La BCE dichiara di non aver ancora discusso che cosa farà con il programma di acquisto dopo marzo. Ogni decisione è rimandata a dicembre quando si avranno le stime per il 2019 e forse indicazioni più esaustive sul ciclo……
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Draghi ha assicurato che “un’interruzione improvvisa degli acquisti non è contemplata” ma non è affatto scontato che riuscirà a ottenere un consenso sufficiente per estendere il programma senza ridimensionarlo.
Come largamente atteso, la BCE ha lasciato la politica monetaria invariata. Ufficialmente, il Consiglio non ha nemmeno discusso cosa fare dopo marzo 2017, limitandosi a prendere atto del lavoro svolto sinora dai comitati tecnici e a richiedere ulteriori approfondimenti. Quantomeno, Draghi ha escluso una fine improvvisa degli acquisti. Formalmente la BCE attende le nuove stime dello staff, che a dicembre includeranno anche il 2019. Per ora la valutazione del ciclo è confermata: la ripresa procede ad un ritmo moderato ma stabile; l’inflazione è salita di due decimi e nei prossimi mesi continuerà a crescere, alimentata da un effetto base favorevole.
Ma le stime di crescita sono soggette a rischi verso il basso e Draghi ha ripetuto che non si riscontrano pressioni verso l’alto sulla dinamica dei prezzi interni.
La BCE, quindi, conferma di voler mantenere le attuali condizioni finanziarie ultra-accomodanti per garantire un ritorno duraturo dell’inflazione verso il target. Draghi, però, non si è voluto sbilanciare e non ha risposto alle domande su che cosa sia più rilevante per le condizioni finanziarie, se il flusso di acquisti o lo stock di titoli in portafoglio.
La percezione è che il consiglio direttivo sia piuttosto diviso sui passi futuri, e che il rinvio all’opinione dei comitati tecnici rappresenti un escamotage per guadagnare tempo.
Difficile credere che il Consiglio non abbia chiare le opzioni tecniche per continuare gli acquisti, o che da qui a dicembre il quadro economico venga miracolosamente chiarito. Se pure i dati dovessero migliorare, i rischi per la crescita rimarrebbero comunque verso il basso: all’orizzonte si profilano l’aggiustamento dei flussi commerciali alla svalutazione della sterlina, un fitto calendario elettorale e le incertezze sulla situazione economica cinese. Estendere il programma ai ritmi attuali ancora per sei mesi avrebbe più benefici, per le condizioni finanziarie, stabilità dell’area, che costi, in termini di surriscaldamento dell’economia e dinamica inflazionistica.
Oltretutto un periodo di inflazione al di sopra del target sarebbe più che giustificato dopo anni significativamente al di sotto, e questa è la strada che hanno scelto, ragionevolmente, altre banche centrali. Ma nel caso della BCE le scelte sono, come è noto, complicate dall’impostazione monetarista che, nonostante tutto, continua a permeare le opinioni del fronte tedesco nel Consiglio. Per un’estensione degli acquisti, in particolare di titoli governativi, ai ritmi attuali, sarebbe necessario eliminare il limite di rendimento, ma non solo. Andrebbe modificato anche il limite di detenzione di una singola emissione e/o ripensata la regola degli acquisti in base alle quote capitale.
Alzare il limite di detenzione per singola emissione potrebbe non scontrarsi con particolari ostacoli ideologici, ma spingerebbe i rendimenti del debito tedesco su livelli ancor più negativi. Ripensare la regola delle quote capitale sarebbe meno distorsivo e renderebbe più credibile la promessa di reagire ad eventuali nuovi scostamenti dall’obiettivo di inflazione.
Il dibattito non è affatto semplice e non è certo aiutato dalla risalita dell’inflazione. Forse alla fine il Consiglio concorderà un’estensione fino a settembre 2017, ma a questo scenario si potrebbe arrivare con un compromesso che potrebbe implicare meno acquisti di titoli di stato rispetto ad oggi.
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