Negli ultimi due anni si è verificato un deterioramento del mercato del lavoro nell’Eurozona. I cali occupazionali sono stati più forti per la coorte più giovane della popolazione,….
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La crisi economica ha determinato tra il 3° trimestre 2008 ed il 1° trimestre del 2010 un rapido ed ampio calo dell’occupazione nell’Eurozona. Secondo i dati trimestrali forniti da Eurostat, nel 2° trimestre 2010 gli occupati erano quasi 3.400.000 in meno rispetto ai livelli pre-crisi. Nel contempo, il numero di persone in cerca di occupazione ha continuato a crescere fino a toccare nel 2° trimestre 2010 un massimo di 15.875.100, superando di più di quattro milioni di unità i livelli pre-crisi. Il tasso di disoccupazione su base trimestrale è salito nella primavera del 2010 al 10,1%, oltre due punti percentuali e mezzo oltre il livello del 2° trimestre 2008. Guardando ai dati mensili, il tasso di disoccupazione ha raggiunto, nell’ottobre 2010, il massimo degli ultimi 12 anni, al 10,1%.
Tuttavia, sulla scia della ripresa del ciclo economico, negli ultimi mesi, il mercato del lavoro sembra essersi avviato verso una stabilizzazione. La ripresa però presenta differenze geografiche molto marcate. Per comprendere l’evoluzione in atto è utile un’analisi delle caratteristiche del mercato del lavoro prima e dopo la crisi economica.

Gli effetti della crisi sono stati differenti in base alla coorte di appartenenza dei lavoratori. Il primo elemento da notare è che il calo occupazionale ha colpito in modo relativamente più pesante gli uomini delle donne e i giovani rispetto ai lavoratori più anziani. La differenza di genere nella performance del mercato del lavoro è dovuta in parte alle specializzazioni settoriali. Infatti, la crisi ha avuto un impatto prevalente sui settori a maggiore occupazione maschile. Confrontando i cali occupazionali tra il 2008 ed il 2009 per i vari settori dell’attività economica e quota di occupazione maschile si nota che, nei tre settori in cui si è verificato il calo più ingente dell’occupazione, la percentuale di uomini sul totale dell’occupazione è superiore al 70%: nel comparto costruzioni l’occupazione è calata tra il 2008 ed il 2009 del 7,3% e la quota di occupazione maschile è del 91%. La variazione è analoga per attività estrattive e minerarie, dove l’occupazione cala del 6,3% e l’88% degli occupati sono uomini e nel settore manifatturiero, dove il calo occupazionale è del 6,1% con una presenza maschile sul totale dell’occupazione di 72,3%. Viceversa, alcuni dei settori ad occupazione prevalentemente femminile, come sanità e servizi sociali ed educazione, presentano variazioni occupazionali positive.


Guardando alle differenze per classe di età si nota un calo più significativo dell’occupazione tra i giovani (15-24 anni), mentre la coorte più matura (55-64 anni) è la meno colpita dal deterioramento del mercato del lavoro. Nel mese di ottobre, la disoccupazione giovanile (sotto i 25 anni) nell’area euro è stata del 20,1%. Lo spaccato per singolo paese mostra una prevalenza della disoccupazione giovanile rispetto alle altre fasce di età particolarmente marcata per i paesi dell’area euro più colpiti dal deterioramento del mercato del lavoro, come ad esempio Spagna ed Irlanda. Secondo la misura armonizzata dall’International Labour Organization (ILO) il tasso di disoccupazione per i giovani al di sotto dei 25 anni in Spagna arrivato in ottobre al 43,2% più che il doppio rispetto alla percentuale di senza lavoro tra 25 e i 74 anni (18,5%). In Irlanda il tasso di disoccupazione giovanile è salito al 29,3%, 17 punti percentuali in più rispetto alla fascia di età 25-74 anni. La situazione è drammatica anche in Italia: a partire dal luglio 2008 non è più stata fornita la serie per la fascia di età 25-74 anni, tuttavia, confrontando il tasso di disoccupazione giovanile (under 25) con il tasso di disoccupazione tra i 15 e 74 anni si nota una differenza di oltre 17 punti percentuali. La disoccupazione nella fascia di età 15-24 anni è al 26,2%, mentre per il totale dei lavoratori (15-74 anni) si colloca all’8,6%.
