Brexit: l’impasse continua. L’accordo resta bloccato dalle divisioni interne al partito conservatore, malgrado l’offerta della premier di dimettersi in caso di approvazione…..
a cura dell’ Ufficio Studi Banca Intesa SanPaolo
Il Parlamento non è riuscito a esprimere una maggioranza a favore di nessuna opzione alternativa.
Se la paralisi continuasse, l’unica possibilità per ottenere un’estensione lunga sarebbe quella di andare a elezioni anticipate – e di indire anche le elezioni degli europarlamentari.
Ma l’incertezza ha un costo economico.
– Un’altra settimana inconcludente sul fronte Brexit. La premier May è arrivata ad offrire le proprie dimissioni per convincere l’opposizione interna euroscettica a votare l’accordo, ma non sembra averli convinti tutti, e soprattutto ha dovuto incassare il no del DUP.
Mentre scriviamo, pare che il Governo si accinga a sottoporre l’accordo al voto per la terza volta, ma senza grandi speranze di vederlo approvato.
– Il Parlamento ha provato a prendere il controllo del processo, superando le difficoltà poste da un sistema politico che attribuisce al Governo il potere di decidere l’agenda parlamentare.
Tuttavia, il primo voto indicativo sulle proposte alternative si è concluso con la bocciatura di tutte e otto quelle ammesse allo scrutinio.
Due sono arrivate abbastanza vicine alla maggioranza: la proposta di referendum confermativo e quella di negoziare una relazione a regime che preveda un’unione doganale permanente con l’UE. Tutte le altre sono state respinte con ampio margine.
– Ricordiamo che l’estensione concessa dall’UE è fino al 22 maggio se questa settimana viene approvato l’accordo, ma soltanto fino al 12 aprile in caso contrario.
Perciò, il Parlamento ha soltanto due settimane per produrre una svolta politica che consenta di giustificare una richiesta di estensione lunga.
Se anche i prossimi tentativi di voto indicativo non producessero risultati, un’uscita senza accordo diverrebbe pressoché inevitabile.
L’unica alternativa sarebbe allora costituita dall’indizione di elezioni anticipate, ipotesi gradita anche alla leadership laburista.
Ciò potrebbe giustificare una richiesta di lunga proroga dell’art. 50, sebbene al prezzo di dover anche organizzare l’elezione degli europarlamentari britannici il 23-26 maggio.
– Tuttavia, un rinvio al buio della scadenza non sarebbe comunque privo di costi economici. L’incertezza causata dalla strategia miope di indurre a votare per paura, trascinando il processo fino all’ultimo secondo utile, sta già generando costi economici.
Primo, il Governo britannico, gli altri paesi UE e il settore privato hanno dovuto necessariamente attuare i preparativi per l’eventualità di un’uscita senza accordo dopo il 29 marzo.
L’accumulo preventivo di scorte, la richiesta di certificazioni e credenziali per le dichiarazioni doganali, l’adattamento dei contratti ecc. non potevano certo essere fatti istantaneamente.
Diverse case automobilistiche avevano anticipato ad aprile il fermo per manutenzione degli impianti, al fine di ridurre i rischi derivanti dal ripristino dei controlli doganali.
Se l’uscita non avverrà a causa di una proroga lunga, avremo assistito a un cospicuo spreco di risorse, che magari dovrà essere ripetuto fra uno o due anni.
E l’incertezza avrà ripercussioni sugli investimenti. Non si deve escludere che la debolezza degli ordinativi e della fiducia fra le imprese manifatturiere europee rifletta anche il rallentamento degli ordini dovuto al rischio Brexit.
– Basterà il prezzo dell’incertezza perché l’Unione Europea neghi l’estensione? In altre condizioni cicliche forse sì. Ma con la crescita europea debole, forse un rinvio potrebbe comunque essere considerato il male minore – ammesso che sia lungo.
Area euro: nessuna ri-accelerazione in vista. Le indagini di fiducia, PMI composito e indice ESI della Commissione UE, hanno segnalato un ulteriore peggioramento di morale a marzo.
Il quadro è più preoccupante nel manifatturiero che risente del calo degli ordini all’export, ma anche nei servizi e commercio emergono segnali di debolezza.
Con le attese per i prossimi mesi in calo ovunque, una ri-accelerazione nei mesi primaverili sembra poco probabile.
