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Il mercato del lavoro in Italia: è un Paese per vecchi?

In Italia, la crisi occupazionale dell’ultimo decennio ha colpito soprattutto i più giovani, tuttavia, anche tra le fasce di età più anziane, si registrano diversi indicatori di disagio:…….


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il numero di disoccupati oltre i 55 anni resta ai massimi storici, e si tratta soprattutto di disoccupati di lunga durata. Inoltre, tra i più anziani è aumentata l’incidenza del part-time involontario, nonché (anche nel periodo più recente, in controtendenza rispetto alle altre coorti) il tasso di scoraggiamento. Peraltro, l’aumento dell’età pensionabile sembra spiegare quasi interamente la maggiore partecipazione al lavoro registrata in Italia negli ultimi anni (e la divergenza tra occupati giovani in calo e occupati anziani in crescita). Infine, i segnali di svolta dell’occupazione visti negli ultimi tre anni hanno riguardato soprattutto i più giovani (tra i quali però non accenna a calare significativamente il fenomeno dei giovani non occupati né inseriti in un percorso di formazione). In generale, nonostante i miglioramenti del periodo più recente, permangono criticità per tutte le classi di età.

La caratteristica più eclatante che emerge dall’evoluzione del mercato del lavoro italiano negli ultimi anni consiste nella divergenza nell’andamento dell’occupazione tra le diverse classi di età. Considerando i dati Istat sul mercato del lavoro al 1° trimestre 2017 e confrontandoli con quelli di 10 anni prima (ovvero prima delle due recessioni che hanno colpito l’economia nel 2008-09 e 2012-13), si riscontra che l’occupazione totale è rimasta all’incirca stabile (dunque il numero di occupati ha recuperato i livelli pre-crisi), ma gli sviluppi sono stati molto diversi a seconda delle varie coorti (Fig. 1): le classi di età più giovani hanno registrato un calo (-32% i 15-24enni, -27% i 22-34enni, -13% i 35-44enni), a fronte di un aumento per i lavoratori più anziani (+21% i 4554enni, +72% i 55-64enni, +63% gli ultrasessantacinquenni). Tale tendenza resta valida e risulta solo attenuata qualora la si valuti al netto della componente demografica ovvero al netto della variazione della popolazione per coorte (Fig. 2).

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Più confortante è la tendenza recente: il tasso di crescita degli occupati nella fascia di età più giovane (15-24), dopo aver toccato un punto di minimo nel 2013 (-13,6% a/a nel 1° trimestre), ha imboccato da allora un sentiero di ripresa, fino al +5,3% a/a registrato nel 1° trimestre del 2017. Al netto della componente demografica (Fig. 3 e 4), si tratta del tasso di crescita più elevato tra i gruppi in età lavorativa (+5,8% contro +3,8% dei 55-64enni; solo tra gli ultrasessantacinquenni si registrano variazioni percentuali più elevate). Sempre al netto della variazione della popolazione, la tendenza dell’ultimo anno risulta positiva per tutte le classi di età, compresi i 35-44enni per i quali si registra una variazione negativa al lordo della componente demografica (-2%).

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Peraltro, l’analisi dell’evoluzione del numero dei disoccupati (Fig. 5 e 6) evidenzia come la crisi abbia prodotto soprattutto il fenomeno dell’aumento dei disoccupati nelle classi di età più anziane, il cui numero è quasi quadruplicato a inizio 2017 rispetto a dieci anni prima. Da notare come la fascia dei lavoratori tra 55 e 64 anni sia quella per la quale il numero dei disoccupati non accenna ancora a calare, avendo toccato nel 1° trimestre del 2017 un massimo storico a 267.453.

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Chiaramente, sia l’incidenza dei disoccupati sulla popolazione che sulle forze di lavoro (ovvero quello che comunemente viene definito come il tasso di disoccupazione) mostrano che percentualmente la situazione più critica è per le fasce di lavoratori più giovani (Fig. 7 e 8). Da notare che il primato tra le classi di età per incidenza dei disoccupati sulla popolazione, che 10 anni fa spettava congiuntamente ai 15-24enni e ai 25-34enni, è oggi appannaggio esclusivo di questi ultimi. Sempre in Fig. 7 si nota anche come la fascia dei 55-64enni sia quella per la quale l’incidenza dei disoccupati sulla popolazione non mostra ancora segnali di svolta (avendo toccato un nuovo record al 3,4% nel 1° trimestre 2017).