Nell’area euro il maggiore impatto della crisi sui giovani è dovuta anche alla maggiore incidenza in questa fascia di età di contratti di lavoro a tempo determinato. In media nel 2008 il 49,7% degli occupati tra i 15 ed i 24 anni erano inquadrati con un contratto a tempo determinato, contro il 12% dei lavoratori tra i 25 ed i 64 anni (dati trimestrali Eurostat, media 2008). I lavoratori a tempo determinato sono stati la tipologia di occupati che ha registrato le perdite occupazionali più ingenti durante la crisi economica, subendo un calo tra il 2008 ed il 2009 del 7,4% a fronte di una riduzione per l’occupazione dipendente in generale dell’1,8%. La discesa occupazionale è stata invece particolarmente contenuta per i lavoratori autonomi, con un calo di appena -0,9% nel 2009 rispetto all’anno precedente. Per questa categoria il tasso di occupazione ha poi ripreso a crescere nel 2010 di 0,6% t/t nel 1° trimestre e 0,9% t/t nel 2° trimestre. Tra le varie tipologie contrattuali, il calo dell’occupazione è stato quindi particolarmente forte per gli occupati a tempo determinato. Il fenomeno è in parte dovuto alla minore tutela di questo settore dell’occupazione ed ai minori costi di interruzione del rapporto di lavoro. Questa tipologia di contratti, infatti, si presta più di altre a variare a seconda delle fluttuazioni nel corso del ciclo: ne derivano cadute più marcate nel corso delle crisi ma anche incrementi più rapidi nei periodi di ripresa1. Il calo dell’occupazione tra i lavoratori a tempo determinato è evidente anche guardando la percentuale dei contratti a tempo determinato sul totale dell’occupazione dipendente. La percentuale di contratti a tempo determinato che era cresciuta particolarmente nel periodo precedente alla crisi, si è contratta nel corso del 2009 in tutti i principali paesi dell’area euro e nel complesso dell’Eurozona. Il fenomeno è particolarmente evidente con riferimento al caso spagnolo.


La risposta del mercato del lavoro è stata diversa anche per i lavoratori part-time, rispetto ai lavoratori a tempo pieno. Infatti, mentre il livello dell’occupazione a tempo pieno è diminuito tra il 3° trimestre 2008 e inizio 2010, il numero di occupati a tempo parziale è aumentato. Ne consegue che l’incidenza dell’occupazione part-time sul totale dell’occupazione cresce dal 19,1% del 2° trimestre 2008 al 20,1% del 2° trimestre 2010. In media nel 2009, rispetto all’anno precedente, i lavoratori a tempo parziale hanno visto un aumento dell’occupazione di 0,8% in parte anche per via di un calo delle ore lavorate attraverso un passaggio da contratti a tempo pieno a contratti a tempo parziale. Infatti, è aumentata la percentuale di lavoratori che hanno accettato un contratto a tempo parziale perché incapaci a trovare un lavoro a tempo pieno (part-time “involontario”). Nell’area euro la percentuale di part-time “involontari” sul totale dell’occupazione part-time è cresciuta al 26,7% nel 2009 dal 25,4% del 2008. Anche dal punto di vista dei titoli di studio gli effetti della crisi sono stati piuttosto differenziati per tipologia di lavoratore: i crolli occupazionali più ingenti si sono verificati per i lavoratori meno qualificati (-5,7% nel 2009, rispetto all’anno precedente), la fascia intermedia ha perso circa l’1,8%, mentre la categoria dei lavoratori più qualificati ha visto il tasso di occupazione crescere del 2,2% circa. Guardando al tasso di disoccupazione nel 2° trimestre 2010, il 16,5% delle persone con al massimo una licenza media inferiore è in cerca di una occupazione, oltre cinque punti percentuali in più rispetto a inizio 2008 (11,4% nel 1° e 2° trimestre 2008). Il tasso di disoccupazione è cresciuto in maniera ben più contenuta, di circa il 2,0%, per i lavoratori con diploma di scuola superiore secondaria (all’8,7% nel 2° trimestre 2010 da 6,7% nel 2° trimestre 2008). Invece, per i lavoratori laureati la disoccupazione è cresciuta di poco più di un punto percentuale al 5,5% nel 2° trimestre 2010, da 4,1% nel 2° trimestre 2008.

