guerra dazi

Il Punto: La guerra dei dazi si aggrava

Guerra. Finalmente il governo britannico ha scelto una strada per i suoi negoziati con l’UE su Brexit. La delusione degli oltranzisti non basta a…….

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mettere a rischio il governo. Tuttavia, la proposta May ha scarse possibilità di sopravvivere al negoziato senza radicali modifiche. 

Nell’area euro, la produzione è cresciuta a ritmi solidi a maggio nella maggior parte dei paesi. Ma dovrebbe trattarsi di un rimbalzo tecnico dopo i cali dei due mesi precedenti. La minore vivacità della domanda mondiale limiterà la crescita del manifatturiero, difficilmente, quindi, la crescita del PIL eccederà lo 0,4% t/t di inizio anno anche nei prossimi mesi..

– L’amministrazione Trump ha annunciato che, in seguito alla ritorsione cinese sui primi dazi imposti la settimana scorsa, saranno imposte nuove misure ritorsive. I nuovi dazi annunciati dovrebbero essere del 10% su altri 200 mld di dollari di importazioni dalla Cina. Il 6 luglio sono entrati in vigore dazi del 25% su 34 mld di dollari di prodotti cinesi (a cui la Cina ha risposto con dazi su 34 mld di import dagli USA) e fra due settimane si aggiungeranno dazi analoghi su altri 16 mld di dollari. I beni colpiti nel primo round dello scontro commerciale con la Cina sono prevalentemente beni intermedi; il secondo round, inevitabilmente, colpirà anche beni di consumo (borse, abbigliamento, alimentari, pneumatici, componenti di elettronica, fra gli altri) dato che complessivamente 250 mld di dollari di importazioni dalla Cina sono pari a circa la metà del totale. L’amministrazione sentirà le opinioni delle imprese colpite dai nuovi dazi fra il 20 e il 23 agosto. Il messaggio della Casa Bianca è che a ogni ritorsione si risponderà con ulteriori misure, e questo vale sia per la Cina sia per gli altri Paesi, fra cui quelli dell’UE. Trump ha detto che se la Cina risponderà ai nuovi dazi, si imporranno misure su altri 200 mld di importazioni, per un totale di 450 mld di dollari. La settimana scorsa il presidente aveva portato la minaccia ad altri 300 mld, potenzialmente superando l’ammontare totale importato dalla Cina, circa 500 mld di dollari. 

Quindi le importazioni americane dalla Cina potenzialmente colpite dai nuovi dazi potrebbero essere pari a 450 mld (su un totale di circa 500 mld). A queste si aggiungono le misure che interessano anche altri partner commerciali: importazioni americane di lavatrici e pannelli solari (9,7 mld) e di acciaio e alluminio (46 mld), che hanno generato ritorsioni da Canada (12,6 mld di dollari), UE (3,2 mld di dollari), Messico (32 mld) e Russia. 

Infine, si attende la stesura del rapporto dell’US Trade Representative sul settore auto, che potrebbe portare a dazi su importazioni americane di auto e componenti giustificati da possibili rischi per la sicurezza nazionale, in base alla sezione 301 dell’US Trade Act del 1974, come avvenuto per acciaio e alluminio. Le importazioni di autoveicoli e di componenti, nel 2017, sono state pari a circa 192 mld e 143 mld, rispettivamente. Secondo stime di Moody’s Analytics, se tutte le misure annunciate dagli USA (inclusi nuovi dazi su auto e componentistica) saranno attuate con ritorsione dai partner, gli effetti sul PIL americano potrebbero essere vicini allo 0,5%. Moody’s stima che se gli USA applicassero dazi del 25% su tutte le importazioni dalla Cina e quest’ultima rispondesse con misure analoghe, il freno alla crescita USA supererebbe 1 pp.

Dopo l’annuncio da parte della Casa Bianca dei nuovi dazi in arrivo su altri 200 mld di dollari di importazioni dalla Cina, le autorità cinesi hanno dichiarato che non hanno altra scelta oltre a quella di “prendere le contromisure necessarie”. Il problema è che le importazioni americane dalla Cina sono vicine 500 mld su base annua, mentre quelle cinesi dagli USA si fermano a circa 130 mld di dollari. La Cina ha già richiesto al WTO di intervenire dopo le prime misure introdotte da Trump e ha segnalato che aprirà una nuova istanza di intervento in seguito al secondo round di dazi annunciati dagli USA. Gli Stati Uniti per ora non sembrano preoccupati di eventuali indicazioni dal WTO, che peraltro è sotto attacco costante da parte del Presidente. Trump ha addirittura commissionato nei mesi scorsi la stesura di un disegno di legge mirato a permettere agli USA di ignorare le decisioni e l’impianto dei dazi reciproci del WTO. Anche se il Congresso non approverebbe una legislazione di questo tipo, l’uso recente (e crescente) di leggi che utilizzano la sicurezza nazionale per imporre dazi al di sopra di quelli stabiliti dal WTO mostra quanto lontano possano andare le mire protezionistiche dell’amministrazione anche senza lasciare il WTO stesso. 

