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I mercati valutari

La BCE ha aperto le porte ad un rialzo dei tassi e l’euro è salito a 1,4000 EUR/USD. Questo però non significa che da tali livelli parta un trend ascendente protratto. Né viene meno la prospettiva di un’ampia correzione. Abbiamo anticipato da inizio 2012 a fine 2011 il rialzo dei tassi della Banca d’Inghilterra. Questo non implica che la sterlina intraprenda un trend rialzista dai livelli correnti che sono già molto elevati. Dati USA positivi dovrebbero far indietreggiare lo yen, ma e tensioni geopolitiche contengono lo spazio di cedimento……


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EUR – La BCE ha ufficialmente e formalmente aperto le porte ad un rialzo dei tassi, aumentando la divergenza rispetto alla Fed, e facendo apprezzare l’euro fino ad un soffio da 1,4000 EUR/USD (livello toccato poi sull’employment report). Le parole di Trichet inoltre sono state pronunciate a breve distanza da che la Fed ha precisato ulteriormente la propria posizione, che è diametralmente opposta a quella della BCE. Si pone così la questione se per i prossimi mesi il sentiero del cambio debba considerarsi in ulteriore salita. La possibilità di una breve incursione all’interno del range 1,40-1,45 nel breve non può essere esclusa, ma l’avvio di un trend crescente continuativo non ci sembra coerente con lo scenario macro di fondo dell’area euro.
Il deterioramento del quadro di inflazione non è sempre sufficiente a giustificare un rialzo dei tassi. In questo caso viene presentato come sufficiente perché la BCE giudica positivamente la performance della crescita economica dell’area euro e ha rivisto verso l’alto (ma molto leggermente) le proiezioni 2011-12. Non appena però la crescita dovesse iniziare a scricchiolare, ulteriori rialzi dei tassi non sarebbero più “garantiti”: Trichet è stato preciso in questo quando ha detto che parlare di “rialzo” non equivale a parlare di “avvio di un ciclo di rialzi”. E forse il peso che si era assegnato fino ad ora ai rischi verso il basso sulla crescita diventa adesso un po’ troppo piccolo, perché un aumento dei tassi va ad aggiungersi a politiche fiscali restrittive in un contesto dove si è tra l’altro aggiunta una nuova variabile, quella delle vicende geopolitiche nell’area nordafricana. Tale variabile può incidere negativamente sulla crescita attraverso tre canali: (a) il prezzo del petrolio, (b) l’inflazione, e (c) il commercio con l’estero. Nel momento in cui i dati dovessero dare qualche segnale di scricchiolamento della crescita dell’area euro, impedendo alla BCE di alzare ancora i tassi, al contrario negli Stati Uniti la ripresa potrebbe essersi nel frattempo consolidata (grazie all’estensione di una politica monetaria molto espansiva) e la Fed potrebbe iniziare a ragionare sul timing per invertire la rotta di policy. La divergenza attuale tra BCE e Fed potrebbe quindi assumere segno opposto in corso d’anno, e la prospettiva che questo possa avvenire dovrebbe giustificare aspettative di correzione almeno temporanea dell’euro verso l’1,30 abbandonato poco meno di due mesi fa.

GBP – Le acque restano molto agitate per la sterlina. I dati non forniscono indicazioni concordanti, la Banca centrale è molto spaccata al proprio interno, il contesto domestico e internazionale presentano sempre più fattori di incertezza. Così questa settimana la sterlina è andata in saliscendi sia contro dollaro, sia contro euro. Il PMI manifatturiero è stato infatti molto positivo, l’opposto si è avuto invece per quello dei servizi. Si è inoltre tenuta l’importante testimonianza dei membri della Bank of England alla Commissione del tesoro, dove Mervyn King ha potuto chiarire ulteriormente la posizione della BoE, ribadendo quanto già espresso nell’inflation report e nei verbali. Il Governatore ha dichiarato che:
(a) l’inflazione potrebbe rimanere sopra il limite massimo del target range per buona parte dell’anno,
(b) ma non dovrebbe essere di natura persistente;
(c) questa è una fase di volatilità più alta del normale;
(d) finora l’inflazione generata a livello domestico è prossima allo zero, e
(e) le dinamiche salariali sono estremamente contenute.
(f) La maggioranza dei membri si aspetta un ritorno a target sull’orizzonte considerato, l’incertezza riguarda solo la velocità e l’entità del calo atteso, anche perché
(g) le proiezioni di inflazione sono fatte tenendo piatto il profilo delle quotazioni petrolifere.
(h) l’analisi della situazione non suggerisce la necessità di ricorrere ad ulteriori acquisti di titoli da parte della Banca centrale (APF).
Secondo King, “alzare i tassi solo per fare il gesto (“gesture”) è controproducente”.
Considerando la revisione verso l’alto del profilo di inflazione da parte della Banca centrale, è probabile che il primo rialzo dei tassi avvenga quest’anno. In tale direzione porta anche l’incertezza legata agli sviluppi sul fronte geopolitico nell’area nordafricana (attraverso le implicazioni sul prezzo del petrolio). Non siamo però allineati al mercato, dove i tassi impliciti futures avrebbero un primo incremento di 25pb già nel trimestre in corso, e poi altri 25pb ad ogni trimestre successivo, per un totale cumulato di +100pb, ovvero un bank rate che passerebbe dallo 0,50% attuale all’1,50% per fine anno. In primo luogo, riteniamo che la BoE terrà i tassi fermi la prossima settimana, giovedì 10 marzo. Il grande fattore di incertezza a livello domestico è infatti la finanziaria, che avrà un impatto negativo sul la crescita, e il budget verrà annunciato mercoledì 23 marzo, quindi prima di tale data non si possono fare ipotesi valide sugli effetti della manovra. Inoltre, quand’anche la BoE iniziasse ad alzare i tassi prima del 4° trimestre, per lo stesso motivo i rialzi dovrebbero essere molto cauti.
Per quanto riguarda la reazione del cambio dopo l’annuncio BoE di giovedì prossimo, è possibile che tassi e APF invariati facciano scendere la sterlina verso 1,6000 GBP/USD. Il calo atteso potrebbe essere modesto perché di fronte a tassi fermi il mercato potrebbe pensare che si tratti solo di un rinvio a breve, con primo rialzo magari ad aprile. Per assistere ad una correzione più ampia, almeno a 1,55 GBP/USD, è necessario che (a) il budget sia molto restrittivo, e che (b) dai dati emerga omogeneamente un calo della fiducia, dell’attività economica e della dinamica salariale.

JPY – Lo yen ha perso una parte di quanto aveva guadagnato la scorsa settimana. Ma ancora una volta si tratta di variazioni modeste all’interno del range stretto 81-83 USD/JPY. La divisa nipponica infatti si sta muovendo in relazione a (1) sentiment globale, ultimamente negativo a causa delle tensioni geopolitiche nell’area nordafricana, e (2) dati USA. Questi ultimi sono attesi positivi la prossima settimana, e quindi lo yen potrebbe tentare di nuovo un avvicinamento a 84,00 USD/JPY. Non così facile però che riesca già a sfondarlo, perché le tensioni geopolitiche sembrano ancora offrirgli sostegno.

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