Il Punto : Cronaca di una vittoria annunciata: le elezioni del 25 settembre in Italia si sono concluse, come atteso, con la vittoria della coalizione di centro-destra.
Intesa SanPaolo
Le prime dichiarazioni, soprattutto di membri di Fratelli d’Italia, menzionano l’intenzione di muoversi all’interno degli obiettivi di bilancio tracciati dal precedente Governo, ma occorrerà aspettare le scelte che verranno fatte in alcuni ministeri-chiave (in primis l’economia) per capire meglio gli orientamenti del nuovo esecutivo.
– Il risultato delle elezioni politiche generali dal 25 settembre in Italia non ha smentito le attese di una vittoria della coalizione di centro-destra, che potrà disporre di 237 seggi sui 400 totali alla Camera e di 115 su 200 al Senato (i dati non sono ancora ufficiali), ovvero di una maggioranza piuttosto chiara ma insufficiente a raggiungere il quorum previsto per le modifiche alla Costituzione. Il peso relativo dei partiti all’interno dell’alleanza ha seguito il trend degli ultimi anni, con un’ulteriore avanzata di Fratelli d’Italia, ora al 26% dei consensi, e viceversa un risultato inferiore al previsto per la Lega, fermatasi sotto il 9% dei voti (ottenendo peraltro una sovrarappresentanza in Parlamento, con il 17% dei seggi alla Camera e il 15% al Senato).
– Il risultato elettorale segnala la possibilità della formazione di un Governo in tempi rapidi, verosimilmente guidato dalla leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, che potrebbe essere nella pienezza dei poteri entro una decina di giorni dalla prima riunione delle camere, in calendario il 13 ottobre. Inoltre, la maggioranza raggiunta potrebbe preludere a una certa stabilità di Governo (piuttosto inusuale in Italia), purché non emergano divisioni tra i partiti di maggioranza più avanti nel corso della legislatura. Che cosa ci si può attendere dal nuovo esecutivo?
– In tema di politica estera, le posizioni espresse da Fratelli d’Italia e dalla maggior parte degli alleati segnalano la possibilità di una linea di continuità rispetto al precedente esecutivo, con una conferma della stretta collaborazione con le altre forze dell’Alleanza Atlantica e di sostegno all’Ucraina dopo l’invasione russa.
– Ad oggi, sembra difficile immaginare che il nuovo Governo possa ridiscutere in toto le linee[1]guida del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, a meno di non mettere a rischio il pagamento delle ulteriori tranche attese nei prossimi semestri. La Commissione Europea ha già rimarcato a più riprese che il PNRR non può essere ridisegnato nelle sue priorità di policy, se non per “aggiustamenti” dovuti a circostanze oggettive come l’aumento dell’inflazione e la necessità di coerenza con gli obiettivi di risparmio energetico e maggiore indipendenza dall’energia russa; quindi riteniamo improbabile che l’attuazione del PNRR possa essere molto diversa da quella corrente. Piuttosto, non si possono escludere ritardi nell’implementazione: il Governo uscente punta al completamento entro fine ottobre di 29 delle 45 condizioni richieste entro il 31/12/2022, ma sarà sfidante per il nuovo esecutivo concludere il lavoro entro fine anno (in concomitanza con la necessità di approvazione della manovra di bilancio, la cui approvazione parlamentare rischia anch’essa di slittare a inizio 2023); d’altronde, la decisione circa la corresponsione dei fondi “Next Gen EU” è in qualche modo discrezionale e “politica”, e potrebbe essere dato più tempo all’Italia per il completamento del programma in considerazione delle difficoltà oggettive dovute alle elezioni anticipate. Soprattutto, la fase di transizione nel passaggio di governo potrebbe accentuare i ritardi nella capacità di spesa effettiva, che sinora è molto più bassa di quanto previsto (secondo la NADEF, nel 2022 saranno spesi solo 15 miliardi, poco più della metà dei 29,4 miliardi previsti nel DEF sei mesi fa), soprattutto per persistenti lungaggini nei procedimenti autorizzativi e per problemi di coordinazione tra enti locali e Governo centrale.