Uno degli effetti negativi della crisi economica sul mercato del lavoro nell’area euro è stato l’aumento del tasso di disoccupazione di lunga durata. Il fenomeno è particolarmente grave considerati i problemi di reinserimento affrontati dai lavoratori inattivi per un lasso temporale esteso. Nell’area euro la quota di disoccupati di lunga durata, ovvero persone disoccupate da più di dodici mesi, è salita al 3,4% della popolazione attiva nel 2009 dal 3,0% nel 2008. Il numero dei disoccupati da 2 o più anni sul totale della popolazione attiva invece è rimasto stabile a 1,5% tra il 2008 e il 2009. La variazione nella durata della disoccupazione è molto differenziata per paese: è cresciuta violentemente in Irlanda e Spagna, mentre si è ridotta in Germania. In Slovacchia, seppur calando sensibilmente, rimane a livelli doppi rispetto alla media dell’area euro.

Un effetto negativo della disoccupazione di lunga durata appare evidente analizzando l’aumento della quota di lavoratori scoraggiati: la crescente difficoltà a trovare un’occupazione porta il lavoratore scoraggiato a rinunciare alla ricerca di un’occupazione e ad uscire dal mercato del lavoro. Secondo i dati Eurostat, la percentuale di lavoratori scoraggiati è cresciuta nei principali paesi dell’area euro. Variazioni particolarmente importanti si sono verificate nei paesi maggiormente colpiti dal deterioramento del mercato del lavoro, come Spagna ed Irlanda. Da notare, in particolare, che l’Italia conta una quota di lavoratori scoraggiati sul totale della forza lavoro estremamente elevata ed oltre quattro volte superiore alla media EU15.

All’interno dell’area euro, la risposta del mercato del lavoro alla crisi economica è stata molto differenziata da paese a paese. Secondo i dati Eurostat, il tasso di disoccupazione è cresciuto a livelli storicamente estremamente elevati in Spagna (al 20,7% ad ottobre 2010, valore massimo degli ultimi 20 anni, contro il 9,0% di inizio 2008) ed in Irlanda (a 14,1%, massimo da fine 1994, contro un 4,8% dei primi mesi del 2008). Aumenti più contenuti sono stati registrati in Italia e Francia: in entrambi i paesi, il tasso di disoccupazione è aumentato tra i primi mesi del 2008 e fine 2010 di circa 2 punti percentuali. E il tasso di disoccupazione è invece sceso in Germania fino a toccare, nell’ottobre 2010, un minimo a 6,7% (7,5% secondo i dati Bundesbank).

