Benetti Carlo GAM

GAM: Una lezione di storia

GAM : “Può essere pericoloso essere nemici dell’America, ma essere amici dell’America è fatale”.

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A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM


Il Wall Street Journal un po’ di anni fa attribuiva questa frase a Henry Kissinger, forse pronunciata in una conversazione privata, probabilmente apocrifa. È vera invece la frase “l’America non ha nemici o amici permanenti, solo permanenti interessi”. È un convincimento coerente con il cinico realismo che ha guidato l’azione del diplomatico americano, in fin dei conti comune a tutti i paesi che, a loro volta, perseguono i propri interessi.

Il motto di questa Amministrazione è “America first”, la priorità dell’interesse americano è la bussola che ne orienta l’azione di governo, pazienza se tutti gli altri sono “second”. Ma quanto sta accadendo negli Stati Uniti non è solo il perseguimento di interessi, la vera novità è il completo ribaltamento della prospettiva storica e politica.

Gli americani più vecchi, quelli che hanno sempre pensato che il comunismo e la Russia fossero “avversari naturali” degli Stati Uniti, fanno fatica ad adeguarsi al nuovo corso della politica americana. È tale il rovesciamento di valori che il partito Repubblicano invita i propri deputati e senatori a stare alla larga dai “town hall”, le assemblee cittadine in cui il deputato incontra i suoi elettori in pubblici dibattiti. Anche tra le fila repubblicane crescono l’incomprensione e il malumore, gli ultimi town hall sono stati movimentati, gli elettori cominciano a chiedere conto dei licenziamenti, del costo delle uova, temono le conseguenze delle tariffe sui costi della loro spesa.

Nel suo “La democrazia in America” Alexis de Tocqueville esalta le istanze liberali come la libertà degli individui, la proprietà privata, la libertà della stampa ma si concentra soprattutto sul valore della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica americana.

Lo studioso francese era ammirato di come in molti prendessero parte al dibattito politico: “tutte le classi dimostrano una grande fiducia nella legislazione che regge il paese, e provano per essa una specie di amore paterno”.

Nella democrazia americana, il rapporto tra la legge e i cittadini è mediato dalla partecipazione politica che legittima l’ordinamento giuridico. È il solo modo per percepire la legge non come una imposizione che viene dall’alto ma come qualcosa che appartiene alla comunità e, così, la legge è rispettata più facilmente.

La sospensione dei town hall non solo rivela che i “Free Speecher” in realtà temono il “free speech”, mostra anche una inedita rottura con la storia; la libertà di parola e di stampa sono ingredienti indispensabili alla partecipazione democratica, soprattutto in un paese in cui storicamente c’è uno stretto rapporto tra rispetto della legge e partecipazione alla vita pubblica.

Non è l’unica contraddizione di queste prime cinque settimane della seconda presidenza Trump, punteggiate da un ininterrotto carosello di sorprese.

È stato sorprendente il modo in cui è terminata la visita alla Casa Bianca del presidente ucraino, altrettanto sorprendente è stata, pochi giorni prima, la dichiarazione sull’Unione Europea nata “per fregare gli Stati Uniti”. Al netto del linguaggio poco istituzionale, l’affermazione è grossolanamente falsa. Magari l’Unione Europea fosse nata “per fregare gli Stati Uniti”!

Sarebbe stato perlomeno un progetto, un disegno coerente frutto di una coesione politica che nella realtà non è mai esistita.

Il processo di unione europea nasce sulla diffidenza reciproca e con la spinta decisiva degli Stati Uniti.

Le idee visionarie dei giovani di Ventotene Spinelli e Rossi, la prospettiva federalista di Monnet non sarebbero state sufficienti, da sole, a vincere la resistenza dei governi di paesi storicamente nemici. Inoltre, era interesse degli Stati Uniti avere in Europa forme di unione o di cooperazione tra i vari paesi, “il Piano Marshall fu uno strumento per guidare l’integrazione europea”, scrive lo storico Adam Tooze, la crescita dell’Europa occidentale era funzionale all’economia americana cui erano necessari mercati di sbocco nella gestione del passaggio da economia di guerra a economia di pace.

