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Il Punto : Attesi i dati sui prezzi al consumo di novembre nell’Eurozona

Il Punto : La settimana prossima sono attesi i dati sui prezzi al consumo di novembre nell’Eurozona e nei principali paesi: per la media area euro, ci aspettiamo un’ulteriore discesa a 2,7% dal 2,9% di ottobre, ma pensiamo che l’inflazione possa tornare a salire a dicembre.

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Indice ESI della Commissione UE e indagini Istat in Italia completeranno la tornata di indagini congiunturali di novembre, che ha visto sinora un parziale recupero del sentiment, che resta però su livelli coerenti con un’economia nel migliore dei casi stagnante anche tra fine 2023 e inizio 2024. Sul fronte delle politiche fiscali, l’Italia ha evitato una bocciatura tout court della manovra di bilancio e incassato il miglioramento dell’outlook da parte di Moody’s. Gli accadimenti politici degli ultimi giorni in Germania e Olanda potrebbero però complicare le prospettive politiche a livello UE su vari fronti. Negli Stati Uniti, i dati su reddito e spesa personale e deflatore dei consumi, nonché l’ISM manifatturiero, dovrebbero confermare il “soft landing” dell’economia, in un contesto di graduale raffreddamento delle pressioni inflazionistiche.

Area euro. L’indice composito ESI della Commissione Europea, e le indagini Istat in Italia, completeranno la tornata di indagini congiunturali di novembre, dopo che questa settimana i PMI flash e le indagini nazionali Ifo in Germania e Insee in Francia, pur interrompendo il trend di calo, hanno confermato i rischi al ribasso sull’attività economica anche a cavallo d’anno. In particolare, i PMI flash sono tornati a salire offrendo qualche indicazione di stabilizzazione dell’attività, ma restano su livelli coerenti con un’economia nel migliore dei casi stagnante a fine 2023. Anche l’indice di fiducia dei consumatori, seppur in crescita più delle attese, rimane ben
al di sotto della media storica, suggerendo che, nonostante i primi segnali di recupero del potere d’acquisto, le famiglie mantengano un atteggiamento assai cauto nella spesa.

L’attenzione degli investitori sarà soprattutto sui dati preliminari dei prezzi al consumo di novembre nei principali paesi e nell’intera Eurozona: per la media area euro, ci aspettiamo un’ulteriore discesa a 2,7% dal 2,9% di ottobre, ma pensiamo che l’inflazione possa tornare a salire a dicembre al 3,5%. Ci attendiamo la stessa dinamica per l’inflazione tedesca, vista rallentare di tre decimi a novembre (al 2,7% sull’indice armonizzato), prima di risalire il mese prossimo. Per l’Italia, sia l’IPCA che il NIC dovrebbero calare ancora questo mese a 1,2% da 1,8%, e a 1,1% da 1,7%, rispettivamente, restando all’incirca sugli stessi livelli a dicembre. In calendario anche i dati di ottobre sull’aggregato M3 (che, sia pur ancora in contrazione su base annua, dovrebbe aver superato il punto di minimo) nonché sulla disoccupazione in Italia ed Eurozona. La prima stima del PMI manifatturiero di novembre in Italia e Spagna dovrebbe evidenziare un minor ritmo di contrazione dell’attività, dopo l’ampio calo di ottobre.

Il resoconto della riunione BCE di ottobre ha confermato che la banca centrale mantiene formalmente un orientamento restrittivo e che vuole evitare un “indesiderabile allentamento delle condizioni finanziarie”. D’altra parte, però, la BCE giudica i progressi sul fronte inflazione circa in linea con le attese ed è sempre più consapevole che il quadro congiunturale nell’Eurozona va indebolendosi, tanto da prospettare una possibile recessione tecnica prima della riaccelerazione ancora attesa nel 2024. Nonostante il mantenimento di un tightening bias da parte della BCE, i mercati continuano ad aspettarsi un taglio pieno da un quarto di punto entro giugno e oltre mezzo punto di ribasso entro settembre: uno scenario che, a nostro avviso, è possibile solo in presenza di una significativa contrazione dell’attività economica tra fine 2023 e inizio 2024.