Confrontiamo l’elasticità dell’occupazione rispetto alla crescita del PIL storicamente (tra il 1° trimestre 2003 e 2° trimestre 2008) e durante la crisi (nell’intervallo: 3° trimestre 2008 – 4° trimestre 2009). Si nota un andamento piuttosto diversificato per paese: Italia, Germania, Portogallo e l’aggregato area euro si trovano al di sopra della retta a 45°. Ciò significa che questi paesi hanno avuto un’elasticità dell’occupazione al PIL minore durante il periodo della crisi rispetto al loro valore storico. Nel caso della Germania, l’elasticità diminuisce da un valore storico attorno all’1 (quindi una risposta uguale della crescita dell’occupazione alla crescita del PIL) fino ad assumere valori negativi. Infatti, tra il 3° trimestre 2008 e fine 2009, a fronte di una variazione negativa nel prodotto, la variazione occupazionale è stata positiva. Otteniamo un risultato ancor più marcato confrontando l’elasticità storica con l’elasticità calcolata nel periodo 3° trimestre 2008 – 2° trimestre 2010. Anche in questo caso, il tasso di elasticità è negativo (e di grandezza maggiore rispetto al solo periodo 2° trimestre 2008 – 4° trimestre 2009): di conseguenza, la crescita occupazionale tedesca non può essere spiegata dalla ripresa del ciclo; piuttosto sembrano essere state le politiche di reimpiego come il programma governativo Kurzarbeit a determinare l’ottima performance del mercato del lavoro in Germania. Anche nel caso dell’Italia, l’elasticità si è ridotta: da 1,7 circa nel periodo 1° trimestre 2003 – 2° trimestre 2008, quando a variazioni positive del PIL corrispondevano (per fenomeni connessi alla regolarizzazione dell’economia sommersa) aumenti occupazionali quasi doppi, a 0,2 nel periodo 2008T3-2009T4, dove in presenza di una forte contrazione del prodotto si è verificato un calo dell’occupazione piuttosto modesto dovuto al particolare regime di ammortizzatori sociali del nostro paese. Tuttavia, se estendiamo il periodo di analisi fino al 2° trimestre 2010 (quindi 2008T3-2010T2) l’elasticità riprende a salire a 0,7 circa, indicando che in presenza di una contrazione del prodotto si registra una discesa dell’occupazione di circa due terzi del calo del PIL. In questo caso la maggiore elasticità che osserviamo quando estendiamo l’analisi fino a metà 2010 potrebbe essere spiegata dal ritardo della risposta dell’occupazione all’andamento del ciclo economico. Francia, Spagna, Grecia e Irlanda hanno registrato nel periodo 3° trimestre 2008 – 4° trimestre 2009 un’elasticità maggiore rispetto al valore storico. Come si nota dal grafico, questi paesi si collocano a destra della retta a 45°. In particolare in Spagna e Francia, nel periodo 3° trimestre 2008 – 4° trimestre 2009, l’elasticità dell’occupazione al PIL è aumentata notevolmente rispetto al periodo 1° trimestre 2003 – 2° trimestre 2008. Il divario è ancora più marcato se consideriamo l’arco temporale più esteso (2008T3-2010T2). In questi due paesi, infatti, ad una contrazione del PIL ha corrisposto una variazione negativa dell’occupazione di entità notevolmente maggiore.
Con riferimento al caso francese arriviamo ad ottenere un’elasticità dell’occupazione al PIL pari ad 8,4. Segnaliamo però che questo ultimo dato va preso con cautela, infatti è “viziato” da una crescita del PIL in Francia nel periodo in considerazione prossima allo 0. Quindi, il denominatore dell’elasticità dell’occupazione al PIL, risultando molto piccolo, porta il valore del rapporto a schizzare verso un livello molto elevato.

Come già detto in precedenza, le cadute occupazionali più intense tra i più grandi paesi dell’area euro si sono verificate in Spagna. In questo caso ha giocato un ruolo importante la specializzazione in un settore ad alta intensità di lavoro e altamente ciclico come l’edilizia. Questo settore, infatti, contava una quota di occupati ben più elevata rispetto ad altre
economie, le conseguenze occupazionali legate allo sgonfiamento della bolla immobiliare sono state più severe che altrove. A risentire particolarmente del fenomeno è stata l’occupazione immigrata, fortemente concentrata nel settore edile e spesso inquadrata con contratti a tempo determinato. Infatti, l’altra coorte che ha subito in maniera molto severa le conseguenze del deterioramento in atto nel mercato del lavoro è quella dei lavoratori con contratti a termine. Come già segnalato, tale segmento aveva conosciuto una crescita forte nei primi anni della crisi, per poi subire in maniera più intensa le conseguenze della recessione2. Per affrontare la crisi del mercato del lavoro nel settembre 2010, il Governo spagnolo ha varato una riforma del mercato del lavoro3 volta al raggiungimento di tre obiettivi:
ridurre la dualità del mercato del lavoro;
rafforzare gli strumenti di flessibilità interna delle imprese;
aumentare le possibilità delle persone in cerca di occupazione.
