La prossima sarà anche la settimana delle banche centrali.
Se la BCE, dalla quale non si attende alcun taglio dei tassi, non riuscisse a rassicurare i mercati circa il proprio ruolo nella crisi dell’area euro, la moneta unica potrebbe tornare sotto 1,3000 EUR/USD. …..
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Dalla BoE ci si attende invece un altro aumento dell’APF: l’ammontare è incerto, ma la mossa dovrebbe comunque indebolire la sterlina. Si riunisce anche la Reserve Bank of Australia: le attese sono per un altro taglio dei tassi. Abbiamo, infatti, rivisto al ribasso il profilo per il dollaro australiano. Attesa sovra-performance in corso d’anno del dollaro canadese su quello australiano.
EUR – L’incertezza sulla crisi del debito nell’area euro tiene ancora banco sui mercati valutari. Il Summit del Consiglio Europeo non è riuscito a sciogliere i nodi cruciali e la questione greca è ancora irrisolta. Inizialmente si era detto che per quest’ultima una soluzione sarebbe arrivata nel giro di pochi giorni. A oggi però non s’è visto alcun progresso. Inizia semmai a serpeggiare qualche timore di possibili complicazioni, che potrebbero ad esempio obbligare a un rinvio della riunione Eurogruppo di lunedì. Se così fosse, l’euro – che questa settimana si è tenuto sotto il massimo di venerdì scorso a 1,3234 EUR/USD oscillando tra 1,30 e 1,31 – scivolerebbe di nuovo sotto 1,3000 EUR/USD. L’altro appuntamento della settimana è l’incontro della BCE. In assenza di taglio dei tassi, se la Banca centrale non dovesse riuscire a trasmettere un messaggio rassicurante circa il proprio ruolo nell’affrontare la crisi (in senso lato), l’euro sarebbe ulteriormente a rischio di caduta. All’opposto, eventuali segnali/iniziative che mostrassero un ruolo “attivo” della BCE favorirebbero l’euro.
GBP – Questa settimana la sterlina si è in parte sganciata dall’euro nei confronti del dollaro. Si è, infatti, complessivamente apprezzata, salendo da 1,56 GBP/USD a 1,58 (livello abbandonato a fine novembre). A interferire nella correlazione positiva manifestatasi precedentemente tra GBP/USD e EUR/USD sono stati fondamentalmente alcuni dati relativi all’economia britannica, ovvero i PMI manifatturiero e servizi di gennaio, che hanno sorpreso in positivo rispetto alle attese. Questo non faciliterà la Bank of England che, come la BCE, annuncerà la propria decisione di politica monetaria giovedì prossimo, 9 febbraio. Ci aspettiamo, in linea con il consenso, che la BoE aumenti a questo incontro l’APF per un ammontare di 50 miliardi di sterline, portando così la somma impegnata in operazioni di acquisto titoli da 275 a 325 miliardi. Sono però non pochi ad attendersi un incremento più ampio, ovvero di 75 miliardi. Poiché riteniamo che la sterlina sia sopravalutata sopra 1,55 GBP/USD e abbia esibito una reattività asimmetrica ai dati (scarsa/nulla reattività verso il basso su dati negativi, ampia reattività verso l’alto su dati positivi), un aumento di 50 miliardi per l’APF dovrebbe comunque far scendere la sterlina, riportandola almeno verso 1,55 GBP/USD. Se l’incremento fosse più elevato allora il deprezzamento atteso potrebbe essere più ampio (accelerazione verso 1,54-1,52 GBP/USD).
