Le elezioni regionali dello scorso 13 marzo hanno confermato l’ascesa dei populisti di destra AfD a terzo partito politico su scala nazionale. Il successo dell’AfD, se confermato nelle prossime elezioni regionali…
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(settembre 2016 e primavera 2017), complicherebbe gli scenari in vista delle elezioni politiche del 2017. Ma l’uscita di scena di Angela Merkel rimane poco probabile, data l’ancora elevata popolarità personale e l’assenza di un successore credibile. Inoltre, la cancelliera potrà contare su di un ciclo economico ancora solido.
Malgrado il permanere di un alto grado di incertezza sul contesto internazionale economico e politico, la Germania continuerà a crescere al di sopra del potenziale nel 2016-17, grazie al sostegno della domanda interna e, in particolare, di consumi e investimenti residenziali. La politica fiscale sarà accomodante, anche per consentire l’assorbimento del flusso di migranti, ma vi sarebbe spazio per fornire ulteriore stimolo in particolare alla spesa per investimenti.
La Cancelliera Merkel difficilmente cederà prima delle politiche del 2017, nonostante la spinta crescente verso posizioni populiste Dalle elezioni regionali dello scorso 13 marzo (Baden-Wüttemberg, Renania Palatinato e Sassonia Anhalt), in cui ha votato oltre il 20% della popolazione, è emerso un crescente disappunto verso la politica di apertura delle frontiere della Merkel. Nei tre stati che hanno rinnovato il Parlamento regionale (v. Fig. 1), il partito populista di destra AfD Alternative fur Deutscheland ha guadagnato ampi consensi posizionandosi come secondo partito in Sassonia Alta con il 24,2% dei voti e come terzo partito nel Baden-Württemberg (12,7%) e Renania Palatinato (12,6%). Fino a qualche mese fa i sondaggi davano come favoriti i partiti tradizionali SPD, CDU e Verdi. La leader del partito, Frauke Petry, ha giocato la campagna elettorale sulla protesta contro la politica di apertura delle frontiere del Cancelliere e la strategia ha pagato. Tuttavia, va sottolineato che l’80% dei votanti si è ancora espressa a favore della CDU, Verdi (che hanno vinto in Baden-Württemberg) e SPD (in Renania), partiti che hanno apertamente sostenuto la politica del governo Merkel.
È indubbio che la Cancelliera esca indebolita da questa tornata elettorale e si è accentuata la spaccatura con l’ala bavarese (il Land più popoloso) della CDU, dato l’aperto dissenso con il capo Horts Seehofer. La legge costituzionale tedesca all’art 681 contempla la sfiducia del Cancelliere e lo scioglimento anticipato del Bundestag. Nonostante il parlare di crisi di governo, difficilmente Merkel lascerà la guida del Paese, data l’elevata popolarità personale (ancora al 46%, sebbene in calo dal 75% di un anno fa, secondo un sondaggio di inizio febbraio ARDDeutschlandTREND/infratest dimap) e l’assenza di candidati interessati a gestire la transizione verso le elezioni politiche del 2017. Piuttosto la pragmatica Cancelliera chiederà più tempo per trovare una soluzione alla crisi dei rifugiati. Ma è evidente che il tono del dibattito deve cambiare, come ha apertamente dichiarato il responsabile della CSU. Oltretutto le difficoltà di concordare una strategia europea e le difficoltà di un accordo con la Turchia per la gestione dei flussi migratori rendono più fragile la posizione della Cancelliera.
La transizione verso le elezioni politiche previste per fine estate 2017 (la prima data utile sarebbe dopo il 20 agosto) si prospetta piuttosto complessa. I populisti di destra dell’AfD sono ormai presenti in 8 dei 16 parlamenti dei Land tedeschi e su scala nazionale sono, con il 13% dei consensi, sono ormai il terzo partito (v. Fig. 2).