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Le classi di età più anziane sembrano mostrare anche una maggiore persistenza della disoccupazione: mentre per i 15-24enni il numero dei disoccupati di lunga durata è tornato nel 2016 in linea con quello dei disoccupati da meno di un anno, viceversa la disoccupazione “strutturale” resta preponderante oltre i 35 anni (Fig. 9 e 10); nel 1° trimestre del 2017, tra gli ultratrentacinquenni il numero di disoccupati di lunga durata è quasi triplo rispetto a quello dei disoccupati da meno di un anno (983.183 contro 345.986): la situazione 10 anni fa nella stessa classe di età era esattamente all’opposto (316.687 disoccupati di lungo termine contro 868.352 da meno di 12 mesi).

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Per quanto riguarda la composizione per sesso, si nota che l’aumento dei disoccupati che si è avuto negli ultimi 10 anni è più marcato (sia in termini assoluti che in percentuale) per gli uomini in tutte le classi di età eccezion fatta per le più anziane (oltre i 55 anni), per le quali l’incremento percentuale è non dissimile tra i due sessi (Fig. 11 e 12). La spiegazione del fenomeno potrebbe risiedere nella composizione settoriale, che ha visto il comparto delle costruzioni (quello dove è preponderante la percentuale di occupati uomini) come quello che di gran lunga ha perso il maggior numero di posti di lavoro negli ultimi anni (-400 mila tra il 2008 e il 2016; al secondo posto, in questa poco invidiabile classifica, l’industria, mentre i servizi hanno viceversa visto crescere il numero di occupati); la particolarità della classe più anziana potrebbe essere un indizio del fatto che la creazione di occupazione in questa coorte non sia dovuta tanto alle dinamiche proprie del mercato del lavoro quanto agli effetti delle riforme pensionistiche degli ultimi anni.

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Gli altri indicatori sul mercato del lavoro mostrano innanzitutto un sottoutilizzo delle forze di lavoro più giovani, evidente dalla crescita registrata tra quelle classi di età della percentuale di sottoccupati ovvero di coloro che nella settimana di riferimento della rilevazione hanno svolto un orario lavorativo inferiore a quello abituale, oppure lavorano part time perché non hanno trovato un lavoro a tempo pieno e sarebbero disposti a lavorare più ore (Fig. 13).

Da notare però che il part time involontario ha colpito anche i più anziani, per i quali anzi la crescita in termini percentuali è stata più marcata (Fig. 14). Il tasso di part time involontario (sul tempo parziale totale) è cresciuto all’incirca in egual misura per tutte le fasce di età (ed è più che raddoppiato per gli ultracinquantacinquenni, a 50,5% nel 2016 dal 20,6% del 2006).

Inoltre, gli occupati giovani sono quelli che mostrano la maggiore crescita negli ultimi anni dei contratti precari (nonostante gli incentivi contributivi alle assunzioni a tempo indeterminato rimasti in vigore in forma piena nel 2015 e in misura ridotta nel 2016). In particolare (Fig. 15), la fascia di età tra i 25 e i 34 anni è quella che evidenzia la maggiore divergenza negli ultimi 10 anni tra il numero di lavoratori dipendenti a tempo determinato (in lieve crescita nel 2016 rispetto al 2006: +7%) e i dipendenti a tempo indeterminato (in deciso calo: -34%).

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Anche sul versante dell’inattività si riscontrano evoluzioni interessanti. Tra le classi più anziane, si è registrato un aumento non solo delle forze di lavoro (la crescita di 1 milione 800 mila unità delle forze di lavoro totali tra inizio 2007 e inizio 2017 è dovuta per 1 milione 900 mila unità ai 5564enni e per quasi 1 milione 700 mila unità ai 45-54enni, a fronte di un calo di quasi 1 milione 200 mila unità per i 25-34enni), che si è riflesso quasi interamente in maggiore occupazione, ma anche della fascia di inattività cosiddetta delle “forze di lavoro potenziali” (Fig. 16), ovvero di inattivi che non hanno cercato un lavoro nelle ultime quattro settimane ma sono subito disponibili a lavorare oppure cercano un lavoro ma non sono subito disponibili a lavorare (entro due settimane). Viceversa, tra i più giovani le forze di lavoro potenziali sono circa invariate rispetto a 10 anni fa (e risultano anzi in calo nel periodo più recente).