Per secoli la storia europea è stata attraversata da una continua tensione tra il centro, abitato dalle popolazioni germaniche, e la periferia. Questa tensione storica l’aveva descritta Helmut Schmidt nel 2012: “ogni volta che i sovrani, gli Stati o i popoli al centro erano deboli, i vicini avanzavano dalla periferia verso iI centro svigorito. Quando però le dinastie o gli Stati dell’Europa centrale erano più potenti o quando credevano di esserlo, sono stati loro ad attaccare la periferia”.

Adenauer, Schuman, De Gasperi, Monnet, conoscevano la storia d’Europa, erano consapevoli delle antiche tensioni tra il centro di lingua tedesca e la periferia degli altri stati, avevano compreso che solo l’unione avrebbe limitato il potere della Germania, così grande al cuore di un continente così piccolo.

“Quanto più nel corso degli anni la Repubblica federale tedesca andava incrementando il proprio peso economico, militare e politico, tanto più l’idea di un’integrazione europea si profilava ai leader europei come una garanzia contro una presumibile inclinazione e debolezza dei tedeschi nei confronti del potere. La resistenza che Margaret Thatcher, Mitterand o Andreotti opposero a una riunificazione nasceva dalla preoccupazione nei confronti di una Germania troppo potente” continuava Schmidt nel bellissimo articolo pubblicato sul Il Sole 24 Ore.

Il 9 maggio 1950 il ministro degli Esteri francese Robert Schuman formulò la proposta di mettere sotto un’autorità sovranazionale il carbone e l’acciaio francese e tedesco, la guerra era terminata da appena cinque anni, l’obiettivo di mettere in comune tra paesi nemici settori strategici era audace e visionario.

L’anno successivo, il 18 aprile, venne firmato il trattato costitutivo della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, entità di natura sovranazionale alla quale si unirono l’Italia, il Belgio, l’Olanda e il Lussemburgo. Il Trattato di Parigi statuì la prima forma di Unione Europea.

Ma la dichiarazione del 9 maggio era stata esito dell’insistenza del Segretario di Stato Dean Acheson che premeva perché Germania e Francia ponessero le basi per forme di cooperazione economica.

Furono gli americani a persuadere i francesi a correggere la visione originaria, ancora antitedesca, delle prime bozze del Piano Monnet che preludeva all’accordo sul carbone e sull’acciaio. Nell’Europa orientale c’erano i carri dell’Armata Rossa, la questione di Trieste era ancora aperta (si sarebbe risolta nel 1954 e definitivamente solo nel 1975), stava prendendo forma un vero e proprio blocco sovietico e si temevano i successi elettorali dei partiti comunisti nei paesi dell’Europa occidentale.

Era eminente interesse degli Stati Uniti il rafforzamento del blocco occidentale principalmente in funzione antisovietica. Ancor più rispetto al 1919, l’America emergeva come potenza egemone che aveva bisogno di consolidare le proprie aree di influenza stabilite a Yalta. Il Piano Schuman e la nascita delle prime forme di unione tra i paesi europei favorirono l’istituzionalizzazione dell’ordine internazionale liberal-democratica a guida americana.

Poi, certo, Schuman, Adenauer De Gasperi, Monnet Spinelli e tutti gli architetti dell’Unione Europea erano tutt’altro che proni alla volontà egemonica degli Stati Uniti, perseguivano a loro volta l’interesse dei loro paesi che coincideva con la cessione graduale di sovranità nazionale alla sovranità europea, l’obiettivo era mettere in sicurezza la pace in un continente martoriato da secoli di guerre.

Gli interessi americani e quelli europei hanno cominciato a divergere con l’introduzione della moneta unica, non a caso coincidente con il crollo dell’Unione Sovietica.

La fine della Guerra Fredda spostò gli interessi degli Stati Uniti dall’Atlantico al Pacifico, la dimensione globale superava il carattere transatlantico, l’introduzione dell’euro venne percepita come possibile insidia all’egemonia del dollaro, soprattutto se l’euro avesse avuto alle spalle il sostegno di una forte coesione politica.