Il prossimo test elettorale per l’esecutivo Merkel è a settembre di quest’anno, quando saranno chiamati a rieleggere i parlamenti regionali altri due Laender (Meclemburgo-Pomerania e Berlino, attualmente governati da SPD e CDU). L’ultimo assaggio di quello che potrebbe essere la scena politica tedesca dopo le politiche del 2017 si avrà nella primavera del 2017 quando andranno al voto il Nord-Reno, il Saarland e il Land di Schleswig-Holstein (attualmente la maggioranza è detenuta da SPD e CDU).
Se il successo dei populisti dell’AfD dovesse essere confermato nelle prossime elezioni regionali e a livello nazionale, a fine estate 2017 si complicherebbe decisamente la creazione delle alleanze di governo in Germania. Da una parte, è difficile immaginare una coalizione CDU–AfD. D’altro canto, la SPD sta pericolosamente perdendo consensi e forse questo è il dato più preoccupante che si evince dal voto di domenica scorsa. Il principale rischio che emerge da questa tornata elettorale e dall’ascesa dei populisti di destra è che anche il primo paese europeo possa trovarsi in una lunga impasse politica.
La Cancelliera dovrebbe poter contare sull’appoggio di un ciclo economico ancora solido.
Nonostante le crescenti tensioni politiche interne e l’incertezza sullo scenario internazionale, le prospettive di crescita per il Paese rimangono solide. Il rallentamento della domanda mondiale in particolare dalle economie emergenti, in primis la Cina, ha pesato sull’export tedesco nella seconda metà del 2015 e spiega la crescita più debole delle attese del manifatturiero e del PIL da metà dello scorso anno. Il 2015 si è chiuso con una crescita media dell’1,7% (1,5% al netto degli effetti di calendario), un decimo più che nel 2014. La fase di espansione del PIL tedesco marginalmente al di sopra del potenziale (1,3% nelle stime più recenti della Bundesbank[1]) dovrebbe proseguire nel biennio in corso, ma gli sviluppi recenti indicano che è poco probabile che la crescita acceleri rispetto all’1,7% dello scorso anno. Rispetto a tre mesi fa abbiamo tagliato di due decimi le stime per il 2016 per effetto dell’uscita più debole delle attese dal 2015. Per il 2017 ci aspettiamo una crescita del PIL dell’1,8% (1,6% al netto degli effetti di calendario) in parte per effetto di un recupero del ciclo internazionale e grazie al permanere di condizioni finanziarie ampiamente accomodanti a seguito del pacchetto di misure annunciato dalla BCE.
Le indagini congiunturali ZEW, IFO e PMI hanno perso velocemente quota rispetto a fine 2015. L’andamento dell’IFO tra novembre e febbraio (-3,3 punti a 105,7) è spiegato da un peggioramento della componente aspettative, mentre l’indice sulla situazione corrente è migliorato. È possibile, quindi, che le preoccupazioni sul ciclo globale, esacerbate dalle vendite massicce sui mercati finanziari nei primi due mesi di quest’anno, abbiano indotto le imprese a rivedere le attese di produzione. Tuttavia, il dettaglio per il manifatturiero dell’indagine IFO ha mostrato un netto peggioramento anche degli indicatori di domanda, in particolare dall’estero. Stesso quadro emerge dall’andamento del PMI. Nel commercio al dettaglio e servizi, settori tipicamente più legati all’andamento della domanda interna, fiducia e ordini sono calati ma rimangono al di sopra della media di lungo termine e suggeriscono, pertanto, che la fase di espansione continua anche se il picco potrebbe essere alle spalle.
Nel complesso, le indagini di fiducia, finora disponibili, sono coerenti con una crescita del PIL tedesco nel 1° trimestre al meglio sui ritmi di fine 2015: 0,3% t/t (v. Fig. 3). Tuttavia, i dati su ordini e produzione nell’industria di gennaio hanno tracciato un quadro ben più positivo, mostrando un forte rimbalzo dell’attività (v. Fig. 4), in particolare nel comparto dei beni capitali. È possibile che i dati di gennaio siano stati gonfiati da fattori di calendario eccezionali (solo 18 giorni lavorativi verso 21-22 negli anni precedenti) e che da febbraio si veda una normalizzazione in particolare nei beni strumentali, come del resto indica il dettaglio IFO per il comparto. I dati di gennaio lasciano la produzione in rotta per un aumento del 2,5% t/t nel primo trimestre e segnalano una crescita del PIL di 0,5% t/t, ma è presto per dire se questo ritmo di crescita, almeno nel manifatturiero, sia sostenibile.