Per il raggiungimento di questi obiettivi sono state varate le seguenti misure:
– Sospensione della vigenza del contratto collettivo: impresa e lavoratori possono giungere ad un accordo in base al quale, in situazioni in cui è messa in dubbio la possibilità dell’impresa di mantenere l’occupazione, può non essere applicato il sistema salariale previsto dal contratto collettivo relativo all’ambito superiore a quello dell’impresa (collettivo di settore o del ramo di attività).
– Riduzione della giornata lavorativa: la giornata lavorativa può essere ridotta dal 10 al 70% per cause di carattere economico, tecnico, organizzativo o di produzione.
– “Penalizzazione dei contratti a tempo determinato”: il contratto diventa a tempo indeterminato dopo tre anni se al lavoratore sono stati stipulati due o più contratti per lo stesso posto di lavoro o uno diverso all’interno della stessa impresa o gruppo di imprese. L’obiettivo è di evitare il susseguirsi di contratti a tempo determinato, allo scopo di evitare la stipula di contratti a tempo indeterminato.
– Estensione dell’applicazione dell’indennità di 33 giorni di salario per ogni anno lavorato in caso di licenziamento senza giusta causa. Quindi, una indennizzazione più leggera rispetto ai 45 giorni previsti per il contratto a tempo indeterminato standard.
– Istituzione di un fondo pubblico di copertura per le indennità per licenziamento.
– Semplificazione del licenziamento per le imprese con perdite economiche attuali, previste o diminuzione continuata del fatturato.
– Possibilità di effettuare licenziamento per assenteismo: qualora l’assenteismo medio superi il 2,5% l’impresa può licenziare quei lavoratori che manchino dal posto di lavoro più del 20% delle giornate lavorative in 2 mesi consecutivi o il 25% in 4 mesi non consecutivi, considerando un arco di tempo di 12 mesi. In generale, la nuova legge mira a rendere più flessibile il mercato del lavoro e a ridurre la disparità di trattamento tra chi ha un contratto a tempo indeterminato e chi invece ha un impiego precario. La legge introduce un nuovo tipo di contratto a tempo indeterminato che dà diritto a un’indennità minore in caso di licenziamento, limita il ricorso ai contratti temporanei e introduce un maggiore flessibilità oraria per le aziende con una maggiore facilità nell’effettuare licenziamenti in caso di crisi economica.
Al caso spagnolo si contrappone la tenuta sorprendente del mercato del lavoro tedesco. Al contrario degli altri paesi europei, in Germania il tasso di disoccupazione calcolato secondo lo standard ILO, a parte un breve periodo di crescita tra marzo e giugno 2009, ha continuato a calare ed ora si colloca al 6,7%, quasi un punto percentuale al di sotto del suo livello pre-crisi. Se guardiamo al dato aggregato dalla Bundesbank, il tasso di disoccupazione tocca, nell’ottobre 2010, il minimo a 7,5%. Il risultato è ancor più incoraggiante se si considera che il numero degli occupati ha continuato a crescere lungo tutto il 2009. Alla base di questa storia di successo risiedono una serie misure introdotte dal Governo tedesco.
Si è ricorso in maniera estesa alla riduzione dell’orario di lavoro. Infatti, il programma governativo Kurzarbeit ha permesso di ridurre temporaneamente l’attività o di sospenderla parzialmente o del tutto, compensando la perdita di salario del lavoratore con la corresponsione di una indennità. Ai lavoratori a tempo ridotto sono stati corrisposti dall’Agenzia Federale per il lavoro indennizzi per il 60% della loro differenza salariale (ovvero, la differenza tra il numero di ore lavorate a regime e le ore effettivamente lavorate). Tale ammontare è salito poi al 67% della differenza salariale nel caso in cui un bambino facesse parte del nucleo famigliare. L’introduzione di sussidi per il lavoro a tempo ridotto ha giocato un ruolo fondamentale allo scopo di frenare una potenziale crescita del tasso di disoccupazione, prevenendo gli esuberi di personale ed evitando i costi di riassunzione di manodopera una volta avviata la ripresa del ciclo economico.