In ogni caso, l’utilizzo dell’US Trade Act per imporre dazi indipendentemente dal WTO è un asso nella manica del Presidente, almeno fino a quando il Congresso non imporrà dei vincoli all’esecutivo. Il Senato ha approvato a larga maggioranza (88-11) una mozione mirata ad aumentare il ruolo del Congresso nella determinazione di dazi sulla base di motivazioni legate alla sicurezza nazionale. La mozione non è vincolante e difficilmente avrà supporto analogo alla Camera. Secondo J. Flake, il senatore repubblicano che ha proposto la mozione (e che non si ricandiderà alle elezioni a novembre), il passo successivo dovrebbe essere l’introduzione di nuove misure con valore di legge per arginare “l’abuso dell’autorità sul commercio” da parte di Trump. Al momento però tale legislazione appare ben lontana dall’essere proposta e approvata.  

– Restano molti dubbi sull’adeguatezza della proposta britannica rispetto ai criteri fissati dal Consiglio Europeo, e probabilmente nuovi cedimenti alle richieste dell’UE saranno necessari per finalizzare il trattato di recesso e garantirsi il periodo transitorio di quasi due anni. Inoltre, se l’accordo viene alla fine raggiunto, è probabile che il risultato finale sia diverso da quello prospettato dalla dichiarazione del 6 luglio. Potrebbe consistere in un FTA sul modello di quello siglato con il Canada, come già inizialmente prospettato dalla Commissione Europea: ciò implicherebbe che dopo il periodo transitorio vengano instaurati controlli doganali fra UK ed UE, e sul traffico merci fra Gran Bretagna e Irlanda del Nord (che resterebbe nell’unione doganale UE). Una seconda possibilità è la partecipazione all’unione doganale con l’UE (quindi senza la possibilità di concludere accordi di libero scambio separati con paesi terzi, e rigida subordinazione alla normativa UE in materia di commercio). Quest’ultimo esito, per quanto ancora più indigeribile ai fautori di Brexit del piano May, richiederebbe però che l’UE rinunci ad alcuni dei principi fissati all’inizio dei negoziati, come l’indivisibilità del mercato unico, con il rischio di aprire un contenzioso con altri Paesi, come la Norvegia, che devono soggiacere a condizioni più stringenti. Infine, l’UE potrebbe puntare allo smontaggio totale di Brexit, proponendo, quale alternativa al FTA con backstop per l’Irlanda, soltanto un accordo come quello con la Norvegia – sistema che però supererebbe tutte le ‘linee rosse’ fissate dal governo May.

La decisione ha avuto un costo politico (la destra del partito conservatore rumoreggia, e due ministri si sono dimessi), ma non pare esserci alcun serio rischio di sfiducia della premier May, sicché il test di sostenibilità sembra superato. Però il Governo rischia di veder bocciato l’eventuale accordo con l’UE dalla Camera dei Comuni, dove una decina di defezioni da parte di conservatori delusi, assieme un voto negativo compatto delle opposizioni, metterebbero il Governo in minoranza e precipiterebbero tutto il processo nel caos. 

– Le ultime indicazioni sullo stato del ciclo economico nell’area dell’euro confermano che la fase espansiva continua, ma su ritmi inferiori rispetto a quelli visti l’anno scorso. Il motivo di questo (moderato) rallentamento non va cercato a nostro avviso in fattori domestici, in quanto le condizioni finanziarie restano ampiamente espansive, sia pur soggette a maggiore volatilità rispetto a solo pochi mesi fa, e non vi è evidenza, almeno per il momento, che l’incertezza politica in alcuni Paesi (Italia in primis , ma non solo) stia avendo effetti sull’economia reale. Piuttosto, come visibile soprattutto dalle indicazioni delle imprese sugli ordini dall’estero, la causa va ricercata nella minor vivacità della domanda mondiale, su cui potrebbe aver inciso l’incertezza causata dalla “guerra tariffaria” innescata dalle misure protezionistiche dell’amministrazione americana, i cui effetti, soprattutto sulle decisioni di investimento delle imprese multinazionali, potrebbero avere un impatto superiore al previsto visto l’elevato grado di internazionalizzazione delle filiere produttive. 

Nel dettaglio, i dati del bimestre aprile-maggio sulla produzione industriale sono stati “sporcati” da effetti di calendario, che hanno causato, nella maggior parte dei Paesi dell’area, una flessione ad aprile seguita poi da un rimbalzo a maggio; bisognerà quindi attendere i dati di giugno per avere indicazioni più attendibili. In ogni caso, l’industria nel 2° trimestre non dovrebbe aver contribuito alla crescita del valore aggiunto, come già accaduto a inizio anno, il che significa che difficilmente la crescita del PIL andrà oltre lo 0,4% t/t anche nei mesi primaverili, in linea con il ritmo visto in inverno (in netto rallentamento rispetto allo 0,7% t/t registrato in ciascun trimestre del 2017). 

Inoltre, le indagini di giugno non hanno fornito supporto alla tesi che la decelerazione sia transitoria. La prima indagine relativa al mese di luglio, l’indice ZEW tedesco, ha fatto segnare un’ulteriore flessione sia per l’indice sulle aspettative (ai minimi da quasi sei anni) che per la situazione corrente (al livello più basso da un anno e mezzo). Sull’andamento delle aspettative, potrebbero aver influito in negativo le tensioni interne tra Merkel ed il ministro Seehofer, l’escalation sui dazi e politiche commerciali. Il calo dell’indice sulla situazione corrente conferma che il picco di questo ciclo è alle spalle.


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