Nel 2015, il PIL dell’Irlanda è cresciuto del 26,3%. Oltre a ricordarci i limiti del PIL come misura di benessere, questo dato anomalo dovrebbe anche indurci a ragionare sulla ulteriore perdita di spazio di manovra fiscale per i paesi UE, che hanno modelli di sviluppo diversi e sono alle prese con alti livelli di debito…
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La Banca d’Inghilterra non allenta la politica monetaria, ma avvisa che lo farà in agosto.
– Il 13 luglio, l’ufficio statistico irlandese ha pubblicato una breve e imbarazzata nota di commento alla revisione dei conti nazionali per il 2015 diffusa il giorno prima, secondo la quale il PIL dell’Irlanda sarebbe cresciuto del 26,3% a/a. Il CSO avvisa che “PIL e PNL non sempre aiutano a capire quello che succede nell’economia irlandese” e che è opportuno guardare ad altri indicatori, come i consumi delle famiglie, i dati occupazionali e le vendite al dettaglio. In effetti, gli altri indicatori dipingono un quadro che è sì di robusta crescita, ma ben lontano dalla doppia cifra: l’occupazione è cresciuta del 2,6% a/a, mentre i consumi sono saliti del 4,5% a/a.
In effetti, il reddito disponibile delle famiglie è tuttora dell’8% inferiore al livello del 2008, mentre il PIL è del 19,5% più alto del livello pre-crisi. Il superamento dei livelli pre-crisi da parte del PIL è dovuto soltanto alla componente degli ammortamenti, tanto che il reddito nazionale netto è appena ritornato al livello del 2007. In altre parole, il miracolo economico irlandese ha toccato soltanto in parte la popolazione, e ciò aiuta a capire perché non ha premiato il Governo in carica alle ultime elezioni. Ma oltre a ricordarci ancora una volta i limiti del PIL come misura di benessere, l’anomalia irlandese sottolinea un altro problema, questo non di natura statistica ma strettamente connesso alla nostra stessa organizzazione economica.
Quel 26,3% di crescita, infatti, riflette l’utilizzo dell’Irlanda da parte dei gruppi multinazionali che intendono abbattere il carico fiscale domiciliando i profitti nello Stato all’interno dell’Unione che offre le condizioni più favorevoli. Questa peculiarità ha portato nel 2015 a un incremento anomalo dello stock di capitale (soprattutto nella componente degli intangibili), del valore aggiunto nel settore industriale (+97,8% a/a), del flusso di export e import, degli ammortamenti e, infine, dei profitti.
L’incidenza dei profitti sul reddito nazionale lordo in Irlanda raggiunge ora il 37%, contro il 23% della Germania.
L’altro lato della medaglia è costituito dal peggioramento della posizione finanziaria netta verso l’estero, il cui deficit è più che raddoppiato fra il 2013 e il 2015, che nel tempo si rifletterà in maggiori redditi pagati a stranieri (peraltro già saliti da 31,4 a 55,1 miliardi fra il 2014 e il 2015). In altre parole, queste strane cifre irlandesi ci dicono che alcuni paesi dell’Unione Europea (l’Irlanda non è la sola) hanno ancora un modello di sviluppo che si affida molto sulla sottrazione di base imponibile ad altri Stati membri.
Entro certi limiti la competizione fiscale può essere salutare, ma se l’ottimizzazione fiscale si diffonde troppo e se alcuni giocatori hanno le mani legate da problemi di indebitamento pregressi, il rischio è che la perdita di autonomia impositiva obblighi ad adottare politiche che alla fine aumentano le diseguaglianze e distruggono il consenso sociale.
– Sorpresa: con una larga maggioranza di 8-1, la Bank of England non ha tagliato i tassi ufficiali, lasciando il Bank Rate a 0,5%. Attesa e unanime, invece, la scelta di non aumentare il portafoglio di titoli, che è da tempo fermo a 375 miliardi di sterline. Anche se “i mercati hanno funzionato bene” e hanno attutito l’impatto del referendum, la Banca centrale riconosce che “è probabile che l’attività economica si indebolisca nel breve termine”, e ribadisce che si attende un sentiero significativamente più basso per la crescita e più alto per l’inflazione rispetto all’Inflation Report di maggio. Tuttavia, alla fine ha prevalso la tesi che sia opportuno attendere evidenza più concreta degli impatti e di associare eventuali decisioni di politica monetaria alla pubblicazione delle nuove stime, prevista il 4 agosto: a tale riguardo, “la maggior parte dei membri del comitato si attende che la politica monetaria sarà allentata in agosto”, secondo modalità che dipenderanno dalle previsioni e “dalle interazioni con il sistema finanziario”. Già prima della riunione, in effetti, Carney aveva affermato che le riunioni di luglio e agosto andavano viste come un unico ‘pacchetto’.
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