Necessario un esito molto positivo del vertice per consentire all’euro di proseguire gli ulteriori rialzi della settimana. L’esito del FOMC ha provocato un indebolimento generalizzato del dollaro: rispetto a euro, sterlina e yen questa reazione è da considerarsi solo transitoria, invece …..
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rispetto ad altre monete (dollaro canadese in primis) dovrebbe essere più persistente. Eccessivo il rafforzamento esibito dalla sterlina sul biglietto verde, coerente invece quello contro euro. Lo yen inizia a dare segni di vita.
EUR – Questa settimana l’euro si è apprezzato ulteriormente rispetto a quella passata, sfondando quota 1,3000 EUR/USD. Il rialzo è avvenuto nonostante la questione greca sia rimasta irrisolta, forse anche perché il problema verrà di nuovo affrontato al Summit UE di lunedì 30 gennaio. A favorire l’euro è stato comunque anche l’esito del FOMC. Come già anticipavamo la settimana scorsa, l’effetto FOMC è però da considerarsi solo (molto) transitorio sulla moneta unica. Infatti, il calo del dollaro dopo l’annuncio della Fed è stato generalizzato. Inoltre, la politica monetaria che la Fed sta conducendo favorirà la crescita USA, aumentando così la divergenza di performance con quella dell’area euro sulla quale, anche in presenza di un ulteriore eventuale taglio dei tassi da parte della BCE, la crisi del debito continuerà a sortire effetti negativi. Con il rafforzamento di questi giorni il cambio ha sfondato, in senso proprio, la resistenza critica di 1,3026 EUR/USD. Dal punto di vista puramente tecnico tale sfondamento dovrebbe indurre un’immediata accelerazione rialzista a 1,34-1,35. In questo caso però riteniamo che l’eventuale ulteriore rialzo si fermi prima (resistenze a 1,3237-1,3260), a meno di un esito particolarmente positivo del Summit UE di lunedì.
GBP – Anche la sterlina si è apprezzata contro dollaro, e più dell’euro. Questo può essere interpretato come indizio di un discreto potenziale rialzista che la valuta britannica dovrebbe esprimere in corso d’anno nei confronti della moneta unica, sulla quale pesa come fattore di vulnerabilità abbastanza persistente la crisi del debito. Al contrario appare un po’ eccessivo il rafforzamento che la sterlina ha messo a segno sul dollaro. Le prospettive di crescita USA sono, infatti, nettamente migliori rispetto a quelle del Regno Unito. Inoltre i dati sull’economia britannica usciti nei giorni scorsi sono stati complessivamente peggiori del previsto: nel 4° trimestre il PIL ha subito una contrazione più ampia delle attese (-0,2% t/t) e l’indagine CBI sul settore retail (uno degli indicatori dei consumi privati) ha mostrato un crollo da +9 a -22 in gennaio. È vero che dai verbali BoE non è emerso un cambio di view in senso peggiorativo sull’economia domestica, ma i verbali risalgono al 12 gennaio, e la situazione è piuttosto mutevole. Più prudente è stato, infatti, l’approccio tenuto dal Governatore BoE in un discorso tenuto martedì. King ha dichiarato che, con l’arretramento dell’inflazione e la modesta crescita salariale, i tassi possono rimanere bassi e se necessario si può ricorrere a un ulteriore aumento dell’APF, anche in considerazione del permanere di condizioni restrittive sul credito. Le nostre attese restano per un incremento dell’APF alla prossima riunione BoE del 9 febbraio. Il dubbio è se l’aumento atteso si limiti a 25 miliardi di sterline o sia più ampio. I dati in uscita la prossima settimana (credito al consumi e indici PMI) forniranno indicazioni utili in tal senso. Eventuali delusioni avrebbero un effetto negativo sulla sterlina contro dollaro, in quanto aumenterebbero la probabilità di un intervento espansivo più ampio (ad esempio 50 miliardi). Manteniamo quindi attese di una correzione del cambio GBP/USD entro il breve termine (potenziale downside fino a 1,50 GBP/USD – ).
JPY – Lo yen sembra aver iniziato a dare segnali di vita. Si è visibilmente indebolito dopo l’incontro BoJ, grazie anche alla revisione in senso peggiorativo delle prospettive dell’economia da parte della Banca centrale, che ha in particolare sottolineato gli effetti negativi dell’eccessivo rafforzamento dello yen. I dati di bilancia commerciali hanno fornito un ulteriore spunto ribassista, spingendo il cambio USD/JPY sopra 78,00. La bilancia commerciale, tradizionalmentein surplus, sta, infatti, diventando strutturalmente in deficit, e questo è particolarmente pericoloso nel contesto attuale dove la situazione dei conti pubblici sta degenerando drasticamente. L’esito del FOMC ha però permesso allo yen di recuperare pienamente le perdite, e ora anche l’attesa per l’esito del Summit UE di lunedì sta giocando nella stessa direzione. Riteniamo che l’effetto FOMC, similmente all’euro, sia transitorio. Invece il ritorno della risk aversion collegata alla crisi dell’area euro è un fattore di rischio rialzista per lo yen più forte e persistente. Un esito favorevole del vertice UE dovrebbe essere in grado di ricondurre il cambio sopra 78,00 USD/JPY.
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