Benetti Carlo GAM

GAM: Zeitgeist, lo spirito del tempo

GAM : L’unica certezza è stata la fumata bianca in Piazza San Pietro.

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A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM


Non c’erano dubbi che l’antico e segreto protocollo stabilito da papa Gregorio X avrebbe consegnato al mondo il nuovo Pontefice, “costruttore di ponti”, l’appellativo degli imperatori romani passato nel tempo ai vescovi della Chiesa cattolica e quindi al vescovo di Roma.

A fronte delle certezze vaticane, tutto il resto rimane sotto il segno dell’incertezza radicale.

Cominciamo dalla Federal Reserve che, per la terza riunione consecutiva, non ha toccato i tassi mantenendoli nella forchetta tra il 4,25% e il 4,5%. La ragione l’ha spiegata Powell senza giri di parole, “c’è molta incertezza sull’entità, la portata, la tempistica e la persistenza delle tariffe”.

Per i membri del FOMC, il Comitato che governa i tassi, “i rischi di un aumento della disoccupazione e dell’inflazione sono aumentati”, la moratoria di tre mesi sulle tariffe non elimina le preoccupazioni che i dazi possano favorire la ricomparsa dell’inflazione e l’indebolimento del mercato del lavoro. Nella conferenza stampa Powell ha ricordato che l’economia americana è in buone condizioni, ma a breve la Federal Reserve potrebbe essere sollecitata a fare i conti con l’occupazione e con la stabilità dei prezzi.

L’incertezza circonfonde anche l’accordo “non accordo” tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna che non ha rinsaldato la “special relationship” acclamata ai tempi della Brexit. Il futuro prossimo dell’economia britannica resta periclitante, parola del governatore Andrew Bailey che ha tagliato i tassi di un quarto di punto perché “la situazione tariffaria e commerciale ha aumentato l’incertezza … c’è più incertezza adesso che in passato”.

Lo spirito del tempo, per dirla con Hegel, è quello dell’incertezza.

Ai tempi del filosofo di Stoccarda lo spirito del tempo era quello “dell’inquietudine e dell’instabilità”, nella filosofia hegeliana la storia è tutt’altro che il susseguirsi di eventi casuali, la “talpa della storia” opera in modo sotterraneo, scava gallerie, trasforma il mondo in modi imprevedibili, un processo continuo in cui si sviluppano la libertà e la ragione. Chissà cosa direbbe il vecchio Hegel allo spettacolo di un divenire della storia la cui talpa sembra preda delle convulsioni, il futuro prossimo in balia di forze che sfuggono al controllo degli uomini.

L’ottantesimo anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale coincide con la trama lacerata della politica internazionale, non si ha nessuna idea di quali potranno essere gli equilibri globali che rimpiazzeranno la leadership degli Stati Uniti: sarà una pacifica multipolarità oppure torneremo alle sfere di influenza, che significherà la fine degli organismi sovranazionali e il ritorno ai rapporti tra stati come nel XIX secolo?

Per Timothy Garton Ash “la risposta di gran lunga più plausibile è un periodo prolungato e pericoloso di disordine globale”.

Il nostro Zeitgeist è dunque quello del disordine, l’incertezza radicale si afferma come dimensione ontologica: nella fragilità delle relazioni nella sfera personale e sociale, nei sentimenti di diffidenza che prevaricano quelli di fiducia, nelle difficoltà a trovare possibili soluzioni o vie di uscita dalle crisi.

La confusione si estende, naturalmente, ai mercati finanziari e agli investitori.

L’annuncio delle tariffe ha cancellato l’entusiasmo che aveva accompagnato l’insediamento di Trump, i successivi aggiustamenti, in ultimo l’attenuazione delle tariffe con la Cina, hanno riportato gli indici della borsa americana ai livelli precedenti il 2 aprile benché siano ancora sotto i massimi di febbraio.

Il mercato torna a prezzare la “Trump put”, dopotutto il presidente è tornato sui propri passi dopo la pesante reazione negativa del mercato e per lo stesso motivo ha ammorbidito le intenzioni sul possibile licenziamento di Powell (pur non cambiando l’ostilità nei suoi riguardi).