Inoltre, è stato avviato un corpo di politiche attive di formazione e orientamento: sono state previste misure di sostegno a favore dei servizi per l’impiego, di modo che tali strutture potessero rafforzare l’organico e potenziare le offerte di orientamento e assistenza ai disoccupati nella ricerca di un nuovo lavoro. Inoltre, è stato istituito l’obbligo per i lavoratori in regime di Kurzarbeit di seguire attività formative e di training per mantenere aggiornate le proprie competenze. Infine, sono state potenziate iniziative di job placement rivolte a giovani, immigrati e lavoratori over 50, e misure di coaching per i senza-lavoro che intendono avviare una attività in proprio.
Nella primavera 2009 il programma Kurzarbeit è stato esteso per 24 mesi, quindi fino alla primavera 2011. Una nuova proroga è stata prevista da fine 2010 per altri 18 mesi, fino a metà 2012. Tuttavia, già da metà 2010 ha iniziato ad esaurirsi il sostegno alla prime aziende che hanno aderito al programma. Il supporto fornito dal Kurzarbeit, quindi, andrà esaurendosi in maniera graduale tra metà 2010 e metà 2012: il recente rallentamento nel ritmo di riduzione dei disoccupati potrebbe essere dovuto ad un minor vigore del programma.
In Italia, secondo i dati forniti da ISTAT, il tasso di disoccupazione ha ripreso a crescere nell’ottobre scorso a 8,6% dopo che nel periodo maggio-settembre era rimasto circa stabile in un intorno dell’8,3%. Per trovare una disoccupazione più elevata occorre guardare alla serie trimestrale e risalire fino all’inizio del 2003. Due fattori potrebbero aver avuto un ruolo importante nel recente aumento del tasso di disoccupazione: da un lato il progressivo venir meno del supporto della Cassa Integrazione Guadagni; dall’altro potrebbe aver agito il rientro nelle forze di lavoro degli “scoraggiati”.
In generale, però, il deterioramento del mercato del lavoro italiano è stato meno intenso rispetto ad altri paesi europei. Il tasso di disoccupazione è cresciuto di circa due punti percentuali durante la crisi. Secondo i dati mensili destagionalizzati forniti dall’ISTAT tra l’aprile 2008 ed il novembre 2009, sono stati persi 688.900 posti di lavoro. Il numero di occupati è sceso, infatti, da un massimo di 23.563.600 unità circa nell’aprile 2008 ad un minimo di 22.874.700 nel novembre dello scorso anno. Il livello si è da allora stabilizzato e nell’ottobre 2010 gli occupati risultavano 22.890.000. Se si guarda al numero di persone in cerca di occupazione, il massimo è stato toccato nell’aprile 2010 a quota 2.135.500, circa 422.400 unità in più rispetto all’aprile 2008. Negli ultimi sei mesi, il livello è sceso di 64.300 unità portando il numero di disoccupati nell’ottobre 2010 scorso a 2.167.000 circa. Ad un calo del numero di disoccupati è corrisposto però anche un calo della forza lavoro. Infatti, il calo dell’occupazione in Italia si è tradotto non
solo in un incremento delle persone in cerca di occupazione, ma anche in un aumento degli inattivi. Il fenomeno è preoccupante se si considera che il passaggio dall’occupazione allo stato di inattività ha conseguenze sociali ed economiche più gravi del passaggio alla disoccupazione. Infatti, si tratta di una scelta con un minor grado di reversibilità, dal momento che chi esce dal mercato del lavoro ha poi minori possibilità di rientrarvi. Secondo i dati mensili forniti dall’ISTAT, la forza lavoro si è ridotta in Italia di 221.000 unità tra aprile 2008 e ottobre 2010. Il calo è meno significativo se si considerano i dati trimestrali: nel 2° trimestre 2010 rispetto al 2° trimestre 2008, la forza lavoro si sarebbe ridotta di 94.000 unità. Guardando al tasso di attività tra i 15 e 64 anni si nota un calo tra il 2° trimestre 2008 ed 2° trimestre 2010 di un punto percentuale, da 63,5% a 62,5%. La variazione risulta di entità sensibilmente maggiore se si considera soltanto la coorte più giovane della popolazione: tra i 15 e i 24 anni il tasso di attività è calato durante la crisi di oltre tre punti percentuali a 28,4% nel 2° trimestre 2010, da 31,6% del 2° trimestre 2008.