Il fossato atlantico si è poi allargato con la presidenza di George W. Bush e la guerra in Iraq. La frase spesso ripetuta a Bruxelles “ciò che ci unisce è più di ciò che ci divide” è diventata nel tempo un logoro cliché, oggi non è più neppure quello, gli Stati Uniti (perlomeno gli Stati Uniti di Trump e di Vance) non sono più il riferimento forte dell’alleanza NATO, non sono più leader del mondo libero, le relazioni transatlantiche non sono mai state così deteriorate.

L’ordine internazionale che conoscevamo non esiste più.

Le cinque settimane che hanno cambiato il mondo stanno cambiando anche lo scenario dell’economia.

Come Fantozzi con il panettiere, anche i più entusiasti sostenitori di Trump cominciano ad avvertire qualche dubbio, la prospettiva di perdurante incertezza è un freno agli investimenti a lungo termine, le aziende potrebbero assumere un atteggiamento di attesa prima di mettere mano al portafoglio per investimenti e per le spese in generale.

Dalle elezioni di novembre la “Trumponomics 2.0” è stata vento nelle vele dei listini, ora sta diventando kryptonite, la narrazione delle mirabili sorti e progressive per l’economia americana viene sostituita da una narrazione più realistica che ammette come le misure economiche promesse possano essere dannose. I dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio rendono più costose le produzioni e ne risentiranno i ricavi e i margini, le misure ritorsive faranno salire i costi dell’accesso ai mercati esteri e delle catene delle forniture, il rimpatrio degli immigrati irregolari causerà scompensi nel mercato del lavoro, le iniziative “DOGE” sui tagli alla spesa minacciano la sicurezza finanziaria di migliaia di persone.

Le vendite al dettaglio hanno registrato il calo maggiore in quasi due anni e si appanna la fiducia dei consumatori, l’ultima lettura del Conference Board mostra il calo maggiore dall’agosto 2021, ma in quel periodo gli Stati Uniti erano alle prese con la variante Delta del coronavirus.

L’esaurimento dell’eccezionalismo americano comporterebbe il rallentamento della crescita globale, l’Eurozona che il Regno Unito sono alle prese con i rischi di recessione, la Cina osserva da lontano ma fa ancora i conti con le difficoltà economiche interne.

Cambia qualcosa anche nei mercati finanziari che fino ad oggi sono stati accondiscendenti con le intemperanze del presidente. Nei primi trenta giorni dall’insediamento, gli indici hanno continuato a macinare record superando in scioltezza minacce, dichiarazioni, giravolte. Ora sta cambiando qualcosa e il “presidente più favorevole al mercato azionario di sempre”, come lo definì Jeremy Siegel, sembra meno favorevole, il rally si è esaurito, il mese di febbraio è stato negativo, il Dow è sceso dell’1,6%, lo S&P 500 ha ceduto l’1,4%, il Nasdaq il 4%.

Benché Trump abbia smesso di parlare dei successi di Wall Street, forse la performance dei prezzi di borsa resta l’unica rete di sicurezza agli eccessi presidenziali, nessun presidente come Donald Trump ha legato le variazioni dei prezzi di borsa alla propria azione di governo. Il mercato si aspetta iniziative politiche favorevoli ma, se non dovessero manifestarsi, la fiducia “potrebbe continuare a erodersi’ scrive Katie Martin del Financial Times.

Sul piatto ci sono molte incognite e molti esiti, imprevedibili come le traiettorie delle palle del biliardo nella similitudine di Nassim Taleb con i mercati finanziari. In questi casi tornano utili le lezioni del professor Paolo Legrenzi, pubblicate tutte le settimane sul sito di GAM Italia, “l’invulnerabilità è un’illusione, la promessa dell’anti-vulnerabilità è credibile”. Ci si protegge dagli eventi negativi evitando gli esercizi previsivi e diversificando quanto più possibile i portafogli di investimento, “un portafoglio molto differenziato è anti-vulnerabile, capace cioè di resistere agli eventi inattesi che colpiscono un paese, o una parte del mondo”.

Torneremo a parlarne, buona settimana a tutte e a tutti.

Fonte: InvestmentWorld.it


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