Il rischio che la crescita area euro resti al di sotto del potenziale nella prima metà di quest’anno non è trascurabile, questo spiega i toni accomodanti dei membri BCE negli ultimi giorni.
– In settimana è arrivata un’altra tornata di indagini di fiducia deludenti. L’IFO lunedì scorso aveva fatto sperare in un assestamento della fiducia, segnando un recupero inatteso grazie a servizi, distribuzione e costruzioni.
Il dettaglio dell’indagine lascia però pochi dubbi sul fatto che il manifatturiero tedesco continui a peggiorare per effetto del rallentamento della domanda estera e le attese per i prossimi mesi non promettono nessuna inversione di tendenza.
Sarà da verificare in settimana (4 e 5 aprile) l’andamento di ordini e produzione industriale.
Anche in Italia si è visto un miglioramento di fiducia nei servizi e costruzione ma un ulteriore peggioramento nell’industria. In Francia, il clima nel manifatturiero ha tenuto meglio che in Germania e Italia ma è comunque peggiorato.
– L’indice di fiducia economica ESI elaborato dalla Commissione UE ha suggellato il messaggio delle indagini nazionali calando a 105,5 da 106,2.
La disaggregazione settoriale mostra ancora un netto peggioramento della fiducia nel manifatturiero, in quanto le imprese segnalano opinioni più pessimistiche sui prossimi tre mesi, ordini più sottili e scorte di prodotti finiti in aumento.
L’ESI rinvia un messaggio anche più negativo dal momento che, a differenza del PMI composito pubblicato venerdì 22 e del dettaglio delle indagini nazionali, mostra un peggioramento diffuso del clima anche nei servizi.
– Quel che più preoccupa è che non vi sono segnali di possibile ri-accelerazione a breve. Le attese per i prossimi mesi sono calate ovunque e non promettono insieme al progressivo indebolimento delle condizioni di domanda una ripresa a breve.
L’indice ESI è su livello più basso dalla metà del 2016, quando l’economia della zona euro ha attraversato un “ soft patch” .
Potremmo ancora essere in una situazione simile. Tuttavia, questa volta il rallentamento è più pronunciato (è improbabile che la crescita superi lo 0,2% t/t già vistosi nella seconda metà del 2018) ed è anche più prolungato rispetto al 2016 (quando è durato 2 trimestri, 2° e 3°).
– La nostra previsione di crescita Eurozona dell’1,2%, così come quella della BCE dell’1,1% allineata con le stime ultime di S&P, dipende da una ri-accelerazione della crescita verso 0,3% t/t già in primavera, la debolezza del manifatturiero per ora non promette sprint nel breve termine.
Nel complesso, riteniamo che le informazioni disponibili non suggeriscano una riduzione dei rischi al ribasso rispetto alla valutazione fatta anche dalla BCE all’inizio di marzo.
La tenuta della domanda interna è fondamentale perché la crescita non resti sotto il potenziale (1,4%) anche nella seconda metà di quest’anno. Se così fosse dovremo rivedere le stime di modesta riaccelerazione dei prezzi core verso l’1,6 a/a in media nel 2020 che sarebbero soggette a rischi verso il basso.
Il peggioramento delle intenzioni ad assumere, segnalato dall’indagine della Commissione UE, suggerisce che il meglio per la dinamica occupazionale è alle spalle.
Se il “circolo virtuoso” – minor disoccupazione, salari più alti, consumi solidi e prezzi interni più elevati – dovesse essere interrotto, la BCE potrebbe voler riconsiderare la propria strategia.
– I dati raccolti nell’ultima settimana giustificano i toni accomodanti avuti da Draghi e da altri membri del Consiglio. L’evoluzione del ciclo economico rende improbabile che la BCE riesca a portare i tassi a zero nel prossimo anno.
Detto questo, il Consiglio è sempre più a disagio con il regime di tassi negativi a lungo termine, e ciò spiega perché Draghi ha accennato a misure per mitigare l’impatto dei tassi negativi.
Ci sembra che, nonostante i tentativi di rassicurare, la BCE sia a corto di strumenti per contrastare la debolezza del ciclo.
Le TLTRO III restano lo strumento più flessibile. Vedremo se i verbali della riunione di marzo in pubblicazione il 4 aprile forniranno qualche indizio in più sulle posizioni interne al Consiglio riguardo alle modalità operative delle nuove aste.
Fonte: BondWorld.it
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