Ma siamo ancora nel reame dell’incertezza, quello delle aspettative e delle speranze, il ventaglio dei possibili esiti resta molto ampio: un accordo di massima, e neppure così stellare, è stato raggiunto con la Gran Bretagna ma sono ancora decine i paesi con cui stipulare accordi e compromessi.

Nel frattempo, avverte il CEO di Walmart, gli scaffali dei supermercati potrebbero svuotarsi, potrebbero verificarsi “carenze massicce di prodotti e impennate dei prezzi” mentre peggiorano gli indicatori che registrano la fiducia dei consumatori, anche loro alle prese con lo spirito del tempo.

Dopo l’inconsueto strappo dell’import nel primo trimestre, la domanda nei prossimi mesi potrà essere più debole, l’equilibrio degli indici azionari resta precario e gli investitori si trovano al bivio di Ercole, credere nella Trump put e scommettere che tutto si risolverà per il meglio, oppure prepararsi al peggio.

In marzo si è verificato un severo taglio dell’esposizione agli asset americani, la vendita di azioni e obbligazioni americane cambia radicalmente le tradizionali allocazioni dei portafogli, il dollaro si indebolisce e l’euro specularmente si rafforza.

La riallocazione degli asset americani conferma la regola aurea della diversificazione ma non si sottovaluti la flessibilità dell’economia americana. Gli utili del primo trimestre delle società quotate nello S&P 500 sono stati per quasi l’80% superiori alle attese, leggermente sopra la media dei cinque anni. Anche le società del settore tecnologico hanno riportato risultati aggregati in crescita, sia degli utili che dei ricavi, in testa le Magnifiche Sette che da sole costituiscono quasi la metà della crescita degli utili del settore.

Se la bottom line dei dazi sembra collocarsi sul valore del 10%, la bottom line dell’investitore è che il suo obiettivo non è l’azzeramento dell’incertezza, operazione impossibile, ma contenerla e governarla attraverso diversificazione, monitoraggio continuo e pianificazione. L’investitore deve accettare il ruolo della probabilità, concentrare le energie non sulle previsioni ma sulla gestione delle fonti di rischio.

Il passato insegna che stare fuori dal mercato anche pochi giorni può essere costoso, il ritorno alla media è una forza potente che governa i mercati finanziari, ne ha scritto a lungo l’amico Paolo Legrenzi nelle più recenti Lezioni de “I soldi in testa”.

In nessun caso gli andamenti erratici del breve termine possono costituire un riferimento per gli investitori: le elaborazioni statistiche condotte su lunghe serie temporali degli indici mettono in evidenza la regressione verso la media, l’efficienza nel tempo dell’investimento azionario. L’azzeramento del rischio comporta la riduzione del rendimento potenziale, la rinuncia all’effetto composto della crescita a lungo termine.

Nella filosofia della storia di Hegel, “tutto ciò che è reale è razionale, tutto ciò che è razionale è reale”, il movimento della storia è dialettico (tesi, antitesi e sintesi), la realtà è fatta di contrasti, opposizioni e contraddizioni, la storia non è l’ambito del relativistico.

L’Alpha e il Beta si occupa di cose infinitamente più piccole, non prova neppure ad avvicinarsi alla filosofia della storia, si limita a ricordare come l’attività di gestione degli investimenti sia l’ambito del controintuitivo ma abbia a sua volta un fondo di razionalità: le decisioni ottimali, ad esempio non perdere la calma durante un crollo, derivano dalla comprensione profonda del ciclo economico e della psicologia collettiva. È razionalità storica, non istintiva.

L’investitore razionale si affranca dallo “spirito del tempo”, e agisce in modo apparentemente contrario, perché conosce le dinamiche profonde dei mercati. Se l’idea di libertà non è in nessun caso “fare ciò che si vuole” ma “volere ciò che è giusto”, la libertà dell’investitore non è nel seguire l’istinto (che lo porterebbe a vendere nel panico e acquistare nell’euforia) ma nell’agire con razionalità, secondo un piano consapevole e coerente.

Fonte: InvestmentWorld.it


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