online.
Immediatamente collegato al cloud e a sua volta impermeabile ai lockdown è il settore della sicurezza informatica, valutato attorno a 240 miliardi di dollari e stimato oltre i 345 miliardi nei prossimi quattro anni. La guerra si combatte nei fronti dell’Ucraina orientale ma in tutto il mondo è in corso una cyber warfare che si snoda lungo le reti e le infrastrutture digitali. Paesi e aziende si sono trovati impreparati o non adeguatamente protetti contro attacchi informatici sempre più frequenti e sofisticati, aumenta dunque la domanda di protezione dei sistemi informativi.
“L’importanza di gestire attivamente il rischio nei portafogli” scrive Mark Hawtin di GAM Investments “è evidente se si osserva il seguente grafico di Morgan Stanley che mostra la performance relativa del 15% delle azioni più care rispetto allo S&P 500, è stata ceduta tutta la sovra-performance dovuta all’effetto Covid”.
Si stanno affacciando timidi segnali di incoraggiamento: i valori dei sondaggi ISM condotti con i responsabili degli acquisti mostrano che nel settore servizi il dato è sceso a 55,9 in maggio rispetto a 57,1 di aprile, ancora nell’area sopra la soglia di 50 ma in raffreddamento.
In questa stessa direzione si trovano i recenti dati dell’occupazione e delle dinamiche salariali, in leggera diminuzione per il secondo mese consecutivo. Dopo mesi di passione, torna anche l’interesse verso la Cina. Il CSI 300, l’indice che misura la borsa cinese, è ancora al di sotto valori di gennaio ma ha recuperato il 9% dai minimi di aprile.
La percezione che sia stata superata la fase più acuta del Covid 19 corrobora le aspettative di un recupero delle azioni cinesi che, con un virtuoso effetto domino, potrebbe supportare il recupero dei mercati vicini. Le valutazioni dei mercati emergenti sono state messe sotto pressione e sono ora vicine ai valori del 2004 (che, per inciso, furono preludio di una notevole sovra-performance rispetto ai mercati avanzati tra il 2004 e il 2008).
“Le performance sono come il tesoro dei folletti” scriveva il mercante Joseph de la Vega nel 1688, vanno e vengono, il settore della tecnologia, la Cina, i mercati emergenti hanno potenzialità che superano i venti contrari di breve termine, il discrimine su risultati finali positivi, come sempre, non lo tracciano i mercati ma il temperamento. “Non è l’aereo, è il pilota”, dice Maverick nel nuovo film, sono i piloti a fare la differenza. Anche nel volo a vista in questa indecifrabile fase di mercato.
Fonte: AdvisorWorld.it
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