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Considerando il tasso di disoccupazione “allargato”, ovvero inclusivo delle forze di lavoro potenziali (Fig. 17), si nota che esso non è aumentato (sempre nell’ultimo decennio) per la fascia di età più anziana (55-74 anni), ed è salito solo moderatamente per i 25-34enni (di mezzo punto percentuale tra il 2006 e il 2016, a fronte di un aumento di oltre nove punti del tasso di disoccupazione propriamente detto). Si conferma invece un aumento sensibile per i più giovani (di 12,5 punti contro i 16,5 del tasso di disoccupazione; da notare in Fig. 17 come questa classe nel periodo più recente abbia superato quella immediatamente meno giovane in questo triste primato) e per i 35-54enni (+6,5 punti, a fronte di un aumento di 5,4 punti del tasso di disoccupazione). Sempre in Fig. 17 si nota come nell’ultimo anno la flessione del “tasso di disoccupazione allargato” sia stata molto più marcata per i più giovani che per le altre classi di età.

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Le differenze nelle tendenze sul mercato del lavoro derivanti dagli indicatori sull’occupazione o sul tasso di disoccupazione tra le diverse classi di età dipendono evidentemente dal tasso di partecipazione alle forze di lavoro. In effetti, anche relativamente al tasso di attività negli ultimi anni vi sono stati rilevanti trasformazioni, che hanno interessato in particolare alcuni gruppi di età. Limitando l’analisi agli inattivi tra i 15 e i 64 anni, negli ultimi 10 anni vi è stato un calo di circa l’8% (circa 1 milione 200 mila persone), dovuto quasi interamente alla classe tra i 55 e i 64 anni (che ha visto una diminuzione degli inattivi del 24% ovvero di 1 milione 100 mila unità: vedi Fig. 18). Tale flessione risulta ancor più accentuata se valutata al netto della componente demografica (Fig. 19). Viceversa, tra i giovani (15-24 anni) gli inattivi sono saliti (+219 mila), a fronte di un calo all’incirca della stessa entità nella classe di età immediatamente superiore, che però cambia di segno se valutato al netto delle dinamiche demografiche (Fig. 19).

Il sospetto è che l’aumento del tasso di partecipazione riscontrato negli ultimi anni sia dovuto soprattutto agli effetti delle riforme pensionistiche ovvero dell’innalzamento graduale dell’età pensionabile effettiva dei lavoratori. Ciò spiegherebbe la riduzione del bacino di inattività tra le fasce di età oltre i 55 anni, che si è tradotto quasi in egual misura in maggiore occupazione.

L’analisi dell’andamento nel tempo della motivazione addotta per l’inattività (Fig. 20) introduce ulteriori elementi a supporto di tale tesi. In effetti negli ultimi 10 anni la diminuzione degli inattivi (-1 milione 200 mila) è dovuta interamente al calo di coloro che si dichiarano inattivi per pensione o per motivi di età (-1 milione 700 mila); questa voce riguarda in gran parte gli ultracinquantacinquenni (-1 milione 300 mila). In diminuzione (-185 mila unità) anche gli inattivi per motivi familiari, tipicamente donne (-228 mila) e nelle fasce di età intermedie (tra i 25 e i 44 anni). Anche tra gli altri motivi di inattività prevalgono le donne (in totale 1 milione di inattivi in meno rispetto a 10 anni su un totale di 1 milione 200 mila). Viceversa, è salita la quota di coloro che si dichiarano inattivi per studio o formazione professionale (+196 mila), che evidentemente riguarda la fascia di età più giovane (+265 mila).

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Peraltro (Fig. 21), tra le fasce di età più anziane rispetto a 10 anni fa resta in aumento la fascia dei cosiddetti “scoraggiati” (+383 mila unità in totale; +220 mila tra 45 e 54 anni e +202 mila tra i 55 e i 64 anni). Tra i più giovani il numero di scoraggiati è diminuito (-54 mila). Nell’ultimo anno, è continuata la tendenza al calo degli inattivi (-473 mila unità), che però a differenza degli anni precedenti ha riguardato tutti i motivi di inattività incluso lo scoraggiamento (-90 mila, soprattutto donne del Mezzogiorno; gli scoraggiati 55-64enni restano però in aumento), anche se il calo degli inattivi per pensione o motivi legati all’età continua a farla da padrone (-141 mila).

Un altro indicatore interessante è il tasso di mancata partecipazione al lavoro, che fornisce una misura più ampia dell’offerta di lavoro rispetto al tasso di disoccupazione in quanto al numeratore comprende, oltre ai disoccupati, anche quanti non cercano lavoro ma sarebbero disponibili a lavorare (e al denominatore insieme a questi ultimi anche le forze di lavoro). Tale indicatore (Fig. 22) mostra nell’ultimo decennio un aumento di entità decrescente al crescere dell’età, ma la tendenza sembra essersi invertita nell’ultimo anno (la mancata partecipazione è in calo, in particolare tra i più giovani)