JPY – Lo yen si è rafforzato questa settimana, arrivando a sfiorare 76,00 USD/JPY. Questo è un livello critico perché siamo in “area intervento”: è, infatti, a 75,35 USD/JPY che il 31 ottobre le Autorità giapponesi sono intervenute per arrestare l’apprezzamento della valuta giapponese. In questi giorni sono cresciute a livello interno le preoccupazioni in merito ai rischi di un’eccessiva forza del cambio. Il fattore che sta contribuendo a mantenere le maggiori pressioni rialziste sullo yen è probabilmente l’incertezza collegata alla questione greca. Qualora su tale fronte la situazione dovesse peggiorare non è da escludersi che il cambio rompa verso il basso 76,00
USD/JPY. Questo non implica necessariamente un automatico intervento BoJ/MoF, perché dipende dalla forza (e durata) del movimento. Comunque le Autorità rimangono pronte a intervenire se necessario. Restiamo dell’idea che sviluppi positivi sul fronte della crisi nell’area euro riuscirebbero a fornire un contributo per l’avvio dell’attesa svolta ribassista dello yen.
AUD – La settimana prossima (martedì 7 febbraio) si riunisce anche la Reserve Bank of Australia. Le attese di consenso sono per un altro taglio dei tassi (da 4,25% a 4,00%). La RBA ha intrapreso il ciclo di allentamento a ottobre (taglio da 4,75% a 4,50%) ed ha tagliato anche al meeting successivo di dicembre (da 4,50% a 4,25%). La prospettiva di allentamento monetario a fronte di accresciuti rischi verso il basso sulla crescita data la forte esposizione dell’economia australiana al ciclo mondiale (non solo USA ma anche Cina) rappresenta una delle principali ragioni per le quali abbiamo rivisto al ribasso il profilo del dollaro australiano da 0,96-1,01-0,97 AUD/USD a 0,96-0,95-0,94 AUD/USD rispettivamente sugli orizzonti a 3m-6m-12m (si veda tabella). Le prospettive di indebolimento atteso dell’AUD in corso d’anno sono collegate anche all’ampio apprezzamento di cui ha goduto tra 2010 e 2011, che l’ha portato a nostro avviso in area di sopravalutazione. L’assenza di uno scenario di ulteriore trend rialzista delle materie prime quest’anno – in particolare per quelle che l’Australia esporta – è un altro elemento su cui basiamo le nostre aspettative di un indebolimento del dollaro australiano. Il principale rischio dello scenario centrale sull’AUD è che la correzione inizi più tardi – ovvero nella seconda parte dell’anno anziché già nella prima.
CAD – All’opposto abbiamo rivisto verso l’alto il profilo per il dollaro canadese da 1,03-1,00- 0,98-0,96 USD/CAD a 1,01-0,98-0,96-0,94 USD/CAD. La tendenza attesa rimane di apprezzamento. Contrariamente alla RBA, infatti, la Bank of Canada né ha intrapreso né intende intraprendere alcun ciclo di allentamento monetario, come ha lasciato intendere all’ultimo incontro di politica monetaria del 17 gennaio (si veda Weekly Economic Monitor del 20 gennaio scorso). È anche possibile che l’anno prossimo la BoC inizi ad alzare i tassi. Questo offre un vantaggio in termini di differenziali di tasso-rendimento rispetto agli Stati Uniti. In termini relativi questo vale anche rispetto all’Australia, perché i tassi australiani, pur essendo più elevati che in Canada (tasso ufficiale canadese a 1,00%), sono in calo. Un altro vantaggio che il CAD presenta rispetto all’AUD è il legame con il petrolio, che, tra le varie materie prime, è quella che presenta ancora maggiori pressioni rialziste almeno nella prima metà d’anno. Infine, per quanto riguarda il confronto diretto tra CAD e USD, dato la forte dipendenza dell’economia canadese dalla performance dell’economia USA, un eventuale QE3 negli Stati Uniti fornendo sostegno alla crescita statunitense fornisce indirettamente sostegno anche a quella canadese. Il principale rischio dello scenario centrale sul CAD è che il rafforzamento contro il dollaro USA sia inferiore alle attese. Il prossimo incontro della BoC si terrà giovedì 8 marzo.
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