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Il Punto: Le misure di incertezza della politica economica sono significativamente sopra la media in molti paesi avanzati

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Anche in Europa, per ora il cambio dell’Amministrazione americana pesa più del ciclo elettorale. Tuttavia, bisogna essere cauti nel tradurre questo aumento in minori investimenti e minore crescita. La vicenda del referendum inglese è emblematica…….


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Nel 2016 gli indici di incertezza della politica economica compilati da Economic Policy Uncertainty sono saliti significativamente in tutti i paesi avanzati, con due picchi comuni – il primo legato al referendum inglese sull’UE, il secondo alle elezioni presidenziali statunitensi. Le preoccupazioni per gli effetti del referendum inglese sono in larga misura rientrate – tanto che perfino l’indice per il Regno Unito attualmente viaggia su livelli poco lontani dalla media storica, malgrado i dubbi su tempi ed esiti dei negoziati. Anche il picco di incertezza dovuto all’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti è rientrato in parte – ma a dicembre gli indici restavano significativamente sopra le medie storiche quasi ovunque. L’indice per l’Italia non mostra una dinamica molto diversa, e non sembra risentire in modo particolare dell’esito del referendum e della breve crisi di governo che ne è seguita. Secondo lo stesso Istituto, anche le misure del livello di ansia desunte dai media sono ai massimi in Francia, Regno Unito e Stati Uniti, mentre in Germania, pur restando molto elevate, sono sotto i massimi di fine 2015-inizio 2016.

In generale, dovremmo attenderci che la maggiore incertezza sulle politiche economiche abbia un effetto negativo sulla crescita del PIL, in particolare per gli effetti depressivi sulle decisioni di investimento delle imprese. Nella realtà, se questo effetto negativo c’è, è stato ampiamente compensato da altri fattori: la svalutazione della sterlina e la svolta espansiva della politica fiscale nel Regno Unito, l’attesa di riduzioni delle imposte non coperte da tagli di spesa negli Stati Uniti. In generale, negli ultimi mesi i dati economici hanno continuato a sorprendere in positivo e le indagini congiunturali sono coerenti con un’accelerazione del PIL mondiale fra il 2° semestre 2016 e l’inizio del 2017. Nel Regno Unito, la media delle previsioni di crescita del PIL nel 2017 è salita da 0,9% a 1,4% in tre mesi; la stima sulla dinamica degli investimenti è passata da -1,8% a -0,3%, e non manca ora chi si attende che crescano nell’ordine di un punto percentuale quest’anno. La realtà è che la rimessa in discussione dello status quo non ha sempre connotazioni negative per la crescita, e che va fatta un’analisi caso per caso.

D’altronde, esiste anche il problema del trade-off tra effetti di breve periodo ed effetti di lungo periodo. Stabilità e continuità piacciono ai mercati e rendono più facili le decisioni di investimento. Però, se l’elettorato mostra una crescente contrarietà alle politiche che caratterizzano lo status quo, il ricorrere ad artifici politici per garantirne la sopravvivenza può rivelarsi insostenibile a lungo termine. Come notava Cas Mudde in un articolo pubblicato su Foreign Affairs qualche mese fa, la combinazione fra convergenza dei partiti moderati di destra e sinistra su posizioni molto simili e il crescente ricorso dei governi alla cosiddetta politica TINA (“There Is No Alternative”), rappresenta un terreno fertile per il successo dei movimenti populisti. In Europa, il diffondersi di governi di larghe intese (una sorta di ‘cordone sanitario’ anti-populismo, anch’esso una forma di TINA politics), rischia di rendere più ampia la vittoria futura di qualche forza populista, se non si accompagna a un significativo mutamento dell’agenda politica nella direzione richiesta dagli elettori. Meno incertezza oggi, insomma, potrebbe tradursi in molta più incertezza domani.


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