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Come evidenziato dall’edizione del 2017 del report “Employment and Social Developments in Europe” diffusa dalla Commissione Europea lo scorso 17 luglio, un triste primato italiano è la più alta incidenza di giovani tra i 15 e i 24 anni che non lavorano né sono inseriti in un percorso di istruzione o formazione, i cosiddetti NEET1 (il dato medio del 2016, al 19,9%, è il più alto tra i Paesi della UE, la cui media si colloca all’11,5%). Come si vede dalla Fig. 23, l’aumento dei NEET non è dovuto alla fascia di età più giovane (15-19 anni), dove anzi l’incidenza del fenomeno è in diminuzione, ma ai giovani dai 20 in su. Tra l’altro, da notare che nel periodo più recente si è visto un calo dai massimi per i giovani tra i 20 e i 29 anni, mentre la quota di NEET 30-34enni non accenna a calare. Colpisce in particolare (Fig. 24) l’aumento della percentuale di NEET in possesso di laurea o titoli di studio post-laurea, salita (per l’insieme dei 15-34enni) da 15,9% a inizio 2007 a 18,3% a inizio 2017 (dopo aver toccato un picco a 24,7% nel 3° trimestre 2014).

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L’aumento dei NEET ha riguardato persone che ricoprono tutti i principali ruoli in famiglia, sebbene resti preponderante l’incidenza di chi svolge il ruolo di genitore (Fig. 25); si tratta soprattutto di donne. Da notare anche che, all’interno dei NEET, è aumentato soprattutto il numero di coloro che si considerano disoccupati (Fig. 25). Interessante infine che il fenomeno non abbia riguardato solo il Sud ma anche il Nord, e non solo le donne ma anche (anzi in maggior misura in termini di variazioni) gli uomini (Fig. 26 e 27).

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Analizziamo ora congiuntamente l’andamento per le varie classi di età di popolazione, forze di lavoro ed occupazione (Fig. 29 e 30). Rispetto a 10 anni fa, risulta evidente come la creazione di posti di lavoro non abbia tenuto il passo dell’incremento della popolazione e delle forze di lavoro. Ciò è avvenuto in tutte le fasce di età, ma l’andamento dell’occupazione è stato divergente: negativo dai 44 anni in giù, positivo dai 45 anni in su (i 15-24enni sono stati i più colpiti in termini percentuali, i 25-34enni in termini di numeri assoluti).

Il periodo più recente (abbiamo preso qui in considerazione gli ultimi tre anni) vede però segnali più confortanti. La crescita dell’occupazione totale è stata superiore a quella delle forze di lavoro, e in particolare tra i più giovani il segno è stato opposto (occupati in crescita, forze di lavoro e popolazione in calo). Per le classi più anziane è proseguita la crescita dell’occupazione, che però, a differenza che per le altre, non ha tenuto il passo della forza lavoro (con conseguente aumento del tasso di disoccupazione). Infine, appaiono ancora insufficienti i progressi per le classi di età intermedie, soprattutto i 35-44enni (-405 mila occupati negli ultimi 3 anni, -126 mila nell’ultimo anno: nel primo caso la flessione dell’occupazione è stata inferiore a quella delle forze di lavoro, negli ultimi 12 mesi è stato vero il contrario, con conseguente aumento di quasi mezzo punto del tasso di disoccupazione).

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In sintesi, l’analisi fatta conferma come la crisi dell’ultimo decennio abbia colpito soprattutto gli occupati giovani, mentre la tenuta dell’occupazione tra le classi di età più anziane si spiega soprattutto con l’aumento dell’età pensionabile. In particolare:

1) anche per le classi più anziane si riscontrano forti elementi di criticità, come il record nel numero assoluto di disoccupati, che non accenna a diminuire (e si tratta in buona parte di disoccupazione di lunga durata); altri elementi di preoccupazione per le fasce di età più anziane vengono dall’aumento del tasso di part-time involontario e, tra le ragioni di inattività, dello scoraggiamento;

2) i giovani sono quelli che hanno visto negli ultimi 10 anni l’aumento più marcato del tasso di disoccupazione e il calo percentuale più ampio nel numero di occupati, nonché uno spiccato aumento del numero di sottoccupati e dei lavoratori precari. Preoccupa inoltre particolarmente il fenomeno dei NEET (colpisce in particolare l’aumento di coloro che sono in possesso di laurea o titoli di studio post-laurea), che per il momento non mostra segnali di significativa inversione.

3) tuttavia, negli ultimi anni si registrano segnali di svolta nella tendenza dell’occupazione, che hanno riguardato soprattutto le fasce di età più colpite in precedenza ovvero i più giovani (viceversa, in particolare nell’ultimo anno, le classi di età intermedie appaiono quelle che registrano i minori progressi). 


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