Il Punto: Juncker, ha parlato di una politica economica fondata su tre pilastri: riforme strutturali, credibilità fiscale e investimenti

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–  La strategia di politica economica di Juncker ha aggiunto un pilastro, quello degli investimenti per la crescita e la competitività, ai due esistenti (disciplina fiscale e riforme strutturali)…..


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–  La novità è benvenuta, ma non sembra così rivoluzionaria. Soprattutto, da sola non basta a tranquillizzare riguardo alle sorti dell’economia europea. L’altro elemento necessario è che si eviti di imporre politiche fiscali pro-cicliche.

–  Nel suo discorso al Parlamento europeo, il prossimo presidente della Commissione, Juncker, ha parlato di una politica economica fondata su tre pilastri: riforme strutturali, credibilità fiscale e investimenti. Rispetto al passato, c’è un elemento in più – gli investimenti. Rimangono i due temi che hanno dominato la politica economica prima e soprattutto dopo la crisi, cioè la focalizzazione sulla disciplina fiscale e su riforme strutturali orientate alla competitività, cioè a
una crescita che avviene più grazie alla domanda estera che a quella interna. Questi due elementi avevano molto condizionato anche la risposta dell’Unione Europea alla crisi del debito, fra il 2010 e il 2012: il disegno dei meccanismi di risoluzione della crisi era stato subordinato a programmi di riforma economica, mentre l’introduzione di meccanismi rapidi di stabilizzazione è stato a lungo osteggiato per il timore che potessero incentivare comportamenti destabilizzanti. In compenso, pur introducendo dei correttivi apprezzabili come la focalizzazione sui saldi strutturali, è stato reso più cogente il sistema di controllo dei conti pubblici (rafforzamento della regola del debito, obbligo del pareggio di bilancio strutturale), sopravvalutando ampiamente la velocità della normalizzazione post-crisi. Anche la novità del monitoraggio e della correzione degli squilibri macroeconomici è stata introdotta con un’implicita distorsione recessiva, tesa a favorire politiche di contenimento della domanda e di svalutazione interna nei paesi in deficit. Il paradosso è che mentre si sostiene che la crescita può soltanto arrivare mediante politiche di offerta e che bisogna accettare gli effetti negativi dell’austerità, i modelli utilizzati per la stima del PIL potenziale e della componente ciclica delle variabili fiscali incorporano effetti persistenti della recessione sulla crescita potenziale.

–  In che misura l’agenda Juncker marca una discontinuità con la precedente strategia?
Apparentemente molto poco. Juncker ha comunque sostenuto che “la risposta alle attuali sfide economiche non possa essere top-down”. Il piano di investimenti da 300 miliardi non ha lo scopo di accelerare la crescita della domanda, ma di sostenere il potenziale di crescita, colmando una parte dei 500 miliardi di minor spesa in conto capitale rispetto al 2007. Inoltre, quando lanciò l’idea nel luglio 2014, Juncker precisò che i fondi dovevano venire dalle attuali allocazioni di bilancio, dalla BEI e dal settore privato. D’altronde, anche ipotizzando che venga presentato un piano di massima “entro Natale”, è difficile che possa tradursi in spesa effettiva in infrastrutture energetiche, di trasporto o di trasmissione dati a banda larga in tempi molto rapidi. Non c’è nulla di male in questo; però non si può neppure dire che si possa considerare una risposta sufficiente agli attuali rischi di ricaduta recessiva che l’Eurozona si trova a fronteggiare.

–  Un altro tassello della strategia deve essere il rinvio a fasi cicliche più favorevoli dell’ulteriore correzione fiscale, ricorrendo a tutta la creatività possibile per rendere tale scelta compatibile con il Patto di Stabilità. È comprensibile che  su questo punto Juncker non abbia mostrato alcun cedimento nel suo discorso, così come non ci si può stupire per la richiesta di chiarimenti inviata dalla Commissione all’Italia. Le Monde ha scritto che la nuova squadra di commissari non vuole iniziare il mandato avvallando senza battere cigli palesi e ampie violazioni del patto di stabilità, e che perciò si sta preparando allo scontro con la Francia (riguardo all’Italia il quotidiano francese era più possibilista). Ma sarebbe anche stupefacente, e preoccupante, se la credibilità della Commissione dipendesse dall’imporre una politica fiscale restrittiva e pro-ciclica in un contesto in cui servirebbe piuttosto sostenere la domanda aggregata.


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