Il tono della congiuntura economica rimane debole, ma le politiche monetarie accomodanti, il ridimensionamento del fiscal cliff negli Stati Uniti e il contenimento delle tensioni nell’Eurozona, se realizzati, dovrebbero essere sufficienti a garantire la prosecuzione della ripresa economica nel 2013………
– La congiuntura economica mondiale è rimasta debole nel 3° trimestre. Nonostante il piccolo rialzo del PMI composito globale in agosto, la media del 3° trimestre è di otto decimi inferiore a quella del 2° trimestre; la flessione risulta più pronunciata per il comparto manifatturiero, il cui indice è sceso da 50,4 a 48,5. La tendenza di fondo è ancora dominata dalla contrazione dell’attività economica e dalle tensioni finanziarie nell’Eurozona. La debolezza della domanda interna porta a un andamento delle importazioni della zona euro rimane nettamente più debole rispetto al totale dei Paesi avanzati, che a sua volta è dimesso rispetto a quello dei Paesi emergenti. Ma altri fattori, oltre alla crisi dell’Eurozona, sembrano ora contribuire alla debolezza dell’attività economica: il principale è il rischio di eccessiva restrizione fiscale negli Stati Uniti, in connessione alla difficoltà di gestire la massa di provvedimenti fiscali temporanei che vanno in scadenza tra fine 2012 e inizio 2013. Ci sono segnali che ciò abbia influito negativamente sulle decisioni di spesa delle famiglie e sulle politiche di investimento delle imprese.
– I mercati azionari danno attualmente una valutazione positiva delle tendenze. L’aumento degli indici nei mesi estivi sembrerebbe anticipare una ripresa degli indici di attività reale nel corso dei prossimi mesi, come già avvenuto in altri tre episodi recenti. Tale valutazione riflette probabilmente le aspettative che il fiscal cliff statunitense venga in larga parte spianato e che la crisi del debito europea continui a essere controllata. L’ottimismo dei mercati potrebbe rivelarsi eccessivo nel breve termine (al momento gli indicatori non offrono ancora alcun segnale convincente di ripresa) ma, se le due ipotesi citate saranno confermate, dovrebbe rivelarsi corretto.
– Il tono molto accomodante delle condizioni finanziarie dovrebbe aiutare. Nei Paesi avanzati, le banche centrali stanno garantendo tassi di interesse nominali vicini allo zero e abbondanza di liquidità; i programmi di stimolo quantitativo sono stati recentemente potenziati in Regno Unito, Giappone e Stati Uniti. Anche la BCE ha annunciato misure che potrebbero indirettamente favorire una parziale riattivazione dei mercati interbancari e allentare la stretta creditizia nei Paesi periferici, garantendo una maggiore omogeneità delle condizioni finanziarie. Ci sono già alcuni segnali dell’efficacia del programma OMT nel ripristinare i flussi di capitale verso la periferia, quali il calo degli sbilanci fra le banche centrali nazionali connessi al funzionamento del sistemi interbancari di pagamento. Più in generale, il calo delle preoccupazioni per la sostenibilità del debito di Spagna e Italia dovrebbe favorire la stabilizzazione degli indici di fiducia. Grazie al ritorno a una modesta crescita dell’Eurozona, ci attendiamo che la crescita economica globale rimanga pressoché stabile nel 2013.
– Senza il sostegno delle economie avanzate, la sola crescita endogena dei Paesi emergenti potrebbe prevenire una recessione globale? Nonostante il rapido spostamento delle quote di mercato a favore dei paesi emergenti tale scenario appare ancora improbabile. C’è evidenza che una recessione nell’aggregato dei Paesi avanzati ha un effetto potente sulla probabilità di interrompere una fase di espansione nei Paesi emergenti; la significatività della relazione si è indebolita dal 1990, a indicare una maggiore variabilità della risposta macroeconomica, ma la dimensione media dell’impatto è rimasta simile. D’altronde, la performance economica dei Paesi emergenti rimane ancora condizionata dal contributo delle esportazioni e degli afflussi di capitale (che incidono sugli investimenti fissi, e quindi sulla domanda interna). Anche la recessione del 2008-09 rafforza i dubbi sulla validità della tesi dello sganciamento: nell’ipotesi in cui Eurozona e Stati Uniti cadessero contemporaneamente in recessione, è probabile che anche i flussi di importazione dei Paesi emergenti si contrarrebbero, come avvenne già nel 2009.
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