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Il Punto: L’accordo di coalizione in Germania crea le condizioni per un dialogo sulla riforma dell’Eurozona

La produzione industriale italiana finisce bene il 2017……..


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Il dato contribuisce a creare un contesto di fondo favorevole, che compensa la deriva populista della campagna elettorale. Anche nel 2018 la crescita resterà sopra l’1%, favorendo una prima riduzione del rapporto debito/PIL.

L’accordo di coalizione in Germania crea le condizioni per un dialogo sulla riforma dell’Eurozona. Potrebbe diventare un po’ più plausibile l’ipotesi di completamento dell’unione bancaria e di creazione di una minima capacità fiscale comune. Però non bisogna dimenticarsi che la precondizione resta la riduzione dei rischi.

Anche nel Regno Unito si prospetta un cambio di passo della politica monetaria. La Bank of England vede rischi per il conseguimento dell’obiettivo di inflazione, e quindi avvisa che i rialzi dei tassi potrebbero arrivare prima ed essere più rapidi rispetto a quanto previsto a novembre. Però lo scenario resta difficile da gestire a causa dei negoziati sull’uscita dall’UE.

– I dati italiani di produzione industriale sono riaccelerati nettamente nel dicembre 2017 dopo due mesi fiacchi, alzando la variazione trimestrale, calcolata sui dati destagionalizzati, a 0,8% t/t. Si tratta di un rallentamento rispetto al 3° trimestre (1,5%), ma è anche un dato che rafforza l’aspettativa di un inizio 2018 buono, grazie all’effetto di trascinamento. La previsione di una crescita ancora sopra l’1% anche quest’anno per ora rimane solida, e ci sono forse rischi al rialzo sulla nostra stima di 1,3%. L’avvicinamento all’appuntamento elettorale del 4 marzo avviene perciò in un contesto di crescita del PIL elevata per gli standard degli ultimi vent’anni, di calo della disoccupazione e di ripresa del reddito disponibile delle famiglie dopo il colpo inferto dalle profonde recessioni del 2008-09 e del 2011-12. La crescita dovrebbe anche rendere più facile conseguire finalmente una riduzione del rapporto debito/PIL, costantemente rinviata negli ultimi anni. Altri sviluppi contribuiscono in questa fase a migliorare l’immagine esterna del Paese: il rafforzamento patrimoniale e il miglioramento della qualità degli attivi nel sistema bancario, la veloce riduzione delle passività finanziarie nette nei confronti dell’estero, l’avanzo commerciale, la bassa esposizione degli investitori al mercato italiano. La struttura del sistema economico e finanziario appare oggi più resiliente rispetto a otto anni fa, e ciò aiuta a immunizzare gli investitori dagli effetti potenzialmente negativi di una campagna elettorale che non soltanto ha relegato in secondo piano la riduzione del debito pubblico, ma che si è anche trasformata in una gara a formulare promesse elettorali tanto generose quanto inattuabili.

– La finalizzazione dell’accordo di coalizione in Germania ha portato a grandi concessioni a favore dei socialdemocratici, che hanno conquistato anche il Ministero delle finanze. L’orientamento sulle politiche europee di questo governo appare ben più aperto di quello che si sarebbe prospettato con l’ingresso dei liberali. Sembra ora più probabile che possano essere fatti passi avanti nel dialogo con la Francia su modifiche alla governance europea. Per l’Italia sarà però difficile essere della partita, viste le elezioni alle porte e l’assenza di una visione condivisa tra le forze politiche su quali riforme siano desiderabili. Inoltre, non bisogna farsi troppe illusioni né sulla portata delle riforme (non c’è la volontà politica di trasferire sovranità fiscale dagli Stati all’UE), né sulla possibilità di ottenerle senza prima smarcare il tema della riduzione del rischio. Quest’ultimo è rimasto ben presente in tutti i documenti sul futuro dell’unione monetaria, e si presenta in varie forme. Una riguarda la qualità degli attivi bancari, e qui si stanno realizzando veloci progressi. Un’altra concerne il legame fra emittente sovrano e banche, ed ha stimolato il lavoro dell’ESRB sui safe bonds recentemente pubblicato. Anche in questo caso, si è osservato un aumento della diversificazione dei portafogli di titoli di Stato delle banche italiane. Poi c’è la questione della sostenibilità del debito, giudicata ancora ad alto rischio dalla Commissione Europea per Italia, Belgio, Portogallo, Spagna e Francia nel suo rapporto di gennaio. Collegata ai dubbi sulla sostenibilità, è la pressione per introdurre pericolosi automatismi sulla ristrutturazione del debito se un paese sperimenta problemi di rifinanziamento. Difficile che ci possa essere il consenso per meccanismi solidaristici se l’Italia non imboccherà con decisione la strada della riduzione del debito.

– La svolta delle politiche monetarie potrebbe cambiare passo anche nel Regno Unito. La Banca d’Inghilterra ha segnalato giovedì che il rialzo dei tassi potrebbe avvenire prima e più intensamente di quanto previsto a novembre. Secondo le più recenti valutazioni dello staff, nel Paese potrebbero crearsi nell’arco di un paio d’anni condizioni di eccesso di domanda che potrebbero mettere a repentaglio il ritorno dell’inflazione all’obiettivo del 2%. La BoE vede un esaurimento delle risorse inutilizzate, una crescita della capacità produttiva inferiore a quella del prodotto e pressioni al rialzo sui salari. La Banca centrale britannica si trova però ad affrontare un problema del tutto particolare, che è l’incertezza sulle modalità di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Se sarà concordato un lungo periodo di transizione dopo il marzo 2019, come sembra ancora probabile, il cambio di passo della politica monetaria diverrà inevitabile. Tuttavia, una marcia indietro potrebbe ancora essere possibile nell’ipotesi, possibile per quanto non probabile, di una rottura dei negoziati che porti a un’uscita disordinata nel 2019. Per ora, il cambiamento dei toni è più adattivo che preventivo, avvicinando la forward guidance a quanto i mercati già scontavano (l’orientamento prevalente è quello di attendersi una mossa a maggio).


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