Martedì è giunto il giudizio della Commissione UE sui Documenti Programmatici di Bilancio degli Stati membri: tra i principali paesi, solo la Spagna è risultata in linea con le raccomandazioni (assieme a Cipro, Estonia, Grecia, Irlanda, Lituania e Slovenia). Germania e Italia (assieme ad Austria, Lussemburgo, Lettonia, Malta, Paesi Bassi, Portogallo e Slovacchia) sono considerate “non pienamente in linea”: la Germania è invitata a eliminare gradualmente le misure contro il caro-energia, all’Italia viene inputato di non avere utilizzato i risparmi derivanti dal venir meno delle misure energetiche per contenere in misura maggiore il deficit 2024. La situazione più delicata è quella di Belgio, Finlandia, Francia e Croazia, che rischiano di non essere in linea e sono pertanto invitati a prendere le misure necessarie per contenere l’aumento della spesa netta. Nel complesso, per l’Italia le notizie recenti sul fronte del debito sono state positive, visto che è stata evitata una bocciatura tout-court della manovra di bilancio da parte della Commissione, e dopo che la settimana scorsa Moody’s ha mantenuto il rating Baa3 sul debito sovrano italiano ma ha migliorato l’outlook a “stabile” da “negativo”. Tale flusso di notizie si è riflesso in un calo dello spread decennale tra BTP e Bund a 175pb, un minimo da oltre due mesi.

La settimana appena conclusa è stata densa di accadimenti politici significativi. In Germania, la sentenza della Corte Costituzionale, che impedisce di utilizzare i fondi originariamente destinati ad affrontare l’emergenza pandemica per i programmi legati alla protezione del clima (circa 60 miliardi), ha costretto il governo a sospendere il voto sulla legge di bilancio 2024, che era previsto giovedì 23. Un accordo tra le diverse anime dell’esecutivo sembra al momento lontano, e, considerato che l’ultima riunione dell’anno al Bundestag è il 15 dicembre, non si può escludere che entri in vigore l’esercizio provvisorio. Una possibilità per superare l’impasse sarebbe proporre al parlamento di votare lo stato d’emergenza anche per il 2024 (procedura che sarà utilizzata certamente per le spese sostenute nel 2023). Nei Paesi Bassi, le elezioni hanno sancito la vittoria del partito per la libertà di Wilders, che si è aggiudicato 37 seggi, seguito dalla coalizione di centro-sinistra (25 seggi). Wilders dovrà, quindi, trovare una maggioranza in Parlamento (composto da 150 seggi) cercando un accordo con il VVD (24 seggi) e il Nuovo Contratto Sociale (20 seggi), che non hanno escluso un dialogo con il partito più votato. Esiste il rischio concreto che il voto olandese complichi il raggiungimento di accordi su diversi fronti (riforma delle regole fiscali UE, aiuti all’Ucraina, politiche contro il cambiamento climatico).

Stati Uniti. La settimana prossima saranno diffusi i dati su reddito e spesa personale a ottobre e sulla fiducia dei consumatori (rilevata dal Conference Board) di novembre, che dovrebbero fornire maggiori argomenti a favore di un rallentamento dei consumi nel 4° trimestre. Il deflatore dei consumi potrebbe confermare i segnali confortanti giunti dal CPI, rallentando al 3% a/a sull’indice headline (da 3,4%) e al 3,5% a/a su quello core (3,7%), toccando un minimo da giugno 2021. Per quanto riguarda le ultime indagini di novembre, l’ISM manifatturiero è atteso rimbalzare moderatamente dopo l’ampia flessione di ottobre (dovuta in parte agli scioperi del settore automobilistico), ma dovrebbe rimanere su livelli ancora non compatibili con una ripresaapprezzabile dell’attività industriale. In calendario a metà settimana anche la diffusione del Beige Book in vista della riunione di politica monetaria di metà dicembre.

Intanto, si moltiplicano i segnali di contrazione del mercato immobiliare: l’indice NAHB è calato a 34 a novembre, non lontano dai minimi toccati, nell’ultimo decennio, solo ad aprile 2020 e a dicembre 2022, e le vendite di case esistenti sono scese di -4,1% m/m a ottobre, ai minimi da oltre 13 anni, con il tasso sui mutui ai massimi da due decenni. Il dato sugli ordini di beni durevoli di ottobre, al netto della recente volatilità dovuta agli ordini di Boeing, anticipa una sostanziale stabilità degli investimenti in macchinari nel trimestre in corso (dopo il -3,8% t/t ann. precedente).

Infine, martedì le minute della Fed non hanno apportato particolari novità, confermando l’orientamento restrittivo della banca centrale, che intende mantenere i tassi su livelli elevati fino a quando non vi sarà sufficiente evidenza che l’inflazione scenda in modo sostenibile verso l’obiettivo del 2%. I dati di ottobre su mercato del lavoro e CPI, comunicati dopo l’ultimo FOMC, hanno rafforzato l’idea che la banca centrale abbia terminato il ciclo di rialzo dei tassi ufficiali; i mercati scontano ora un taglio pieno da 25pb entro giugno, oltre due ribassi da un quarto di punto entro settembre e 3/4 tagli entro fine 2024 (continuiamo a ritenere che tali attese siano eccessivamente dovish, data la tenuta dell’economia e dato che il rallentamento delle dinamiche occupazionali, salariali e sui prezzi core sarà lento)

Fonte: BondWorld.it


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