Nella prima parte del 2016 l’incertezza sullo scenario internazionale, il calo della domanda dai paesi produttori di petrolio e l’effetto di freno del rallentamento cinese su alcuni settori industriali potrebbero ancora pesare sulla crescita dell’export e del manifatturiero. Le esportazioni della Germania verso i paesi produttori di petrolio pesano per il 5% del totale, quelle verso i BRIC per il 10,4%. Un calo dell’export verso queste aree potrebbe, quindi, compensare una tenuta delle esportazioni verso gli altri paesi avanzati (Stati Uniti, Regno Unito e Giappone pesano per circa il 17% dell’export tedesco) e il resto della zona euro. A gennaio le esportazioni tedesche calavano dello 0,5% m/m e le indicazioni dall’IFO e PMI globale erano di ulteriore frenata (v. Fig. 5).
Nel complesso, il commercio estero dovrebbe tornare a pesare sulla crescita del PIL nel 2016 (-0,5% dopo il +0,1% del 2015), dal momento che le importazioni sono attese crescere più delle esportazioni, dato l’elevato contenuto all’import delle esportazioni, di consumi e investimenti. Di riflesso, il surplus commerciale dovrebbe calare al 7,6% dall’8,0% del 2015. Nel 2017 ci aspettiamo un contributo circa nullo del commercio estero dal momento che la domanda mondiale è attesa riaccelerare al 4,8% dal 3,9% stimato per l’anno in corso.

Se le prospettive per l’export nel breve periodo non sono incoraggianti, le indagini di fiducia suggeriscono che la domanda interna dovrebbe continuare a fare da volano. Le vendite al dettaglio sono cresciute in media di 0,65% tra dicembre e gennaio. Le immatricolazioni di auto sono aumentate ancora a inizio 2016. Le prospettive per i consumi privati per la restante parte del 2016 rimangono ampiamente positive: stimiamo una crescita del 2,0% in media 2016 (dal +1,9% di quest’anno), un ritmo che non si vedeva da fine anni ’90, spiegato dal recupero di potere d’acquisto associato al calo del prezzo del petrolio, da condizioni finanziarie ampiamente espansive, dalla riduzione del carico fiscale e dalla tenuta del reddito da lavoro reale (2,3% nel 2016 dal + 2,7% nel 2015). Le retribuzioni complessive sono viste in crescita intorno al 2,6% nel 2016-17 sulla spinta di un wage drift positivo[2]. L’occupazione dovrebbe crescere poco al di sotto dell’1,0% almeno nei primi sei mesi del 2016, in rallentamento dal +1,3% di fine 2015 in linea con le indicazioni dalle indagini PMI (v. Fig. 6). Nei mesi finali del 2015 sono stati creati 223 mila nuovi posti di lavoro soggetti a contribuzione sociale, i cosiddetti goodj obs, 1,3% a/a sull’anno precedente, più di quanto indicavano le rilevazioni sulle intenzioni ad assumere di qualche mese fa. La creazione di posti di lavoro è concentrata nei servizi alle imprese ma anche nei servizi sanitari e sociali. Anche il settore pubblico ha visto un aumento dell’occupazione nei mesi finali del 2015, molto probabilmente per far fronte al forte afflusso di rifugiati. Il tasso di disoccupazione ha sfiorato nuovi minimi al 6,2% a gennaio, livello di pieno impiego. Ulteriori cali dipendono dalla dinamica della forza lavoro e da quanto rapidamente l’afflusso di popolazione immigrata si tradurrà in un aumento della partecipazione[3]. La crescita del reddito disponibile rallenterà all’1,0-1,3% nel 2017, quando il potere d’acquisto delle famiglie dovrebbe essere in parte eroso dalla risalita dell’inflazione all’1,6% dal +0,2% stimato per l’anno in corso (v.fig.7). Il risparmio delle famiglie potrebbe continuare ad aumentare fino al 10,5%.