In generale, in Italia come nel resto dell’area euro, il deterioramento del mercato del lavoro ha gravato prevalentemente sui giovani. Guardando allo spaccato per fascia di età, nel 2° trimestre 2010 il tasso di disoccupazione per i giovani tra i 15 e i 24 anni era di 27,9%, più del triplo rispetto al tasso medio per tutte le fasce di età e 8 punti sopra il livello del 2° trimestre 2008. La percentuale di disoccupati è decrescente per fascia di età, e tocca l’11,7% per i lavoratori tra i 25 e i 34 anni, il 5,9% nella fascia 55-64 anni.

In parte, la tenuta del mercato del lavoro italiano rispetto al resto dell’Eurozona sembra essere dovuta al ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni. Come mostra il grafico, il ricorso alla cassa integrazione è stato molto più intenso nel 2009 e nel 2010, rispetto agli anni precedenti.

Con l’ingresso nella fase di ripresa, emergono i problemi strutturali irrisolti del mercato italiano del lavoro. È interessante l’analisi della Banca Mondiale “Doing Business”, progetto che studia la regolamentazione per le imprese locali in 183 paesi. In merito al mercato del lavoro, vengono costruiti due indici: un primo indice misura la rigidità dell’occupazione come difficoltà di assunzione, rigidità nell’orario di lavoro e difficoltà di licenziamento; il secondo indice è relativo ai costi di licenziamento. Nel report relativo al 2011 non è stata diffusa una graduatoria sulla rigidità nel mercato del lavoro, dal momento che l’indice è in fase di revisione. L’ultimo dato disponibile è relativo al 2010 e colloca l’Italia al 99° posto su 183 paesi presi in esame. L’indice sul costo del licenziamento si riconferma a quota 11, come l’anno precedente (nel 2008, l’indicatore era a 2). La rigidità dell’occupazione, in una scala da 1 a 100, rimane fissa per il terzo anno consecutivo a 38. Gli altri maggiori paesi europei mostrano una rigidità del mercato del lavoro decisamente maggiore: Francia al 155° posto, Spagna al 157° e Germania al 158°. I paesi con un mercato del lavoro più flessibile sono invece Australia, Stati Uniti e Singapore.


Nell’analisi del mercato del lavoro italiano sono importanti alcune considerazioni sul mercato del lavoro irregolare. Nonostante risulti difficile quantificare il fenomeno, ISTAT fornisce una stima del numero di lavoratori irregolari in Italia nel periodo 1991-2009 e della percentuale degli stessi sul totale degli occupati regolari e non regolari. Analizzando i dati, si nota che nel 2009, a fronte di un calo dell’occupazione regolare, l’occupazione irregolare è rimasta sostanzialmente stabile.
Ne consegue un aumento della percentuale di lavoratori irregolari sul totale dei lavoratori. Il tema del sommerso è strettamente legato alle conseguenze della crisi economica sul mercato del lavoro. Infatti, difficoltà crescenti nel trovare un’occupazione potrebbero indurre alcune categorie di lavoratori ad accettare anche forme di impiego non regolare. Questo fenomeno potrebbe essere anche dovuto al desiderio di integrare le entrate di lavoratori che beneficiano di forme di sostegno al reddito.

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