– Il punto più importante sarà capire l’orientamento del nuovo esecutivo in materia di politica economica e di confronto con la UE sul tema delle regole di bilancio. Recenti dichiarazioni da parte di importanti esponenti di Fratelli d’Italia (ad esempio, Maurizio Leo, consigliere economico di Giorgia Meloni, e Guido Crosetto) appaiono piuttosto rassicuranti in tal senso, in quanto menzionano esplicitamente l’intenzione di muoversi all’interno degli obiettivi di bilancio tracciati dal precedente Governo. A tal proposito, la NADEF, rivedendo al ribasso di mezzo punto i livelli attesi di deficit nello scenario a legislazione vigente per il biennio in corso, crea uno spazio fiscale “teorico” da 10 miliardi per eventuali nuove misure espansive, nel caso in cui il nuovo esecutivo opti per un nuovo quadro programmatico in linea con quello predisposto dal Governo Draghi nel DEF di sei mesi fa. Non escludiamo che un pacchetto almeno di questa entità possa essere approvato già nelle prossime settimane, frutto di una sorta di “collaborazione” tra il Governo uscente e le indicazioni della coalizione risultata vincente alle elezioni, vista l’ampiezza dello shock in corso (stimiamo per la famiglia tipo una spesa energetica nel 2023 di oltre 6.800 euro, oltre il doppio rispetto al 2021).
– Il rischio è che il nuovo esecutivo opti, forse già nella manovra di bilancio per il 2023, per una politica fiscale meno disciplinata. C’è da ricordare in proposito che, a differenza di quanto accadde nel 2018 con il governo Lega-5 Stelle (che peraltro, dopo una contrattazione di qualche settimana, recepì le richieste di correzione al budget fatte da Bruxelles), oggi le regole di bilancio sono sostanzialmente sospese, ed è concesso agli Stati di implementare pacchetti fiscali anche di entità significativa per contrastare gli effetti del caro-energia. Le regole di bilancio dovrebbero essere ripristinate nel corso del 2023 (a meno di una congiuntura particolarmente severa, che peraltro non si può escludere del tutto), anche se verosimilmente in una forma diversa da quella sinora vigente (la Commissione nei prossimi mesi dovrebbe presentare una proposta ufficiale in tal senso). Pertanto, i rischi di un eventuale confronto con Bruxelles sembrano rimandati quantomeno al prossimo autunno.
– Il programma elettorale della coalizione di centro-destra (e dei partiti che la compongono) contiene in effetti diverse proposte che, se attuate integralmente, avrebbero un impatto significativo sui saldi di finanza pubblica (al pari, a dire il vero, delle misure contenute nei programmi degli altri partiti, la maggior parte dei quali è stata stimata avere un costo superiore ai 100 miliardi l’anno a regime): si va dalla cosiddetta “flat tax”, ai tagli al cuneo fiscale, alla riduzione delle imposte sulle imprese, sino alle proposte di aumento dei trasferimenti alle famiglie e a quelle riguardanti le pensioni (aumento degli assegni minimi, nuove forme di pensionamento anticipato come “quota 41”). D’altro canto, alcune delle misure presentate potrebbero costituire una forma di almeno parziale copertura: i tagli fiscali potrebbero essere accompagnati da uno sfoltimento delle “tax expenditures”; inoltre, l’intenzione espressa di riformare (o, secondo Fratelli d’Italia, cancellare) il Reddito di Cittadinanza, e rendere meno generosi i bonus edilizi, potrebbe ridurre le spese; infine, la “pace fiscale” menzionata nei programmi del centro-destra potrebbe anch’essa aumentare il gettito fiscale, sebbene si tratti di incremento una tantum.
– Quanto alla “flat tax”, essa, nei programmi elettorali dei partiti della nuova maggioranza, è pensata come un processo graduale in tre tappe: 1) l’estensione dell’attuale regime forfettario (15%) ai lavoratori autonomi con un fatturato inferiore a 100.000 euro (rispetto agli attuali 65.000 euro), che dovrebbe costare circa 1 miliardo, cioè lo 0,05% del PIL; 2) l’estensione dell’aliquota del 15% a tutte le famiglie non sul reddito complessivo ma sull’aumento di reddito rispetto all’anno precedente (con un costo stimato di circa 13 miliardi, pari allo 0,65% del PIL); 3) il programma di Fratelli d’Italia, e dell’intera coalizione, menziona poi la “prospettiva di un ulteriore ampliamento per famiglie e imprese”. In altri termini, solo il programma della Lega fissa a regime l’obiettivo di una “flat tax” al 15% per tutte le famiglie e imprese (che è stimata, a seconda delle forme di copertura, costare dall’1% al 3% del PIL), mentre i programmi degli altri partiti, e dell’intera coalizione, paiono molto più sfumati su questo punto. In sintesi, anche su questo punto, sembra emergere una differenza di orientamento soprattutto tra la Lega da una parte, e gli altri partiti dell’alleanza dall’altra (che sembrano improntati a maggiore moderazione fiscale). Verosimilmente, le scelte che verranno fatte in sede di composizione della compagine governativa, in particolare in alcuni ministeri-chiave (in primis l’economia), saranno cruciali per capire i futuri orientamenti del Governo.
Fonte: BondWorld.it
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