Ulteriore supporto alla crescita dovrebbe venire dagli investimenti in costruzioni residenziali dato il forte aumento di ordini (v. Fig. 8), permessi e produzione e andamento della fiducia nel settore negli ultimi mesi. Ci aspettiamo una crescita del 3,0% in media 2016-2017. La dinamica tra fine 2015 e inizio 2016 potrebbe essere stata gonfiata dal clima eccezionalmente mite. Nei mesi finali del 2015, gli investimenti aziendali hanno recuperato, crescendo di 0,9%t/t da 0,3% t/t dei mesi estivi. L’elevato grado utilizzo degli impianti, condizioni finanziarie di ampio supporto nonché la posizione di bilancio più che solida delle imprese (bassa leva , debito in calo e profitti in forte crescita) fanno sperare un ciclo di spesa più vivace nel corso di quest’anno. Tuttavia, l’incertezza geopolitica rimane un rischio per le decisioni di ampliamento degli impianti (v. Figg. 9 e 10) e pertanto segnaliamo che le nostre previsioni di crescita intorno al 3,8% nel biennio in corso sono soggette a rischi verso il basso.

Nel complesso, quindi, il quadro per la domanda interna tedesca rimane più che solido e dovrebbe garantire una crescita al di sopra del potenziale sia quest’anno che il prossimo. I rischi per lo scenario sono circa bilanciati dal momento che una dinamica della domanda estera più debole rispetto alle nostre previsioni di graduale recupero e il perdurare dell’incertezza geopolitica dovrebbero essere compensati dallo stimolo di politica monetaria. Inoltre, il livello dei saldi di finanza pubblica consente, se necessario, di offrire ulteriore supporto alla dinamica della domanda interna. La politica fiscale e, in particolare, l’aumento di spesa per l’accoglienza di rifugiati dovrebbero contribuire per 0,2% all’anno tra il 2016 e il 2017. Il surplus di bilancio strutturale 0,5% nel 2015 verrà eroso per fine 2017. Il debito tuttavia è atteso ancora calare fino al 66% del PIL nel 2017 dal 71,9% del 2015, nonostante l’orientamento più espansivo della politica fiscale, dato il calo della spesa per interessi e la prospettiva di accelerazione della crescita nominale.

[1] A dicembre, la Bundesbank ha rivisto verso l’alto di un decimo la stima di crescita del PIL potenziale, per effetto del forte afflusso di rifugiati sulla dinamica della forza lavoro e indirettamente sulla crescita della produttività e formazione di capitale fisso. Il differenziale tra domanda e offerta aggregata, già positivo nel 2015, dovrebbe continuare ad ampliarsi. L’utilizzo della capacità produttiva dovrebbe aumentare ulteriormente rispetto alla media di lungo termine facendo da stimolo agli investimenti aziendali.
[2] Le retribuzioni complessive sono cresciute del 2,9% nel 2015 più dei salari negoziali al 2,4%, per effetto di un wage drift positivo legato all’introduzione del salario minimo a gennaio scorso. L’effetto sui salari dell’introduzione del salario minimo dovrebbe venir meno nel 2016, ma il wage drift dovrebbe rimanere ancora positivo dal momento che il mercato del lavoro è al pieno impiego e data la carenza di forza lavoro qualificata.
[3] La domanda di lavoro è soddisfatta ancora in larga misura da immigrazione dal resto dell’Unione Europea, mentre per il momento la Bundesbank stima che solo una percentuale irrilevante dei rifugiati arrivati lo scorso anno è riuscita ad accedere al mercato del lavoro.
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